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Giu
09

Martyrs. Pascal Laugier: amo giocare con lo spettatore. E dedico il mio film a Dario Argento

82761072RM003_Martyrs_PortrHo visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. E ora le potrete vedere anche voi. Arriva finalmente nelle sale venerdi 12, distribuito in 62 copie da Videa-CDE, quello che si candida prepotentemente a essere l’horror dell’anno, Martyrs, del francese Pascal Laugier. Se gli horror sembrano dividersi in due scuole, mostrare il meno possibile o mostrare tutto, il film di Laugier sceglie questa seconda via: mostra tutto, e subito, impietosamente. La storia è quella di una ragazza, che, dopo essere stata segregata e torturata da bambina, ritrova i suoi aguzzini e si presenta alla loro porta, una domenica mattina, per vendicarsi. Ma questo sarà solo l’inizio di una storia incredibile che cambia più volte direzione, come se ci trovassimo in un videogame e, una volta completato uno schema, passassimo al successivo, irto di difficoltà sempre maggiori. “La struttura narrativa è nata scrivendo il film” ci ha raccontato Pascal Laugier, a Roma per presentare Martyrs. “Volevo fare un film sulla vendetta, e man mano che lo scrivevo vedevo che la violenza era la vera protagonista del film. Così gradualmente sono arrivato al concetto di martirio”. Ma il joystick del gioco è saldamente in mano al regista: è lui a giocare con lo spettatore, spiazzandolo di continuo proprio grazie al suo script sorprendente, che fa ricominciare il film almeno quattro volte quando sembra giù finito. “Quando ho scritto la sceneggiatura ho voluto giocare con questa struttura fatta di attese, per stupire lo spettatore. È stato uno dei piaceri della scrittura: in quanto spettatore detesto sapere con dieci minuti di anticipo quello che accade in un film”.

Martyrs è un film che mette a dura prova lo spettatore. Un film fatto di sangue, tagli profondi, escoriazioni. È un film raccapricciante e disturbante come pochi visti finora sul grande schermo. Ma se si limitasse a un insieme di violenze sarebbe un film come tanti: il suo pregio è proprio il voler andare al di là, verso concetti filosofici, come quello di martirio che dà il titolo al film. “Ho fatto molte ricerche storiche scrivendo il film” spiega Laugier, una persona che, nonostante i film che gira – come spesso accade – è sorridente e affabile. “E sono rimasto affascinato nel vedere che in tutte le civiltà, quali fosse il luogo d’origine e la loro natura – monoteista, politeista, senza Dio – c’è sempre la figura di un uomo che prende su di sé le sofferenze di tutti gli altri per arrivare a uno stato superiore. E questo succede dall’alba dei tempi, probabilmente perché l’idea di soffrire senza un motivo è insopportabile per l’essere umano. Tutti noi nel mondo occidentale abbiamo delle sofferenze quotidiane, e tutti ci poniamo inevitabilmente delle domande. C’è la sofferenza fisica, e poi quella metafisica, che sentiamo nel quotidiano. E di cui non riusciamo a trovare il senso. E i medici nemmeno. È questo il grande enigma dell’umanità”. “Ho lavorato con un’amica per alcuni mesi sul tema della sofferenza” continua il regista. “Abbiamo incontrato medici, abbiamo fatto molte ricerche sulla religione, e così ho scoperto l’etimologia della parola martire, una parola che va dal latino al greco, e nella sua origine non ha a che fare con la sofferenza, ma con l’idea di vedere qualcosa che gli altri non vedono. Da cattolico ho sempre pensato che l’origine del termine avesse a che fare con il dolore, ma non è così”. È curioso che anche Martyrs, proprio come un altro film estremamente violento uscito in questi giorni, Antichrist di Von Trier, nasca da una profonda 3depressione, che Laugier confessa apertamente.

Quelle di Laugier sono immagini che ci inquietano al di là della violenza, ci turbano nel profondo. Per farlo il regista francese si nutre di visioni iconiche e indelebili legate al dolore e al martirio. Come quelle de La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer, o la foto della tortura dei cento pezzi citata da Bataille. “Quella foto, che è stata pubblicata e commentata da Bataille, mi ha ispirato nella scrittura del film” conferma il regista. “Le altre foto dei martiri sono quasi tutte ricostruite: su internet è facile trovare foto di persone che stanno per morire. Quello che è difficile da trovare, e che vediamo in questa famosa foto di una tortura cinese, è il momento del rilassamento muscolare, quel momento tra la vita e la morte in cui il soggetto non ha più paura, ed è altrove, vive altre cose. È ancora un mistero per la scienza: molti scienziati sostengono che sia il cervello che per aiutare il corpo a morire rilasci una sostanza che aiuti la persona a passare a quello stato, e tuttavia ci sono persone che al momento della morte sono terrorizzate”.

Martyrs è stato un film duro da girare, soprattutto per le attrici. “Ho lavorato con Mylene Jampanoi e Morjana Alaoui per due mesi a Parigi prima di girare il film” svela il regista. “Non hanno mai fatto prove vere e proprie: non si può provare una scena in cui una ragazza è picchiata a morte. Le prove consistevano nel prendere confidenza tra loro e con me, nell’accettare di piangere davanti a me, di mettersi negli stati che generalmente si nascondono agli altri, in modo che avessero fiducia nel mio sguardo su di loro”. È stata una lavorazione che ha messo a dura prova tutti: la protagonista si è rotta tre ossa, e la stessa troupe ha trovato spesso insostenibile assistere ai continui ciak per certe violenze, che sembravano vere.

È un film carico di violenza e cattiveria, quello di Laugier. Ma dentro c’è anche tanto amore. Per un genere che al cinema sembrava destinato al declino. “Nel melodramma o nella tragedia la morte è un punto d’arrivo” spiega il regista. “Nell’horror è un punto di partenza con il quale i protagonisti dovranno fare i conti. Penso che tutto il cinema horror parli di questo, del fatto che come veniamo al mondo ci viene posta subito la questione della morte. È per questo che lo ritengo il genere più onesto e malinconico del cinema”. Un genere che sembra rinato proprio grazie alla nuova ondata francese, con artisti come lui, Alexandre Aja e Xavier Gens. Chiediamo perché la rinascita di un genere parta proprio dalla Francia. “Perché qui in Italia di horror non se ne fanno più” risponde. “E qualcuno in Europa deve prendere il testimone per far sì che il cinema europeo sia meno noioso. Mi spiace che l’Italia abbia smesso di fare un tipo di film che per me sono stati importanti. Per questo dedico il film a Dario Argento. Perché so che ai giovani cineasti italiani non interessa molto di lui, mentre io credo che sia un genio. Il cinema italiano è stato grande. E aspetto che ricominci a esserlo”.

 

 


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