12
Nov
09

Francesca. La psicoterapia a livello nazionale della Romania

francescaposteritalianoLa penna ferisce più della spada, si dice. Già, le parole possono fare male. Fanno male all’Italia, ma forse ce le meritiamo, le parole che aprono Francesca, storia di una ragazza romena che sogna di venire nel Belpaese. “Non li vedi quegli stronzi degli Italiani? Non hai sentito quella puttana della Mussolini che vuole morti tutti i romeni? O quel grande sindaco di Verona che ha dichiarato la città libera dai romeni? Non li vedi i telegiornali? In Italia organizzano gruppi per picchiare i romeni. Per loro siamo tutti zingari, o ladri”. È questo che il padre le dice per dissuaderla dal venire da noi.

Di sicuro le parole hanno fatto male ad Alessandra Mussolini, lo sappiamo dai tempi del Festival di Venezia, giorni nei quali è scoppiata la polemica. “L’Onorevole Mussolini ha fatto un esposto in cui chiede il sequestro del film, in pratica di non farlo uscire nelle sale” ci ha raccontato oggi a Roma Domenico Procacci, a capo della Fandango che distribuisce il film. “Non possono chiedere che venga cambiata una battuta, ma possono chiedere che il film non esca. Ci siamo appellati al diritto che l’autore ha che il suo film esca nelle sale come l’ha pensato. Lunedì c’è stata un’udienza con il nostro legale e quello della Mussolini. La cosa che mi ha colpito di più è che la frase ‘quella puttana della Mussolini che vuole morti tutti i romeni’, non viene contestata nella seconda parte, ma quello che interessa è l’epiteto con cui viene definita. In realtà quella parola è motivata da quello che segue, e che la rende non amata in Romania e la fa apostrofare così. Il giudice ha preso in visione il film e prenderà una decisione nell’arco di qualche giorno”. “Di fronte a noi ci sono due scenari” continua Procacci. “Il giudice può dare ragione a noi, cioè che decidere che l’insulto non va inteso in senso letterale, ma che è uno sfogo che implica il risentimento di un personaggio, e allora il film uscirà nella sua versione integrale. Nel caso dia ragione alla Mussolini, il film così non potrà uscire nelle sale. Una possibilità sarebbe intervenire su quella parola in doppiaggio, d’accordo con l’autore, che potrebbe anche dire di no”. Anche per questo è incerta la data di uscita del film: potrebbe essere il 20 o il 27 novembre.

Polemiche a parte, Francesca è la prova che a ogni azione corrisponde una reazione. Le tante manifestazioni di xenofobia e razzismo verso i romeni degli ultimi anni non potevano rimanere in un microcosmo, riguardare solo il nostro paese. Ma è normale che siano rimbalzate oltre confine, suscitando un sentimento ostile nei nostri confronti. “Ho la coscienza pulita” ci spiega il simpatico regista Bobby Paunescu. “Ho scritto il film sentendo quello che in Romania si dice per la strada. Ho capito che potevano esserci deipaunescu problemi a Roma, quando è terminata la traduzione italiana del film. Io non ho voluto attaccare la Mussolini, ma parlare di un problema in maniera bilanciata. Nel film c’è la situazione romena, che è molto più dura di quella italiana: in una scena sentiamo dire ‘quel tuo amico sembra uno zingaro’ che è un’espressione ancora peggiore”. “Eliminando certe battute il film forse si sbilancerebbe” continua Paunescu. “Non dimentichiamo che il padre di Francesca, un uomo discutibile, sta cercando in tutti i modi di non far partire la figlia, perché cambierebbe la sua vita, e così dice tutte queste cose”. “Ho voluto mettere nel film molti dei clichè sugli italiani che si sentono, proprio per prenderli in giro”aggiunge. Anche questo aspetto è evidente, e anche così si spiegano il nonno che pensa che gli italiani siano solo “mangia spaghetti che rubano le donne ai romeni” o chi crede che in Italia i romeni vengano aggrediti per il traffico degli organi.

Polemiche, e qualità artistica, a parte, Francesca è un film utile, perché per la prima volta al cinema, dopo averla raccontata noi, vediamo una storia di migrazione dall’esterno, dal punto di vista di chi parte per arrivare da noi. E per vedere noi stessi dall’esterno, per capire come ci vedono gli altri. “Secondo me la percezione degli italiani sta cambiando” racconta il regista. “L’ottanta per cento dei romeni ama l’Italia come l’amava prima. C’è un venti per cento che forse ha dei problemi, ma sono persone che si pongono problemi su molte cose. Oggi c’è un gruppo di artisti romeni che mandano i film in giro per i festival per far vedere i problemi della Romania. Stiamo vivendo un periodo difficile: forse un giorno l’Italia sarà fiera di aver ospitato tanti romeni quando il paese era in difficoltà”. “Da distributore di film far vedere il ribaltamento del punto di vista per me è importante” ha aggiunto Domenico Procacci. “Mostrare cosa pensano di noi, senza che i romeni vengano trasformati in angioletti e gli italiani nei cattivi. Un conto è disapprovare certi comportamenti xenofobi stando seduti qui, un conto è farne vedere le conseguenze che avvengono lì”.

Si è parlato tanto in questi anni di nouvelle vague romena, di autori che raccontano il passato recente e il presente della Romania, soprattutto da quando 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu ha vinto Cannes. “Sono orgoglioso di aver prodotto La morte del signor Lazarescu di Cristi Puiu, che ha dato inizio a tutto” afferma Paunescu. “Il cinema romeno ha trovato dei registi in grado di rappresentare i nostri problemi. In piccolo sta avvenendo quello che in Italia avveniva con il Neorealismo”. Paunescu ci racconta anche come in Romania la gente non sia abituata ad andare al cinema, perché negli anni Novanta i cinema sono stati venduti, trasformati in bingo o casinò, e che lui e altri artisti stanno girando il paese per presentare i film e riportare la gente nelle sale. Come ai tempi del Neorealismo (ma anche in quelli di Gomorra..) in Italia, anche in Romania oggi c’è qualcuno che pensa che i panni sporchi debbano essere lavati in famiglia. Ma la bella Monica Barladeanu, che interpreta Francesca, interviene e dà la sua visione delle cose. “Credo che il cinema sia una forma di psicoterapia a livello nazionale. Dobbiamo parlare del Comunismo, della Romania di oggi, dei nuovi ricchi. E quando vai dal terapista, non gli parli delle cose che vanno bene”.     

(Pubblicato su Movie Sushi)

30
Ott
09

Giorgio Diritti: a Marzabotto potevamo esserci noi

giorgio_diritti_sul_set“Perché i nazisti non sono a casa con i loro bambini, che ce li hanno anche loro?”. In questa frase, tratta da un tema di Martina, una bambina che è tra i protagonisti de L’uomo che verrà, il film di Giorgio Diritti sulla strage di Marzabotto (1944, Seconda Guerra Mondiale), c’è tutto, o almeno molto, del senso del film. Quello di Diritti è un cinema che mette al centro l’uomo, e i propri pensieri, e i luoghi, la terra a cui è ancorato. Ancora una volta, dopo Il vento fa il suo giro, ci racconta un microcosmo, una comunità isolata, per parlarci di tutti noi. E usa ancora il dialetto per entrare nell’anima di un luogo, e di una storia. Il suo è un cinema che ha i suoi tempi, che poi sono i tempi della vita. Che ci esorta a pensare a noi. È sincero, Diritti, quando ci dice che è bello avere il tempo di fare un’intervista come questa, più lunga del solito, lontana dai tre minuti delle interviste tv e degli incontri stampa tipici dei festival. E anche a noi siamo contenti di essere riusciti a prenderci il nostro tempo insieme a Diritti.

In effetti L’uomo che verrà è il vincitore del Festival di Roma. Non solo perché ha vinto due premi, il Gran Premio della Giuria e il Marc’Aurelio d’Oro del pubblico, quindi più di ogni altro film. Ma perché, se ci pensate, fino allo scorso anno il vincitore di Roma era quello segnalato dal pubblico. Mentre da quest’anno, nei comunicati, viene segnalato come vincitore quello scelto dalla giuria (il danese Brotherhood). Ma la vera vittoria, per Diritti, è stata raccontare la morte e la follia, attraverso la vita e la cortesia di un gruppo di persone, di un mondo che non c’è più.

L’uso del dialetto nei suoi film è una scelta nella direzione del realismo. Ma è anche il modo, come per Il vento fa il suo giro, per andare dentro l’anima di un luogo?

Mi piace questa idea. Il cinema è bello quando siamo seduti lì, e dopo un po’ siamo entrati dentro al film. In queste storie dove la lingua aveva un’importanza particolare ho usato la lingua per entrare in quei luoghi. In entrambe le vicende la lingua è un elemento fondante, addirittura ne Il vento fa il suo giro la differenza linguistica è segno dell’identità di un popolo che cerca di sopravvivere, di resistere a un’estinzione quasi inevitabile. Qui è un modo per far sentire il salto del tempo, e per dare la sensazione di un rapporto con le parole che era diverso, di un modo di agire e di parlare. Oggi spesso parliamo tantissimo, siamo nella società della comunicazione, si dicono tante parole ma non si dà il senso forte e incisivo di ciò che si dice. Allora erano meno le parole, e certe volte c’erano solo gli sguardi. Le battute erano dirette, quasi sgarbate, ma molto efficaci, dal punto di vista della comunicazione, a creare i rapporti tra le persone.

I volti sono l’altra grande scelta del film. Si ha l’impressione che le foto dei nostri nonni si l-uomo-che-verr%C3%A0-locandinamaterializzino. O che una macchina del tempo abbia portato la macchina da presa negli anni Quaranta…

Si è fatto un grande lavoro nel casting. Grazie al mio aiuto regista, Manuel Moruzzi, che ha fatto un lavoro di ricerca enorme, e al fatto che le migliaia di persone viste ce le siamo viste una ad una. Abbiamo cercato quei volti che avevamo visto nelle foto o nei filmati d’archivio della cineteca di Bologna, che si riferivano all’Appennino imolese lì intorno. Da lì hanno preso spunto gli scenografi, ad esempio per i carri, e la costumista, per le toppe sugli abiti: si è fatto un lavoro molto intenso, che ha fatto sì che si ritrovasse l’immagine delle foto. Siamo partiti proprio dalle foto. Questo lavoro ci ha permesso anche di evitare cose stereotipate, o di plastica. Lo scenografo, quando andavamo a vedere i luoghi, diceva: qui c’è la materia. Perché c’erano le muffe giuste sui muri, c’erano i mattoni spaccati nel modo giusto. Per trovare la chiesa del film ne abbiamo viste novanta nella provincia di Bologna: il tempo, i restauri, il Giubileo del 2000 avevano fatto sì che fossero ridipinte, o ci fossero delle statuine con le lampadine, e così via. Trovarne una così è stato un piccolo miracolo: non a caso è una chiesa sconsacrata, su una collina. La nostra direzione era quella di essere il più possibile nel ’44. Ho sempre immaginato questo film come la macchina del tempo di cui parla lei. Prendo lo spettatore e gli faccio fare un salto, dicendogli: tu potresti essere lì, il destino ti ha portato a nascere sessant’anni dopo. Ma lì potevi esserci tu.

È un film che parla della vita quotidiana, dei civili, per dire che in realtà siamo noi, ci riguarda tutti…

Sicuramente siamo noi. Siamo noi per la guerra di oggi, per quella che rischiamo di fare domani. Io credo che troppo spesso piangiamo i morti, piangiamo i caduti, piangiamo le disgrazie, purtroppo anche nei terremoti e nelle alluvioni. Andiamo sempre dopo a piangere, ma in questa società siamo fortemente colpevoli, nel momento in cui non agiamo prima, per evitare e per tutelare. Facciamo le travi di un tetto in un certo modo per risparmiare i soldi, e poi le case crollano. Dobbiamo fare un grande sforzo di coscienza morale. Dobbiamo diventare delle persone coscienti e con la morale forte. 

La sceneggiatura parte piano per poi esplodere nel finale. Ha scelto di raccontare la morte raccontando la vita prima, di raccontare la violenza e la crudeltà dei nazisti raccontando la gentilezza della gente contadina?

È una scelta funzionale. Raccontare solo un film sulle vicende belliche non mi interessava, a quel punto sarebbe stato meglio fare una fiction. Io nell’ambito del mio cinema tento, per quanto sia possibile, di tenere al centro l’uomo. Cioè di dire: caro spettatore che sei uomo come me, guarda attraverso questo mio sguardo. E ricordati che tu sei protagonista della vita, e non ti devi nascondere o scappare. Fai in modo che le cose della tua vita siano in funzione di un miglioramento della società in generale. Da questo punto di vista è importante che si senta la condivisione della vita prima, che ognuno di noi guardando si senta lì con quella famiglia, seduto a tavola con loro a mangiare una zuppa dove non c’è niente, a fare il fieno. E a innamorarsi. È importante che abbia coscienza di questo perché ci si accorga, magari prima, che un’ideologia come quella nazista deve essere ripudiata. Purtroppo il Nazismo è stato alleato del Fascismo, non lo dobbiamo dimenticare. E quindi noi italiani, fino al giorno prima, eravamo con quelli lì. E spesso, in altri posti, abbiamo fatto cose simili.

E c’è sempre chi queste cose le minimizza…

Io parto dal concetto che nel momento in cui si perde una vita umana per cause legate alla guerra, è comunque una tragedia per tutta l’umanità. Soprattutto se si tratta di bambini…

Come è nata la frase in cui la bambina chiede “perché i nazisti non sono a casa con i loro bambini”?

Questa cosa nasce dalle testimonianze che mi hanno raccontato. I tedeschi aprivano il portafoglio e facevano vedere le foto dei bambini, mentre pagavano le uova che compravano. E la gente si chiedeva: ma questi allora sono come noi? E nella loro ingenuità contadina c’era la voglia di capire: ma perché allora sono qua? Quella ingenuità è lo sguardo di Martina. Cosa sta a fare questa gente qua, ad uccidere, quando a casa ha i bambini che la aspettano? Questo dovremo ricordarcelo tutti, anche di fronte a una società frenetica che ci spinge a fare tante cose, a correre, a guadagnare, in cui poi non siamo capaci di vivere la quotidianità degli affetti, nei rapporti con le nostre mogli e fidanzate, con i nostri figli. 

Il vento fa il suo giro ha avuto una vita lunga. E dovrebbe continuare a vivere, e venire proiettato ovunque. Quanto racconta il nostro tempo e l’Italia di oggi? Quanto ci rappresenta tutti?

Ci rappresenta tantissimo, soprattutto nel momento in cui siamo convinti di non essere così. Il grande limite della nostra società è che tutti ci sentiamo non razzisti, e che pensiamo di essere beatamente disponibili e “tolleranti”. E la tolleranza implica già un gradino successivo. Forse un film può aiutare in una dinamica in cui la società deve appiattirsi, non in senso culturale, ma in senso sociale, a una parità vera, dove sappiamo riconoscere, nell’ultimo dei barboni, l’importanza che può avere un primo ministro. Sono due uomini di pari dignità. La Costituzione lo dice, ma poi se si fa un articolo sul giornale non è mai così. Il problema è riuscire a sentire questa cosa nel profondo di noi stessi.

 

 

30
Ott
09

Oggi sposi. Una chiacchierata con Luca Lucini. Senza paura e con tante risate.

luciniIo non ho paura. Potrebbe essere questo il motto di Luca Lucini. Ne parlavamo già qualche anno fa, all’indomani dell’uscita del suo secondo film, L’uomo perfetto. Non ha paura, Lucini, di fare film popolari, destinati a un grande pubblico (e infatti ci conferma l’accezione positiva del termine popolare secondo lui). Non ha paura di fare le commedie, in un’era in cui un giovane che dice di voler fare il regista dà per scontato di dirigersi verso un cinema autoriale. Non ha paura di noi critici, e fa bene. Perché verso un film come Oggi sposi in molti potrebbero avere dei pregiudizi. Ma poi alla proiezione stampa al Festival di Roma ridevano quasi tutti. Perché Lucini non ha avuto paura di fare una commedia pura, che facesse soprattutto ridere. L’operazione sembra riuscita. Ora la sfida sarà quella degli incassi, visto che il film punta forte in questo senso.

Come è riuscito a coinvolgere Renato Pozzetto?

Ammetto di avere corteggiato un po’ Renato, così come altri attori. Lo sforzo di questa commedia era curare il più possibile anche i piccoli ruoli. Facevo le due di notte con la direttrice del casting per trovare per ogni piccolo ruolo l’interprete migliore, in modo da dare agli attori principali il supporto giusto. Con Renato è stato un corteggiamento lungo: siamo andati a casa sua, ed è stato bello riuscire a coinvolgerlo, visto che ormai in pratica non lavora più.

Il film rimanda ai maestri della nostra commedia all’italiana. A chi ha pensato?

Più che un riferimento a un film preciso, il nostro è stato un atteggiamento. La commedia all’italiana mi è sempre piaciuta tantissimo, e abbiamo voluto fare un film senza complessi di inferiorità, ma cercando di proporre anche noi qualcosa che fosse coerente con la sensibilità di attori e scrittori della società di oggi. Nelle grandi commedie del passato, sia italiane che internazionali, c’è sempre la possibilità di caratterizzare fortemente i personaggi. Il rischio nel fare questa cosa è che diventino macchiette. È un aspetto che dipende da due cose: la scrittura e la recitazione. Se i personaggi sono scritti bene non sono macchiette, e se sono interpretati da bravi attori, questi riescono a dare una profondità, una forza e un’emotività a dei personaggi che altrimenti sarebbero troppo leggeri. Da Sedotta e abbandonata e Brutti, sporchi e cattivi, ci sono dei personaggi che pur essendo eccessivi risultano vincenti.

Come ha scelto gli attori?

Gli attori sono stati una bellissima sorpresa, capire che gli attori più bravi, più conosciuti e più ricercati del momento avessero voglia di fare una commedia. È quasi un atteggiamento rivoluzionario, una gioia di giocare, di farsi trasformare così tanto. C’è stata un’adesione grandiosa da parte di tutti, da Placido, che ha fatto un ruolo veramente comico, e che ha messo la sua esperienza a disposizione. C’è stato un grande lavoro per gli attori.

Quanto è fuori controllo Placido sul set?

Temevo un po’ il fatto di dirigere un altro regista, e un attore di così grande esperienza. Però ero sicuro che andare un po’ sopra le righe sarebbe stato un valore aggiunto del film. Ho cercato di far capire questa cosa a Placido, e pensavo che fosse un’impresa. Invece ha capito subito il senso dell’esagerazione degli atteggiamenti, della fisicità. Il riferimento per lui era il Nino Manfredi di Brutti, sporchi e cattivi. In una scena doveva dire “nu’milione”, e l’ha detto come lo diceva Manfredi.

È possibile una terza via tra la commedia sentimentale e il cinepanettone in Italia?

In realtà questa è una commedia pura, divertente, non la considero una commedia sentimentale. Ho provato vari tipi di commedia: ho fatto una commedia vera, con Amore, bugie e calcetto, ho fatto una commedia drammatica, come Solo un padre, e direi che la commedia ha tante possibilità. Mi piace esplorare, continuare a provare cose nuove senza targettizzarle in cose già viste. E per me questa è una cosa interessante.

 

 

19
Ott
09

Festival di Roma. Sergio Castellitto: il dolore si fonda sul ridicolo

alza la testa sergio-castellitto 2Si tratta di donarsi, quando si fa cinema. E Alza la testa, il nuovo film di Alessandro Angelini, presentato in concorso al Festival di Roma, è basato su due splendidi regali. Angelini ha regalato a Sergio Castellitto un grande ruolo, quello di Mero, un padre protettivo, un po’ razzista, che allena il figlio nell’arte della boxe, per allenarlo anche nella vita. E Castellitto ha risposto al regista donandosi completamente, improvvisando, aggiungendo calore e colori al suo Mero. Un personaggio in cui dentro c’è molto Castellitto, più di quanto si possa immaginare.

Attraverso Mero, questo padre di Alza la testa, scopriamo tutto un mondo…

Scopriamo un mondo con gli occhi del protagonista, nel senso che lo scopre anche lui. Da una periferia urbana dove poteva essere un re-padrone, e allenatore di questo ragazzino che sta tirando su ed è la cosa a cui tiene di più, si accorge che c’è altro. Prepara questo ragazzino a un futuro radioso nella boxe, ma poi la vita gli dà un gran cazzotto, l’unico cazzotto inaccettabile, indicibile e ingiusto che è la morte di un figlio. A cui reagisce nel modo più naturale: non accettandola, chiudendo tutto e buttando le chiavi nel mare. Ma da qualche parte senti una richiesta, la vita ti concede una speranza. E ti dice: perché non concedi gli organi? Perché non dai un calcio alla possibilità di sotterrare la vita nel dolore? Lui la accetta, e in qualche misura questo lo salverà. Che cosa c’è di straordinario nel concedere l’espianto degli organi? C’è il primo passo verso la separazione dal dolore: accettare che quel dolore può produrre altre cose. E fa un altro gesto scorretto, cercare il cuore del figlio. E da lì cammina verso la sua redenzione: la testa la alza lui, e vede che c’è un mondo intorno, dove la gente si nasconde nei camion, vive sessualità difficili, dove tutti hanno esigenze, bisogni, sogni, diritti e desideri. 

Si è mai interessato di boxe?

Da ragazzo: Cassius Clay è stato una leggenda per tutte le generazioni, e quindi anche per me. Ma non soltanto per il pugilato: era quello che disse di no all’esercito, che divenne musulmano in un’epoca in cui ce lo sognavamo. La boxe è uno sport per poveri, non è uno sport per ricchi: il figlio del ricco va al circolo del tennis dei Parioli, non certo a pigliare cazzotti nelle palestre puzzolenti della periferia. In tutti gli sport si vince e si perde: nella boxe chi perde viene spesso umiliato. Si usa l’espressione “andare al tappeto”: cadi per terra, ti contano, e non ce la fai a rialzarti. È qualcosa di umiliante se fatto sul corpo di un atleta. È uno sport violentissimo non nel senso dei cazzotti, ma nel senso di quella caduta lì.

Recitando nel ruolo di un padre maniacale cosa ha scoperto di sé come padre?

Io sono un padre abbastanza “rompiballe”, ma non maniacale. Sono moltotesta ok attento a quello che fanno i miei figli, ma per il motivo contrario. Perché i miei figli appartengono a un mondo privilegiato, appartengono a una famiglia che ha dei privilegi, e voglio che siano consci di ciò che hanno. Difendo molto i miei figli, guai a chi me li tocca. Rompo sull’orario, su “tira giù il gomito a tavola”. Le chiacchiere non servono, quello che conta sono queste cose qui. Una volta si chiamava “esempio”. I figli guardano molto più di quanto non immagini, ti cercano con lo sguardo. Poi un giorno ti dicono una cosa di te, e tu ti chiedi: come hanno fatto? Ai figli devi dare, come si dice nel calcio, i “fondamentali”: come si tira un calcio di punizione, come si batte un rigore, come si mette la palla al centro. Poi se sei Maradona…

A cosa ha attinto per la scena in cui a Mero dicono cos’è successo al figlio?

È un momento difficile per il personaggio. E lo è stato anche per l’attore. Sono scene in cui ti giochi anche il ridicolo di un’intera interpretazione: spesso noi attori rappresentiamo il dolore in maniera drammatica, ma paradossalmente il dolore si fonda su qualcosa che appartiene più al ridicolo. La reazione al dolore spesso è una reazione più ebete che drammatica: solo nei film quando ti dicono che è morto qualcuno fai una faccia piena di dolore. In realtà, se te lo dicono nella vita fai una faccia da cretino. Resti senza parole, perché non credi che questa possibilità riguardi te. Poi, quando cominci a razionalizzare, lo metti dentro una maschera di dolore. È la buccia di banana: tu cadi, ti spacchi il femore, e gli altri ridono. La tua caduta che è tragica per te, per gli altri è ridicola. Questo lo insegna la Commedia dell’Arte.

A cosa ha pensato mentre la stava girando?

Ho pensato a quei genitori ai quali, dentro alle sale d’aspetto degli ospedali, i medici si avvicinano e con una prassi burocratico-quotidiana dicono “guardi, non ce l’ha fatta”. Mi ricordo che mia moglie Margaret Mazzantini, quando andò a fare dei sopralluoghi negli ospedali per Non ti muovere, mi raccontò che in un angolo c’era un medico che stava dicendo a un genitore che il figlio che era caduto dal motorino non ce l’aveva fatta: quest’uomo annuiva con la testa, accettava il verdetto. Ho una buona memoria, e mi sono ricordato di questo.

È stato diretto da un regista poco più che trentenne. Come è stata questa esperienza?

Angelini ha la capacità di portare avanti la sua intenzione narrativa. E nello stesso tempo ha una delle migliori qualità che può avere un regista: quella di saper approfittare del talento degli altri. Siccome quello non ci manca, glielo abbiamo messo a disposizione ed è stato bravo ad usarlo.

testa ok 2Il Mero che vediamo nella prima parte è molto Castellitto. Quanto ci ha messo di suo, quanto ha improvvisato?

Abbiamo improvvisato molto. Il gruppo di attori intorno era straordinario: Augusto Fornari, Giorgio Colangeli. E la generosità degli attori conta. Mi ricordo che quando abbiamo girato la prima scena, quella del pulmino che arriva, ho detto al regista che avevo una proposta, e che gliel’avrei fatta sentire nell’azione: certe volte quando dici ai registi le cose prima non piacciono, invece se le fai a sorpresa restano soddisfatti. Quell’“ave froci” è un’idea mia: è proprio quel mondo lì, quel maschilismo lì, quel pasolinismo lì. I veri amici di quel’archeologia di amicizia la cosa che si dicono per amarsi e per offendersi è “frocio”, la cosa più scorretta. Angelini ha un grande talento a capire, a scegliere. E ha capito che la cosa funzionava. Anche “fallo uscire di Radu” (Radu è un collega romeno di Mero, che dice questa battuta alla moglie, ndr) è un’idea mia.

Mero è razzista in una maniera tutta sua…

Mero è un uomo basico, vive il suo razzismo in maniera aperta, non ha ambiguità. Alla ragazza romena del figlio dice: “tu sei romena, sei venuta qui, ma prenditi dei soldi, voi fate così”. Mero non è un uomo colto, vive in un Bronx dove ha tra i suoi migliori amici Radu, ma poi dice “sti cazzo de romeni”. In realtà lui è razzista, perché è stato abbandonato da una donna, straniera, e per un uomo della sua cultura è inaccettabile essere abbandonato da una donna. È una splendida piccola umanità, raccontata in maniera molto ruvida. Trovo che questo sia un film abbastanza straordinario, con un finale “zavattiniano”: questa pernacchia, questo pensare ancora che ci possa essere un miracolo a salvare la vita di una ragazzina lo trovo commovente.

Ci può raccontare del suo prossimo film tratto da Margaret Mazzantini?

Prima di Venuto al mondo, tratto da un suo libro, ora sto girando un film scritto sempre da Margaret, che si chiama La bellezza del somaro. È un’espressione che definisce la bellezza della gioventù: è quando si dice “è bello, te credo, ha quindici anni”! È la stoltezza giovanile. È una commedia molto divertente, direi esilarante, anche questa è una belle pernacchia con un gruppo di attori importanti: Laura Morante, Marco Giallini, Gianfelice Imparato, Enzo Jannacci. E ci sono anch’io. È la storia di un gruppo di amici quaranta-cinquantenni che si ritrovano in campagna per un week end, con le loro famiglie allargate. Sono architetti, cardiologi, con le loro mogli o amanti, i loro rispettivi figli. E si crea un magnifico scontro di generazioni tra i padri e i figli.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

25
Set
09

Quentin Tarantino. Sono l’aspirapolvere del cinema

tarantino-sipaIl cinema può cambiare la Storia? Forse no. Ma forse può farlo “un” cinema. Come il piccolo cinema di Parigi dove si riunisce il gotha del Terzo Reich per la prima di un film di propaganda voluto fortemente da Goebbels. Riuscire a far bruciare quel cinema, con all’interno Adolf Hitler, vorrebbe dire cambiare la Storia. È di questo che parla Bastardi senza gloria, il nuovo, grande film di Quentin Tarantino. “Mi piace l’idea che il cinema potesse far crollare il Terzo Reich” ha dichiarato il regista americano oggi a Roma per presentare il film. “È una metafora succosa. E poi nel film non è solo una metafora, succede davvero”.

Fa i conti con la Storia, Tarantino. Per la prima volta nella sua carriera gira un film ambientato dichiaratamente nel passato, in un periodo storico preciso. E, da Deus ex machina per eccellenza, burattinaio in grado di manipolare a suo piacimento i suoi personaggi e lo spettatore, si permette di manipolarla, la Storia. “Il primo motivo che mi costringe a sedermi e scrivere un film è la sperimentazione” ci racconta. “In questo caso ho deciso di fare un sottogenere italiano del film bellico, che potremmo chiamare Maccheroni Kombat. Mentre scrivi poi vengono fuori i sentimenti. Così la prima idea che mi era venuta in mente è stata quella di fare un film di guerra. In un secondo momento sono riuscito a far venire fuori le mie riflessioni”. Il risultato è un universo parallelo, nel quale il Terzo Reich potrebbe cadere grazie a un manipolo di coraggiosi eroi, e a una ragazza ebrea che, scampata a un eccidio, gestisce un cinema a Parigi. “Quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura non sapevo che sarei andato così lontano dalle verità storiche: credevo che sarei stato più fedele alla Storia” confessa Tarantino. “Quando stavo arrivando alla fine della sceneggiatura mi sono chiesto cosa diavolo stessi facendo: avevo lasciato scrivere la storia ai miei protagonisti. Nei miei film non ci sono state mai cose che non si potessero fare. Allora ho pensato: i  miei personaggi in quel momento non sanno come va a finire. E allora hanno cambiato il corso della Storia. Ovviamente, non essendoci stati, non hanno potuto farlo, ma se ci fossero stati forse tutto questo sarebbe stato possibile”.

Tra i personaggi chiave del’Operation Kino c’è un ufficiale inglese, che parla perfettamente il tedesco, interpretato dainglorious-bastards_poster Michael Fassbender. “Il personaggio di Fassbender è importante: tutta la missione si basa su di lui, è l’unico che sa il tedesco, in poche parole è l’uomo della missione” spiega Tarantino. “Senza di lui non si può fare. È come David Niven ne I cannoni di Navarone, che è l’unico in grado di distruggere i cannoni. Quello che gli succede è il mio modo di mescolare le carte”. Il personaggio di Fassbender è un critico cinematografico. Il fatto che non faccia una bella fine ci fa chiedere quale sia il rapporto con i critici di Tarantino. “Ci sono critici che conosco e che sono miei amici” ci racconta. “Mi piacciono i critici: se non facessi quello che faccio, probabilmente sarei un critico. Forse in futuro mi metterò a scrivere di cinema, o pubblicherò un libro con le recensioni che scrivo e non faccio leggere a nessuno. Nel 1994, quando è uscito Pulp Fiction, alcuni critici dissero: Tarantino non sarà mai un maestro della suspence, perché  è troppo dedito ai dettagli. In questo film ho giocato molto sulla suspence, come nella prima scena o in quella nel bar. Mi sono ricordato di quella critica.” Ed è davvero carico di suspence Bastardi senza gloria. Hitchcock diceva che se vediamo delle persone sedute a un tavolo, e se sappiamo che sotto a quel tavolo c’è una bomba che sta per scoppiare, staremo in ansia in attesa dell’esplosione. È questa la suspence. Ne troviamo almeno tre, di questi apparenti momenti di quiete attorno a un tavolo, nel film. E la bomba sono i nazisti. Che, lo sappiamo, possono far esplodere la loro violenza in qualunque momento. Una di queste è la prima scena, in cui conosciamo Hans Landa, terribile/irresistibile ufficiale nazista interpretato da un grandioso Christoph Waltz, premiato come miglior attore a Cannes. “Quando si scelgono buoni attori, loro prendono il personaggio e lo capiscono” ci spiega Tarantino. “Nella scena in cui Hans Landa interroga il contadino e tira fuori una pipa enorme alla Sherlock Holmes, in sceneggiatura la pipa appariva in scena un paio di volte. Mangiando una Wiener Schnitzel (tipico piatto austriaco, la nostra cotoletta alla milanese, ndr) con Christoph Waltz, gli ho suggerito: forse Landa non fuma la pipa, ma sa che può essere una tecnica di interrogatorio, visto che lui sa tutto, e sa che LaPadite usa la pipa. E quando la tira fuori vuole dire: la mia pipa è più grande della tua. E anche: sono come Sherlock Holmes, sono un investigatore e ti scoprirò! Waltz era d’accordo con me, e se mi avesse detto di no, che Landa fuma comunque la pipa, avremmo fatto la scena in un altro modo”.

Per far bruciare il cinema non servirebbero esplosivi. È la pellicola stessa, altamente infiammabile, a farlo bruciare. “Ogni tanto da sceneggiatori esistono momenti in cui si hanno idee eccezionali” spiega Tarantino. “È come se Dio venisse e ti toccasse con un dito. Ho pensato che si potessero usare le pellicole per bruciare un cinema: un tempo il primo compito di chi gestiva un cinema era impedire che il cinema andasse a fuoco, e ho pensato che se questi BASTARDI DEFpersonaggi potevano evitarlo, erano anche in grado di farlo bruciare. È la pellicola, la pellicola a 35mm che fa cadere il Terzo Reich. Mi sono chiesto anche quale film avrebbe dovuto dare il via all’incendio, se un film censurato dal Reich, come un film di Renoir, e allora a bruciare i nazisti sarebbe stata una vendetta, o un film di propaganda di Goebbels, e allora il Reich sarebbe stato annientato dal suo stesso odio”.

È un film catartico, Bastardi senza gloria, un film dove la violenza estetica e artificiale di Tarantino incontra per la prima volta la violenza vera, quella nazista. E le si ritorce contro. Non è mai stato così bello essere violenti. Per una volta (era successo anche in Defiance) sono gli ebrei a ribellarsi e ad affondare i colpi, invece di venire sopraffatti. “Volevo fare un film su un gruppo di uomini con una missione, come Quel maledetto treno blindato, un Maccheroni Kombat” racconta il regista. “Mi sono chiesto chi potessero essere questi uomini e quale potrebbe essere la loro missione. Perché non un gruppo di ebrei americani che effettuano una resistenza come quella degli Apache? Loro operano dietro le linee nemiche, prendono gli scalpi ai nemici, li lasciano senza scarpe. Ho pensato che così i tedeschi avrebbero avuto paura, e la leggenda dei bastardi senza gloria si sarebbe diffusa. Era una storia che non avevo mai visto: gli ebrei al cinema venivano sempre uccisi, io volevo vedere l’altra parte della storia”. Il capo dei “bastardi” è Aldo Raine, interpretato da Brad Pitt, con un accento irresistibile, e le mandibole gonfie come il Marlon Brando de Il padrino. Con lui Tarantino ha fatto un gran lavoro. “Si lavora in modo diverso con ogni attore: ognuno ha la propria personalità” ci spiega. “Io sono uno scrittore, creo dei personaggi. Sono i miei bambini, li amo, ho dato loro la vita. Scelgo attori che possano fare al meglio questi personaggi, che diano vita alla pagina scritta. Se tempo fa mi avessero chiesto: ‘vuoi lavorare con Brad Pitt?’ Avrei risposto di sì, ma ci sarebbe voluto un personaggio adatto. Quando ho lavorato con De Niro, ho spiegato io a lui il personaggio, perché lo avevo creato. Conosco un sacco di cose su un mio personaggio. Cose che il pubblico non saprà mai. Ma voi dovete sapere che io le so”.

Il film Nazi-Pop di Tarantino riesce a conquistare tutti: i cinefili e il pubblico che ama divertirsi, due categorie che da noi non si incontrano quasi mai. “C’è qualcosa del genere nel cinema italiano: due mondi che non si toccano mai” concorda Tarantino. “A me piace fare incontrare mondi diversi. Userò Le iene come esempio: io non mi considero un cineasta americano. Sono americano, ma faccio i film per il mondo. Le iene è un film di gangster. Io sono stato influenzato dal cinema di tutto il mondo, ho visto i film sulla Yakuza, i polizieschi italiani di Fernando Di Leo, i noir di Jean-Pierre Melville. Ne Le iene ci sono tutte queste influenze. Non ho messo i trench a tutti per farli sembrare in un film di Melville. Se gli americani non hanno visto mai un film di Di Leo, potrebbero dire che Le iene assomiglia a Quei bravi ragazzi. Qui in Italia potete dire che si avvicina anche ai film di Di Leo. Io sono come un aspirapolvere, ho colto tutte le influenze dei film che ho visto, e che ora funzionano a livello subliminale. Per questo il pubblico di tutto il mondo risponde ai miei film, e ogni pubblico lo fa alla sua maniera”. Lo avevamo definito frullatore cinefilo, o deejay filmico, per la sua abilità nel mescolare. Ma la definizione migliore è la sua: l’aspirapolvere del cinema.

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25
Set
09

Venezia 66. Tris di donne & abiti nuziali. Sergio Castellitto: uno sguardo nuovo su Napoli

castellitto defNonsoloGomorra. Napoli non è solo quella di Gomorra, o quella raccontata da Abel Ferrara in Napoli Napoli Napoli. Non può essere solo quella. C’è anche una Napoli normale, come quella che vive al Vomero, dove è ambientata la commedia Tris di donne & abiti nuziali, di Vincenzo Terracciano, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti. C’è una famiglia normale, alle prese con un matrimonio, ma questa famiglia ha un segreto: il padre è un giocatore d’azzardo. È Sergio Castellitto, protagonista e mattatore del film, a raccontarci questa Napoli normale e inedita. “La differenza sostanziale con la Napoli ‘gomorresca’, che è una Napoli raccontata e filmata in maniera sublime, e questa è che quella è una Napoli filmata, questa è una Napoli messa in scena. Ed è una Napoli di regia” racconta l’attore. “Quando dico che è una Napoli che viene raccontata con delle ombre e delle luci quasi cechoviane, voglio dire che è una Napoli sorprendente, una Napoli dove non si vede mai il mare se non alla fine. È una Napoli dove si devono scendere e salire le scale, altro che vicoli. E questa è una delle cose più divertenti del film. È un’autentica novità visiva, ma dentro una tradizione quasi antica”.

Ed è antico, o storico, il solco nel quale si inserisce il film. “Io parto sempre più dal comportamento che dalle parole che il personaggio dice” ci racconta. “È evidente che, fatti tutti i debiti umilissimi raffronti, questo film ha la pretesa di essere figlio della grande Commedia all’italiana. Anche Il sorpasso finiva con una tragedia. Io ho pensato ai grandi attori del cinema italiano che scrivevano: De Sica, Edoardo, Germi. In questo senso ho pensato a certi tic, a certi baffi, certi movimenti della mano. Il film è un vero atto d’amore verso quegli attori che mi hanno insegnato un certo modo di recitare, profondamente italiano, che racchiude il dna del nostro modo di essere: un modo umile e presuntuoso insieme, che mette insieme quelle che si chiamano la miseria e la nobiltà della recitazione”. A proposito di recitazione, accanto a Castellitto c’è Martina Gedeck, che interpreta la moglie tedesca. “Sono strafelice di aver lavorato ancora con Martina Gedeck, che mi ha fatto scoprire il mio lato berlinese. Che è molto più profondo di quanto avessi mai immaginato” ci tiene a dire. “E sono strafelice che la Rai abbia prodotto questo film, perché ci offretris locandina la possibilità di raccontare una delle città più terribili e più drammatiche e desolanti del nostro paese con uno sguardo improvvisamente talmente nuovo da diventare anche un po’ spiazzante, ma oggettivamente molto inconsueto”.

Castellitto e la Gedeck non recitano in dialetto, ma riescono a ottenere una mimesi per la quale il loro italiano ha un retrogusto, un sapore di napoletano. Ma è inevitabile non chiedere a Castellitto delle polemiche sul dialetto nel cinema sollevate qualche settimana fa dalla Lega Nord. “Sui dialetti è stata montata una polemica finta, una polemica politica più che culturale” risponde. “In Italia al cinema si è sempre parlato dialetto. Che lingua parlava Gassman ne Il sorpasso? Che lingua parlavano I soliti ignoti? Che lingua parlava il carabiniere innamorato di Gina Lollobrigida? Si è voluto soltanto strumentalizzare questa cosa in una direzione ben precisa. Ma la lingua napoletana, la lingua friulana, la lingua veneta, la lingua lombarda ci sono sempre state. È veramente una cosa inventata sul momento. Un ultima stoccata polemica l’attore romano la dedica ai tagli del governo al FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo. “Vorrei fare una conclusione finale che non riguarda il film” conclude. “Questo festival per me è stato importante, con due film molto diversi che mostrano il mio modo di fare questo mestiere. Per quanto mi riguarda questo festival è iniziato all’Excelsior di Via Veneto a Roma, dove è stato presentato il programma, e dove molti artisti hanno manifestato contro un gravissimo problema, quello dei tagli al FUS. All’Excelsior di Venezia voglio ricordare che il problema c’è ancora, anche se in Italia finisce un po’ tutto sotto l’ombrellone durante l’estate”.

(Pubblicato su Moviesushi)

 

21
Set
09

Luca Argentero. Julia Roberts, che bel regalo!

lucaArgentero vivo. Passateci il gioco di parole, ma ci sembra il modo giusto per definire Luca Argentero, un attore che ha l’argento vivo addosso. Luca Argentero è l’attore del momento: la sua lunga stagione di successi è iniziata con Solo un padre, è continuata con Diverso da chi?, e ora è il momento de Il grande sogno, il film più discusso del momento, appena passato a Venezia. E prima della fine dell’anno ci sarà anche Oggi sposi, di Luca Lucini. Si tratta di ruoli diversissimi uno dall’altro, che dimostrano la versatilità di questo attore, un ragazzo che si cala in ogni nuova avventura con grande curiosità e umiltà. A volte sembra ancora non credere do essere a questo livello, e non si sente per nulla arrivato. E il bello di Argentero è anche questo, il suo stupore di fronte alle cose.

In questi giorni Argentero sta girando il film italiano di Julia Roberts, Eat, Pray, Love, e inizierà presto a girare con Giambattista Avellino C’è chi dice no, con Paolo Ruffini e Paola Cortellesi, una commedia sui raccomandati, su chi perde il posto di lavoro e su come riconquistarlo.

Abbiamo incontrato Argentero alla Feltrinelli di Via Appia a Roma, dove è stato presentato il dvd di Diverso da chi?. La folla accorsa alla presentazione ha dimostrato ulteriormente quanto sia amato questo attore. Con il pubblico si è parlato anche de Il grande sogno (“auguro a tutti quelli che fanno il mio lavoro di lavorare un giorno con Placido” ha dichiarato), ma soprattutto di Diverso da chi?, uno di quei film fortunati perché scritti bene (“la sceneggiatura è di Fabio Bonifacci, che ha fatto come in Lezioni di cioccolato: ha preso un argomento di cronaca, su cui non si può scherzare, e l’ha trattato in forma di commedia, con garbo” ha detto Argentero in proposito) e capaci di leggere in maniera lucida la realtà. Il film infatti è uscito dopo che il progetto di legge sui Dico, che regolava tra l’altro le unioni tra omosessuali, era naufragato, e parla di un partito (modellato sul PD), in cui convivono anime molto diverse. Per questo Diverso da chi? può essere considerato un segno dei tempi.

Sia lei che Filippo Nigro avete iniziato con Ozpetek, in un ruolo gay. Poi lei ha fatto cose molto diverse, ed è tornato a un ruolo di questo tipo. Come è entrato nella parte, e quanto è diverso questo ruolo da quello di Saturno contro?

Già la tipologia dei progetti è diversa: allora devi pensare ad accordare uno strumento in modo diverso. Il film di Ferzan era drammatico, aveva caratteristiche diverse, la storia dei personaggi era diversa. L’unico punto in comune è il punto di partenza: due coppie che si amano profondamente. Le indicazioni erano diverse: nel caso di Ozpetek si parlava della normalità dell’amore, in Diverso da chi? la preoccupazione è data sì al personaggio che porto in scena, ma anche dal fatto che stai girando una commedia, che paradossalmente è molto più tecnica, è fatta di tempi comici, di battute, di pause, di silenzi, di ritmo. Ci devi mettere più cose.

Pensa che la versatilità sia una delle sue caratteristiche? Nell’ultimo anno l’abbiamo vista in ruoli molto diversi uno dall’altro…

Io ci provo. La cosa incredibile che ho scoperto è che la preparazione a un ruolo è la cosa più divertente. Il primo giorno di riprese sul set è come se la parte costruttiva, quella in cui devi scoprire le cose, sia quasi finita, esaurita. E da lì in poi diventa lavoro…

Nel caso di Diverso dai chi? qual è stata la sua preparazione?

È stata strana. Quello che mi ha aiutato, come una sorta di stampelle, sono stati i costumi. Per prepararmi al ruolo mi ero concentrato sul fatto che Piero fosse una persona formata, soprattutto dalla sua militanza nelle associazioni: così ho cercato molte informazioni sulle associazioni – nella storia è un presidente di Arci Gay – per capire come funzionano, come aiutano i giovani, delle cose molto standard. Una cosa incredibile che mi succede è che, una volta fatta la preparazione, una volta fatte le letture, tutte le ricerche, arrivo alla prova costumi. E quando ti metti quegli abiti precisi, è come se arrivasse qualcosa che ti dà immediatamente idea di quello che devi fare: ti cambia la postura, ed è  una cosa stranissima. E che succede senza che lo cerchi molto.

La fortuna di un film è anche il momento storico in cui esce. Diverso da chi? è uscito in un momento particolare, dopo l’odissea dei Dico e la famosa canzone di Povia…

Luca era gay… (canticchia, ndr). Quella canzone è stata una sfortuna per noi, non è stata per nulla d’aiuto, e ha creato molta confusione rispetto alla trama. Con l’altro aspetto ci siamo rapportati molto: questo film si basa tantissimo sulla satira politica. Mascherata da commedia romantica atipica – perché il triangolo è atipico – c’è una commedia a base di satira politica. Per noi quindi l’aspetto politico è stato fondamentale. È stato molto divertente affrontare la politica locale: confrontarsi con quella nazionale sarebbe stato troppo complesso. Invece la realtà locale è molto gestibile: l’impressione che si cerca di dare è che i politici locali siano un po’ dei poveracci, nel senso che pendono dalle decisioni di persone che stanno al di sopra di loro, e quasi non esistono, mentre loro si trovano a gestire delle situazioni molto reali, come aver a che fare con i genitori per gli asili nido. Allo stesso tempo ci trovavamo in una città del nord-est, e si può immaginare che scombussolamenti può portare un tema come l’omosessualità…

Sta per uscire il suo nuovo film, Oggi sposi, diretto da Luca Lucini. Che film sarà?

Oggi sposi uscirà il 23 ottobre, è una commedia divertente, la storia di quattro coppie che devono riuscire a sposarsi: è un progetto molto particolare, perché abbiamo cercato di fare un passo in più rispetto al tono della commedia a cui siamo abituati: riuscire a rendere reale qualcosa di più surreale del normale. La sceneggiatura è sempre di Fabio Bonifacci, come per Diverso da chi?.

Come è nata la sua partecipazione al film Eat, Pray, Love con Julia Roberts?

È stato un bel regalo, una cosa inaspettata. In Italia capita di andare a fare dei provini per dei piccoli ruoli, com’è il mio. Normalmente è difficile essere presi, invece stavolta è andata bene: ho passato tre settimane su un set meraviglioso, a fianco a Julia Roberts. Che è stata come me l’aspettavo, estremamente gradevole. Dal punto di vista professionale in questi casi non hai preoccupazioni: sai che è una persona che ti garantirà una performance e un aiuto totale. Ma a livello umano non sai mai cosa aspettarti. E invece è una persona meravigliosa. Io faccio il ruolo di un ragazzo che conosce in Italia, che diventa suo amico e che la porta un po’ in giro per Roma, a svagarsi.

(Pubblicato su Movie Sushi)

10
Set
09

Venezia 66. Fatih Akin: Ho scoperto il mio sense of humour

fatih-akin_1196549104Applausi per Fatih! Soul Kitchen, il film del regista turco-tedesco Fatih Akin, è stato tra i più applauditi della Mostra di Venezia, sia alla proiezione stampa, che all’arrivo del cast in sala stampa. Akin, 35 anni, nato in Germania da genitori turchi, ha girato una commedia, irresistibile e lontanissima dai suoi primi lavori. Soul Kitchen è ambientato in un ristorante gestito da un ragazzo greco. È la storia di qualcuno che riesce a farcela, e per questo ci sembra il film perfetto per sognare la fine della crisi economica. È simpatico e affabile, Akin. Ha girato un film sulla cucina, ma dice di non essere un bravo cuoco. Non ha talento, dice. Poco male, un altro talento ce l’ha. Ed è quello di fare i film.

Nel suo film c’è tanta bella musica. Ha mai pensato di dirigere un musical?

Per certi versi questo film è un musical. Ci sono molte scene con gente che balla, e la musica è parte della storia. Amo vedere e filmare la gente che balla. È così bello, è sensuale e rende felici.

I suoi personaggi hanno una relazione intensa con la città. Era importante che il film fosse girato ad Amburgo?

Il film è un omaggio alla mia città natale. Sono nato e vivo ad Amburgo. Sono stato a Istanbul, in Turchia, molte volte, ma per me non è come Amburgo. La sposa turca è considerato un film di Istanbul, ma lì è ambientata solo la seconda parte, mentre la prima è proprio ad Amburgo. Ho dovuto imparare a scoprire nuovamente la mia città. In questi anni ho visitato molti luoghi esotici: ho visto il Messico, e avrei voluto girare là, ho visto la Slovenia, New York. Ma Amburgo è il posto dove vivo, è il posto che amo. Ho dovuto aprire gli occhi e vedere la mia città di nuovo. Abbiamo girato in molti luoghi, come alcuni locali, che in futuro non ci saranno più, o già adesso non esistono, perché Amburgo è una città che cambia molto velocemente. Non abbiamo voluto mostrare una Amburgo turistica, ma una Amburgo che fosse personale. Volevo poter dire: sono stato in quei locali, sono stato su quei tetti. Credo che Amburgo ne avesse bisogno, perché al cinema c’è sempre Berlino, Berlino, Berlino…

Dove si sente più a casa? A Istanbul o ad Amburgo?

Ad Amburgo. Quella è casa mia. Amo la Turchia, ci sono molti membri della mia famiglia lì, ma sono nato ad Amburgo, c’erano dei bei parchi giochi per bambini quando ero piccolo. La città non mi ha mai trattato male. E sarebbe sbagliato considerare casa Istanbul, sarebbe un clichè. Posso arrivarci comunque con due ore di aereo, e mi piace stare lì.

È un bravo cuoco?

No, non sono un bravo cuoco. Conosco molti bravi cuochi: sono sempre pieni di belle donne, perché riescono a fare colpo su di loro con la loro cucina. Così ho sempre cercato di farmi insegnare, ma non ho talento.

Qual è la sua cucina preferita?

Quella italiana! E anche quella turca! E anche quella tedesca: il pesce di Amburgo…

Come mai avete puntato su una comicità fatta di gag così fisiche?

Volevo scoprire qual’era il mio sense of humour. Volevo capire cos’era divertente per me. Mi piace Jim Jarmush, Adriano Celentano è molto divertente,  e lo sono anche le cose che fa Bud Spencer… E poi c’è Billy Wilder. E Buster Keaton. Il risultato è un campionamento di tutte queste influenze, non credo che stessimo imitando nessuno stile. È come nell’hip hop: si campiona qualcosa da una parte, ad esempio un ritmo, e qualcosa da un’altra.

Ci saranno cambiamenti in Germania? Cosa si aspetta dalle prossime elezioni?

Se avremo sfortuna nelle imminenti elezioni continueremo con questo pensiero liberale, che è molto negativo per la Germania. Se avremo fortuna andremo verso sinistra, sinistra, sinistra. Che vorrebbe dire cambiamento, perché in Germania la sinistra non governa da moltissimo tempo. È come dice Obama: ci vuole un cambiamento.

Credo che il suo sia il film giusto per questo periodo, perché è pieno di fiducia. È il film giusto per dare un segnale contro la crisi economica? E come è stata percepita in Germania?

Penso che la Germania in qualche modo sia sopravvissuta alla crisi. Molte persone hanno temuto di perdere il lavoro, alcuni lo hanno perso, ma in confronto agli altri paesi, come Inghilterra e America, la situazione non è stata grave. Il che forse non è un bene, perché ogni crisi è un’opportunità di migliorare le cose. All’inizio della crisi si diceva che avrebbe colpito le persone giuste, come i broker di New York. Ma non è così. Invece ci sono tanti lavoratori che perdono il posto. Per quanto riguarda il cinema, prima di fare questo film sfogliavo la margherita dicendo “m’ama – non m’ama”: non sapevo se fare o non fare questo film. Così sono passati cinque anni, e l’ho fatto, ed è uscito in piena crisi. Si dice che durante la crisi le commedie vadano meglio. Allora spero che la crisi duri a lungo…sono molto egoista (ride)!

Ha mai pensato di fare il deejay alle feste?

Forse stasera, alla festa dopo la prima del film. E siete tutti invitati!

(Pubblicato su Movie Sushi)

10
Set
09

Venezia 66. Ethan Hawke: il mio poliziotto in lotta col proprio ego

ethanhawkeEra uno degli attori più attesi a Venezia, Ethan Hawke. Abbiamo scritto attori, e non star, perché Hawke da qualche anno ha deciso di intraprendere una carriera meno scontata di quella che si poteva prevedere. Lontano dai ruoli che lo hanno reso famoso, le commedie sentimentali Giovani, carini e disoccupati e Prima dell’alba, che l’avevano reso uno dei simboli della Generazione X post grunge degli anni Novanta, ha deciso di lavorare molto in teatro, di recitare Shakespeare, ha cercato ruoli in piccoli film indipendenti, e in film di genere, come il giallo e il poliziesco, ma di grande qualità. Negli ultimi anni la svolta ulteriore è stata quella di presentarsi al pubblico con dei ruoli negativi, come Hank, il protagonista di Onora il padre e la madre di Sidney Lumet, e Sal, il protagonista di Brooklyn’s Finest di Antoine Fuqua, un poliziotto corrotto, che la sceneggiatura e l’interpretazione di Hawke rendono però molto umano. È un attore, Ethan Hawke, e non una star. Quando l’abbiamo incontrato si è dimostrato cortese e disponibile come ce l’immaginavamo. E per una volta non ci è caduto un mito.

Com’è riuscito a calarsi in questo ambiente così duro come quello della polizia di New York?

Io e Antoine Fuqua avevamo già lavorato insieme, e avevamo girato proprio un film simile. Quindi non partivamo da zero. Il bello del film poliziesco è che è l’unico genere che permette di parlare di persone vere, reali. Quando abbiamo realizzato Training Day, la gente continuava a ripetere che Antoine Fuqua era un pazzo, perché voleva girare il film nelle vere location dove avvenivano i fatti, come South Central, a Los Angeles. Poi, quando il film è uscito, tutti non facevano altro che parlare di quanto fosse autentico, realistico, efficace. Pensate a Il braccio violento della legge: è un film così realistico perché gli autori si sono tuffati in quello che è il cuore di New York. Anche in questo caso Antoine ha voluto che si lavorasse in questa maniera. Ha i legami con le forze di polizia, oltre che la conoscenza, la passione e il cuore.

Come sceglie i suoi ruoli?

Quando interpreti un ruolo puoi essere bravo tanto quanto lo sono i tuoi collaboratori. Ci deve essere qualcosa nel ruolo che ti parla, ti attira. Quando ho letto la sceneggiatura di questo film il personaggi mi ha commosso. Mi rendevo conto che lottava con il proprio ego, con il proprio orgoglio, ed è qualcosa che mi ha toccato nel profondo. La scelta dipende anche da chi te la manda la sceneggiatura: se ti arriva da una persona come Antoine, una persona che ti dice di avere delle serie intenzioni di fare il film, allora capisci che fa sul serio, che lo vuole realizzare e che lo farà. E anche questo è importante. Quando invece cerchi di dare del tuo meglio in una situazione in cui non tutti danno il loro meglio, la cosa non funziona.

Lei è anche uno scrittore. Quali sono i suoi autori preferiti?

Non saprei dire quali sono, perché cambiano continuamente. Visto che sono in Italia potrei dire Italo Calvino.

È già stato a Venezia con un film da regista. Pensa che continuerà a dirigere film?

La mia esperienza qui a Venezia come regista per presentare L’amore giovane è stata ottima. Per potermi ricaricare, per raccogliere l’energia, ho bisogno di fare cose diverse dal recitare. Ho iniziato a recitare quando avevo tredici anni. Ma ho sempre cercato cose diverse da fare, per far trovare la carica per continuare. La cosa strana, che davvero non mi so spiegare, è che ogni volta che faccio la regia di un film, e una volta finito mi allontano dal progetto, il fatto di aver fatto il regista mi rinnova la passione per la recitazione.

Che possibilità ci sono che diventi San Francesco per Richard Linklater?

Ovviamente sarei strafelice di interpretare un nuovo ruolo per lui. Sono anni che collaboro con Linklater. Sono in ottimi rapporti con una serie di registi fantastici, tra cui Antoine Fuqua. E mi piace tantissimo approfondire i rapporti con le persone che stimo. Devo dire non avrei interpretato un ruolo come quello di Brooklyn’s Finest se non ci fosse stato Antoine.

Quanto importante è stata per lei la sua esperienza con Sidney Lumet?

Sidney Lumet è un grandissimo regista. È molto diverso dagli altri, per il fatto che probabilmente è il regista che prima di girare fa più prove di chiunque altro con cui abbia lavorato. Quando arriva il momento di fare le riprese effettive praticamente il film è già fatto, perché ha preparato tutto nelle prove. Per questo riesce a girare i film in tempi così brevi. In questo è molto diverso rispetto alla maggioranza dei giovani registi, che in pratica filmano le prove: in questo modo hanno tonnellate e tonnellate di girato, con tutte le varie opzioni per le scene, e creano poi il film in sala montaggio. Sidney è la vecchia scuola: crea già il film nella sua mente, ha già il montaggio in testa. Tra l’altro ha una profonda conoscenza della recitazione, visto che ha lavorato con Lee Strasberg

Ritrova qualcosa di quel personaggio in questo suo nuovo ruolo?

Io non vedo questa similitudine, ma non è detto che non ci sia. Hank, il protagonista di Onora il padre e la madre, era un personaggio completamente privo di spina dorsale. Sal è una persona che la spina dorsale ce l’ha. Quello che forse hanno in comune è questo senso di colpa, il rimorso.

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09
Set
09

Venezia 66. Michele Placido: Con Casini per ricompattare la sinistra…

michele-placidoHa fatto il Sessantotto, Michele Placido. E ne è giustamente orgoglioso. Ma il suo percorso è molto diverso da quello di tanti ragazzi che hanno formato la loro coscienza politica nelle aule delle università. Placido era un poliziotto. Con un “grande sogno”, quello di recitare. È proprio quella di Michele Placido la storia de Il grande sogno, il suo nuovo film presentato oggi in concorso al Festival di Venezia (è il terzo film italiano). Il personaggio di Nicola, interpretato da Riccardo Scamarcio, è lui. E proprio questo suo percorso tutto particolare lo rende un artista sì di sinistra, ma mai allineato e sempre imprevedibile. Così ha sorpreso anche oggi, quando gli abbiamo chiesto cosa pensasse della sinistra di oggi. “La sinistra di oggi? Sono molto tentato a lavorare più per Casini, o per un centro che porti la sinistra a compattarsi contro Berlusconi, ma non perché ce l’abbia con lui, ma perché sono sempre stato da una certa parte” ci ha risposto. “Parlo di un centro-sinistra. Diciamo che sono un po’ come Aldo Moro? Perché non lavoro a sinistra? Perché, lo sapete benissimo, è difficile. Invece mi piacerebbe lavorare a una grosso partito popolare cattolico, di sinistra e centro, che però vada contro questo governo.

La sorpresa è servita. Ma in effetti la sua storia incuriosisce, e spiega tante cose della sua personalità. “Sono entrato in polizia nel ’66” racconta. “E tutto è partito dalla morte di Che Guevara: i movimenti studenteschi in quel periodo non c’erano. Ad esempio, a Bari mi avevano iscritto al FUAN, che era la formazione di destra, che in quel momento faceva politica più della FGCI, che era troppo legata al PCI. La mia formazione va contestualizzata con l’ambiente in cui sono cresciuto, un paesino del sud, dove la politica in pratica non esisteva. A nove anni io volevo fare il prete… Insomma, in politica mi sono formato tardi, così come sono andato a letto tardi con le donne, appena a vent’anni. Sono tardivo, ma poi negli anni ho recuperato”. Un paesino del sud, le origini proletarie (un giornalista ci fa notare che è il primo film sul Sessantotto girato da un autore di queste origini) e un lavoro, quello di poliziotto, preso senza troppe convinzioni, per trovare una sistemazione. Ma con un grande sogno: fare l’attore. E il teatro è una parte importante del suo film. “La mia formazione teatrale in qualche modo c’è” ci risponde. “Alla base c’è Checov, uno dei miei autori più amati, che è citato più volte nel film, aleggia nell’aria. Tra i film di Bellocchio che amo di più ci sono quelli Checoviani. Il teatro qui è voglia di dare umanità, di dare un afflato poetico al film”.

Placido era arrivato al nostro incontro stampa sulle ali di  una conferenza stampa piuttosto concitata, dove una giornalista spagnola gli aveva chiesto come mai il suo film era prodotto dalla Medusa di Berlusconi, ottenendo una risposta piuttosto piccata. Placido ci ha raccontato di essersi scusato e che il suo è un temperamento un po’ focoso, dovremmo conoscerlo. Molto calorosa anche la difesa a Boffo, il direttore di Avvenire che si è dimesso dopo gli attacchi de Il giornale. “Io sono uno che si appassiona alle cose” racconta. “Mi emoziono ancora, grazie a Dio. Questa estate ho portato i ragazzi dell’accademia nelle zone terremotate e abbiamo fatto un testo tratto da Silone. È il mio modo di fare il mio lavoro. Su questa vicenda di Avvenire e di Boffo stavo pensando a un monologo da teatralizzare: oggi si vede poco spettacolo e poco cinema che reagisce a questa società, alle ingiustizie. Una volta davanti a casi del genere un gruppo di attori si sarebbe mosso per denunciare dei fatti simili, come facevamo con Gian Maria Volontè. Vorrei che qualcuno scrivesse un monologo su questa storia, che poi porterei in teatro”.

È sempre battagliero, Placido. Anche quando dice che il film non piacerà a tanti. “Non piacerà a Ferrara, a Capanna e a molti sessantottini. Perché in parte questo film è il loro fallimento. Molti figli di famiglie borghesi nel Sessantotto si sono esposti molto, fino a ricoprire cariche importanti nei partiti della sinistra. Che poi nel corso degli anni hanno abbandonato, e sappiamo benissimo quanti giornalisti un tempo di sinistra oggi lavorino per giornali di destra o per le televisioni di Berlusconi. Io posso dire di essere orgoglioso di avere fatto il Sessantotto”.

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