27
Apr
09

Generazione 1000 Euro. Massimo Venier: ai giovani è stato tolto il coraggio

generazionemilleeuroC’è una scena di C’era una volta il West di Sergio Leone, a un certo punto di Generazione 1000 euro, il film di Massimo Venier che racconta uno dei nodi scoperti del mondo di oggi, quello del precariato. Da critico ormai deformato mentalmente, chi scrive ha voluto trovarci un significato: il mondo del lavoro oggi è un gioco al massacro, un far west senza leggi che quella della sopravvivenza. Massimo Venier risponde divertito che non l’aveva pensata proprio così, ma che gli piace il significato. È un esempio dell’onestà e della simpatia di questo autore, che avevamo conosciuto come regista dei film di Aldo, Giovanni e Giacomo, e del suo film.

 

Nel suo film, come in quello di Virzì, alla fine i protagonisti fanno scelte romantiche, scelgono quello che vogliono fare. Nella realtà accade questo, i giovani hanno il coraggio di certe scelte?

Temo di no. Credo che il coraggio, insieme all’entusiasmo e all’energia, sia qualcosa che sia stata tolta, pezzettino per pezzettino. Come se qualcuno, con un’operazione chirurgica, fosse riuscito a staccare la ghiandola del coraggio. E quindi non credo che la maggioranza dei ragazzi oggi sceglierebbe le proprie ambizioni e le proprie passioni, a scapito di un lavoro brutto che li fa guadagnare qualcosa di più, per poco tempo. Si lotta come leoni per cose che durano poco e danno pochissimo. Non hanno più la fiducia in nulla.

 

Dal suo punto di vista, quello di una persona che lavora nello spettacolo, che esperienza ha a proposito di precariato?

Io abito a Milano e ho quarant’anni. Conosco e frequento molte persone che vivono totalmente questo problema. Non sono solo trentenni, ormai riguarda molte persone anche più grandi. Ma conosco soprattutto ragazzi di quella età. Ho un punto d’osservazione piuttosto privilegiato e ho potuto notare le enormi diversità a seconda della persona e del tipo di lavoro. Ogni realtà è diversa dall’altra, e anche questo contribuisce a rendere poco forte il gruppo dei precari: ognuno vive la situazione in modo diverso, ognuno ha speranze diverse, ognuno la pensa diversamente. Nel mondo dello spettacolo il precariato esiste, riguarda alcuni settori, quelle che vengono chiamate – con una parola che spero non si usi più – le maestranze. Sono tutte persone che hanno fatto una scelta, di rifiutare il lavoro tradizionale per lavorare in maniera atipica. Ci piace la precarietà che abbiamo scelto, siamo più disposti ad accettare il rischio. C’è chi è più privilegiato e chi meno, ma è un precariato diverso.

 

Nel film c’è una storia sentimentale, che non è una scorciatoia, ma simboleggia una scelta di vita. L’avete pensata così?

Sì. Anzi la paura era proprio quella che potesse venire scambiata per la classica storia dell’amore che risolve tutto, o del ragazzo che deve scegliere tra la bionda e la mora. Che, approfittando di un argomento come questo, finissimo per raccontare una storiella, era una cosa che ci terrorizzava. Siamo stati molto attenti e sono contento che sia una cosa che arrivi. Il film racconta il dovere di scegliere da parte di questo ragazzo. E scegliere significa diventare grandi. Non vuol dire solo scegliere tra un lavoro e un altro, tra un vestito e un altro, ma scegliere chi sei. E queste due donne riescono a rappresentare cose importanti, il lavoro, i sentimenti. Insomma, chi sei. Volevamo raccontare tutto questo con loro due, ma anche una storia piacevole da seguire.

 

La citazione di C’era una volta il West dipende dal fatto che a produrre il film ci sono i figli di Sergio Leone. Ma ha anche altri significati? Ad esempio che il lavoro oggi è un gioco al massacro, una sfida da vecchio west?

Le citazioni mi piacciono proprio per questo: metti sempre delle cose che ami, fai un omaggio e migliori il tuo povero film. Ma soprattutto è bellissimo come ogni persona le viva a modo suo,  e ci vedano tantissimo, molto di più di quello che chi le ha scelte avrebbe voluto. Hai detto una cosa che a me è piaciuta tantissimo, e mi sarebbe piaciuto averla pensata così a tavolino. Ma non è andata così, anche se forse c’è stato un vago istinto che mi ha portato a sceglierla. In questo caso è stato un omaggio a lui e ai suoi figli che hanno prodotto il film, e sono stati felici di poter ricordare il padre in questo modo. Per me è stato un onore, non credevo che me l’avrebbero permesso. C’è anche un aneddoto: per questioni pratiche, avevo dovuto rinunciare alla scena che vediamo nel film, e sceglierne un’altra. La notte prima di chiudere il montaggio, mi sono svegliato alle tre, e alla televisione è apparsa quella scena, in un documentario su Leone. L’ho preso come un segnale del destino, e il giorno dopo ho messo proprio quel pezzo.

 

Il personaggio interpretato da Francesco Mandelli è appassionato di cinema. Quanto vi siete divertiti a scrivere dialoghi sul cinema e a giocarci su?

Siamo partiti dai difetti dei personaggi per costruirli: quello di Francesco era il bambino mai cresciuto, quello che non partecipa alla battaglia, ma sta un passo indietro con i suoi giochini. Ed è un personaggio in cui mi ritrovo. Abbiamo costruito il personaggio volendogli molto bene. Nel suo caso è venuta questa passione per il cinema, e mi è piaciuto giocare con questo aspetto metacinematografico, o autoreferenziale, a seconda che piaccia o no. Ma lo faccio anche un po’ per mettere le mani avanti: nel momento in cui dichiari che stai facendo cinema, che è finzione e che “sono tutte cazzate”, come dice Francesco, è come mettere uno schermo e dire che stiamo facendo un gioco, che nessuno pretende di raccontare la realtà e darne una visione definitiva.

 

È passato dal lavorare con tre comici, tre personalità forti, che erano anche co-registi, come Aldo, Giovanni e Giacomo, a un film corale dove è l’unico regista. Cosa cambia?

Sì, per questi motivi è stato diverso. Ma in fondo non mi sembra di aver cambiato il mio modo di lavorare. Forse ne avevo bisogno: quell’aiuto e quella fama che ti dà il lavorare con attori famosi, che ti fa sapere che comunque avrai successo, non è poco. Ma crescendo ti va un po’ stretta. Vivo sempre nello stesso modo il mio lavoro e il mio rapporto con gli attori. Forse adesso mi devo assumere responsabilità maggiori, ma quasi non me ne accorgo. Sono cresciuto insieme alle responsabilità. Con questi attori è stato un lavoro bellissimo. E si sono ripetute molte cose che facevo anche prima, come scrivere con gli attori, che a me piace molto: abbiamo modificato molti dialoghi e mi hanno regalato cose loro, della loro vita, che mi piacevano e che ho messo subito in sceneggiatura. Ed era una cosa che accadeva anche con Aldo, Giovanni e Giacomo. Se ci sono stati dei cambiamenti, per me sono stati inconsci.


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