03
Set
09

Venezia 66. Citto Maselli: Da 40 anni mi tolgono il saluto…

maselliÈ una mostra rossa, la Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno. Non parliamo del colore degli arredi urbani che circondano il Palazzo del Cinema, ma dell’ondata di film che parlano della sinistra italiana, del suo passato e del suo presente. A parlare del presente (e del passato prossimo) ci pensa Citto Maselli, con il suo Le ombre rosse, accolto oggi alla proiezione ufficiale da applausi e commozione, una storia simbolica e critica contro alcune anime della sinistra di oggi. Le ombre rosse parla di un centro sociale che diventa un caso nazionale e rischia di venire “adottato” da alcuni personaggi che si dicono di sinistra. Ma il senso originario del progetto rischia di essere pericolosamente snaturato. Come al solito, parlare con Maselli è un  piacere, per la sua affabilità e la sua esperienza in materia

Il suo è un film che nasce dall’urgenza da dire qualcosa, da un rimpianto. In che momento è nato?

È nato durante il governo Prodi, questo momento di follia salottiera della sinistra, dove c’era la conquista del salotto televisivo come punto fondamentale, addirittura raccontando come grande avventura le tre presenze raggiunte. Ma questi sono discorsi folcloristici: il punto è più complesso, come cerco di dire nel film. È che c’è un intreccio fortissimo tra una straordinaria, geniale cultura berlusconiana che in trent’anni è riuscita a imporsi in Italia e a infiltrarsi fermamente dentro la sinistra. Oggi parole come “mercato”, “privatizzazioni”, “acqua bene comune” sono cose che non si possono più dire. L’altro giorno parlavo di “anti-trust” e mi è stato detto che è una frase antica. Ma è una cosa di cui parlava Roosevelt. Si è a questo punto in tutta la sinistra. Ma in questo senso io credo molto nell’esistenza di un partito piccolo come Rifondazione.

Il mercato come va affrontato? A un certo punto del suo film il problema si pone…

È un meccanismo oggettivo e reale, ma è tutto da regolare. Se tu lasci il mercato ai suoi meccanismo diventa la giungla. È un discorso di Roosevelt e di Keynes, non di Lenin… Regolare il mercato significa finalizzarlo al benessere comune e andare a scontrarsi con tutti gli agglomerati di interesse che sono potentissimi.

Qual è il personaggio del suo film che le dà più fastidio?

Nessuno. Perfino il personaggio di Fantastichini, questo architetto completamente sedotto dal potere e dagli affari, è quello che alla fine dice: ma noi crediamo veramente in qualche cosa. Non a caso il personaggio di Roberto Herlitzka dica: una volta tanto ha detto una cosa giusta.

È un caso che l’ultima scena, quella della sconfitta elettorale, sia ambientata in un loft?

Non è un caso. Ma non mi riferisco al loft del PD. Ho cercato di rappresentare lo snobismo con cose come le automobili, il loft ben arredato.

Inizialmente il film doveva finire con quella scena? Ha voluto finire con più speranza?

Poteva anche finire così. In realtà avevo girato diverse soluzioni. Ho avuto la tentazione forte di finire negativamente. Ma poi è stato Sandro Curzi, sul letto di morte, a dirmi: tu non puoi permetterti di finire il film in questo modo…ma scherziamo? Siamo comunisti. Non potevo non finire con la scena di una costruzione di una casa, che per me rappresenta un partito. L’ho scelta accuratamente perché  è una casa vera e propria, e non una baracca. È comunque una struttura.

Nelle note di regia parla della sua attenzione per gli sfondi e per i piani sequenza che ha avuto sin dal suo primo film. Ci ha pensato anche per questa opera?

Non in modo particolare. Anche se effettivamente la scena in cui Herlitzka viene intervistato ha sullo sfondo il concerto al centro sociale. Ci sono tutta una serie di cose che abbiamo imparato da Blasetti e Visconti. Ossessione di Visconti ha tutta una serie di cose che ci hanno cambiato la testa. Mentre lo spagnolo e Girotti parlano sul Duomo di Ancona, nel fondo ci sono due elettricisti che stanno tirando un cavo, organizzati da Pietrangeli che era l’aiuto regista. Anch’io ho fatto l’aiuto regista di Visconti: quando girava una scena faceva prima la prova dello sfondo, che diceva che doveva vivere autonomamente. E lo ha imparato da Jean Renoir: in un film come Verso la vita è tutto giocato sulle finestre dello sfondo. Sono piccoli insegnamenti che ci hanno formato. E il piano sequenza è un altro di questi.

Pensa che molti dei suoi amici non la saluteranno più dopo questo film?

Lei che dice? Ci sono abituato. Dopo Lettera aperta nel PCI successe una tragedia, ed era quarant’anni fa…

Citto Maselli oggi nei confronti della politica com’è? Arrabbiato, deluso, disilluso?

Non mi pongo questi problemi psicologici. Da vecchio comunista me ne fotto delle sensazioni di amarezza che tutti possono avere. La mia idea è, malgrado tutte le emozioni negative, quella di andare avanti, di lavorare come punto fondamentale. Anche in un partito minuscolo, anche partendo da zero. Anche prendendo le misure come fanno le due ragazze alla fine del film.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 


2 Responses to “Venezia 66. Citto Maselli: Da 40 anni mi tolgono il saluto…”


  1. 1 Eleonora
    agosto 20, 2010 alle 3:32 PM

    Il Maestro è geniale in ogni sua Opera


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...






Archivi


cerca


Blog Stats

  • 32.882 hits

informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.


Rss

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)