30
Lug
09

Avati e De Sica: giochi di ruolo

PupiAvatiPupi Avati e Christian De Sica. Chi scrive non li conosce personalmente, ma l’impressione è che il primo, data anche la sua provenienza bolognese, sia un buongustaio. E che il secondo sia una persona molto raffinata. Così l’incontro per la fine delle riprese de Il figlio più piccolo non può avvenire che in un buon ristorante di Roma, quartiere Trastevere. Nel giorno più caldo dell’anno Avati ci ha spiegato che quel posto gli portava fortuna. E Il figlio più piccolo potrebbe davvero essere un film fortunato. I motivi di attesa non mancano: Avati sembra tornare a quella cattiveria che nelle ultime prove, più intimiste o nostalgiche, sembrava mancare. E che forse è l’unico modo per raccontare i tempi in cui viviamo. In più c’è Christian De Sica alle prese con un ruolo drammatico, forse il primo veramente tale della sua carriera. Nelle prime scene del film che abbiamo visto si respira un’atmosfera tesa e tagliente, e l’interpretazione dell’attore, nei panni di un “furbetto del quartierino”, è realistica e convincente.

“È un film che si ispira, almeno nelle intenzioni, alla commedia italiana degli anni d’oro” ci ha raccontato con modestia Avati. “Anni in cui c’era un mix fantastico dove registi, sceneggiatori e attori riuscivano a entrare nelle problematiche del presente senza sconti e in modo verosimile, concedendosi qualche lazzo e qualche risata. E gli attori, anche nella risata, erano sempre incisivi e reali. Penso a Una vita difficile di Dino Risi”. Entrare nelle problematiche del presente. Avati, dopo molti film che guardavano al passato, punta con forza proprio a questo. E va a toccare il nervo scoperto dell’oggi. “In questo film si parla di danaro (lo pronuncia proprio così, con la “a”, ndr), in un tempo come quello di oggi dove sei quello che hai” dichiara orgoglioso il regista. “A Bologna ‘sei quello che hai’ è un metro di giudizio che è in voga da molto tempo. E si sta spostando anche verso Sud, lungo tutta l’Italia”. È proprio Avati a raccontarci la storia del film. “Il protagonista è un immobiliarista romano che ha sposato il suo opposto, una donna bellissima ma astratta. È stato un matrimonio riparatore: il giorno in cui la sposa la lascia, e lei gli intesta due appartamenti. Ma il vero protagonista della storia è il figlio più piccolo, a cui il padre intesta la sua holding in fallimento”.

L’immobiliarista romano, come si può immaginare, è Christian De Sica. È visibilmente emozionato, e orgoglioso, il figlio del grande Vittorio De Sica. Il suo ruolo è una di quelle sfide, di quelle occasioni che capitano una volta nella vita. Ed è curioso che a dargliela sia proprio quel Pupi Avati che qualche anno fa regalò il primo ruolo drammatico al suo ex sodale Massimo Boldi, in Festival. “Avevo già lavorato con Pupi Avati trent’anni fa, nel film Bordella” racconta divertito De Sica.

“Lui era un capellone, somigliava a Guccini, io pesavo cento chili. Poi lui è diventato un autore, e io ho fatto il comico”. È una prova attoriale diversa dal solito, quella di De Sica, giocata sui mezzi toni e lontana dalla sua recitazione sopra le righe tipica delle pochade natalizie. E l’attore romano rende merito al regista. “L’ho trovato un grande maestro di recitazione: ogni cosa che diceva era giusta” racconta De Sica. “Sono stato molto aiutato dai miei compagni, come Nicola Nocella, che interpreta mio figlio. E come Laura Morante, con cui ho recitato solo due scene: è un’attrice che sembra incutere timore, rispetto alle attrici con cui recito di solito. Ma fuori dalla scena è simpaticissima. E poi è nato un amore con Luca Zingaretti: penso che presto ci sposeremo…” “Credo che questo personaggio in molti l’avrebbero rifiutato” continua De Sica. “È un gran figlio di mignotta. Fa di parlami-di-metutto, come intestare la sua holding fallimentare al figlio. Ma come tutti i mostri ha dei momenti magici: c’è una scena dove parla al figlio e dice come ha fatto a creare il suo impero, e quasi si commuove delle sue malefatte. Speriamo che arrivino altri registi a darmi ruoli di questo tipo, e che non faccia solo il ‘comicarolo’” conclude. Precisando di non rinnegare e di non rinunciare ai cinepanettoni. Proprio Avati sembra essere diventato ormai uno specialista nel convertire al drammatico i comici. Dopo Abatantuono e Boldi, ci sono stati Greggio e ora De Sica. “Andiamo a cercare la sfida, a cercare il rischio. Abbiamo dimostrato a Christian di avere due ottave in più sulla tastiera” aggiunge il regista bolognese, da buon musicista. “Ricordate che è molto più facile per un comico far piangere che per un attore drammatico far ridere”.

Tra gli attori che sono stati così importanti ad aiutare De Sica a entrare nel ruolo c’è Laura Morante, immancabile quando si tratta di presentare mogli abbandonate e nevrotiche. “Il mio personaggio è una donna di un’ingenuità che rasenta l’idiozia” racconta. “Ha dato a questo marito un amore incondizionato e acritico, che ha attaccato anche al figlio più piccolo. Fa uso di psicofarmaci… è un po’ una disadattata”. Come spesso le capita di fare al cinema. Ma, a proposito dei ruoli giusti, anche la bella attrice sembra ricercare altro. “Mi offrono personaggi troppo poco forti per i miei gusti” confessa. “Mi piacciono i personaggi eccessivi: mi sento più vicina alla tragedia e alla commedia che a quel dramma intimista che spesso si fa in Italia”. E, ricordando film come Lo sguardo dell’altro, c’è da crederle. Ma non dimentichiamo l’esordiente Nicola Nocella, il “figlio più piccolo” del titolo. Il protagonista non doveva essere lui, ma un ragazzo dalla storia molto simile a quella del personaggio, che è stato anche di ispirazione al film. All’ultimo momento non è stato più disponibile, e, dice Avati  “è avvenuto un miracolo”. Il Centro Sperimentale di Cinematografia ha segnalato al regista, dopo Alba Rohrwacher, questo giovane attore. Giancarlo Giannini dice che è straordinario. E, mentre lui ringrazia dell’occasione e dice di aver imparato molto da De Sica, l’attore romano ammette “sono io che ho imparato da lui”. È anche dall’umiltà che nascono i grandi ruoli. E questo lo sembra davvero.

 

 


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