19
Ott
09

Festival di Roma. Sergio Castellitto: il dolore si fonda sul ridicolo

alza la testa sergio-castellitto 2Si tratta di donarsi, quando si fa cinema. E Alza la testa, il nuovo film di Alessandro Angelini, presentato in concorso al Festival di Roma, è basato su due splendidi regali. Angelini ha regalato a Sergio Castellitto un grande ruolo, quello di Mero, un padre protettivo, un po’ razzista, che allena il figlio nell’arte della boxe, per allenarlo anche nella vita. E Castellitto ha risposto al regista donandosi completamente, improvvisando, aggiungendo calore e colori al suo Mero. Un personaggio in cui dentro c’è molto Castellitto, più di quanto si possa immaginare.

Attraverso Mero, questo padre di Alza la testa, scopriamo tutto un mondo…

Scopriamo un mondo con gli occhi del protagonista, nel senso che lo scopre anche lui. Da una periferia urbana dove poteva essere un re-padrone, e allenatore di questo ragazzino che sta tirando su ed è la cosa a cui tiene di più, si accorge che c’è altro. Prepara questo ragazzino a un futuro radioso nella boxe, ma poi la vita gli dà un gran cazzotto, l’unico cazzotto inaccettabile, indicibile e ingiusto che è la morte di un figlio. A cui reagisce nel modo più naturale: non accettandola, chiudendo tutto e buttando le chiavi nel mare. Ma da qualche parte senti una richiesta, la vita ti concede una speranza. E ti dice: perché non concedi gli organi? Perché non dai un calcio alla possibilità di sotterrare la vita nel dolore? Lui la accetta, e in qualche misura questo lo salverà. Che cosa c’è di straordinario nel concedere l’espianto degli organi? C’è il primo passo verso la separazione dal dolore: accettare che quel dolore può produrre altre cose. E fa un altro gesto scorretto, cercare il cuore del figlio. E da lì cammina verso la sua redenzione: la testa la alza lui, e vede che c’è un mondo intorno, dove la gente si nasconde nei camion, vive sessualità difficili, dove tutti hanno esigenze, bisogni, sogni, diritti e desideri. 

Si è mai interessato di boxe?

Da ragazzo: Cassius Clay è stato una leggenda per tutte le generazioni, e quindi anche per me. Ma non soltanto per il pugilato: era quello che disse di no all’esercito, che divenne musulmano in un’epoca in cui ce lo sognavamo. La boxe è uno sport per poveri, non è uno sport per ricchi: il figlio del ricco va al circolo del tennis dei Parioli, non certo a pigliare cazzotti nelle palestre puzzolenti della periferia. In tutti gli sport si vince e si perde: nella boxe chi perde viene spesso umiliato. Si usa l’espressione “andare al tappeto”: cadi per terra, ti contano, e non ce la fai a rialzarti. È qualcosa di umiliante se fatto sul corpo di un atleta. È uno sport violentissimo non nel senso dei cazzotti, ma nel senso di quella caduta lì.

Recitando nel ruolo di un padre maniacale cosa ha scoperto di sé come padre?

Io sono un padre abbastanza “rompiballe”, ma non maniacale. Sono moltotesta ok attento a quello che fanno i miei figli, ma per il motivo contrario. Perché i miei figli appartengono a un mondo privilegiato, appartengono a una famiglia che ha dei privilegi, e voglio che siano consci di ciò che hanno. Difendo molto i miei figli, guai a chi me li tocca. Rompo sull’orario, su “tira giù il gomito a tavola”. Le chiacchiere non servono, quello che conta sono queste cose qui. Una volta si chiamava “esempio”. I figli guardano molto più di quanto non immagini, ti cercano con lo sguardo. Poi un giorno ti dicono una cosa di te, e tu ti chiedi: come hanno fatto? Ai figli devi dare, come si dice nel calcio, i “fondamentali”: come si tira un calcio di punizione, come si batte un rigore, come si mette la palla al centro. Poi se sei Maradona…

A cosa ha attinto per la scena in cui a Mero dicono cos’è successo al figlio?

È un momento difficile per il personaggio. E lo è stato anche per l’attore. Sono scene in cui ti giochi anche il ridicolo di un’intera interpretazione: spesso noi attori rappresentiamo il dolore in maniera drammatica, ma paradossalmente il dolore si fonda su qualcosa che appartiene più al ridicolo. La reazione al dolore spesso è una reazione più ebete che drammatica: solo nei film quando ti dicono che è morto qualcuno fai una faccia piena di dolore. In realtà, se te lo dicono nella vita fai una faccia da cretino. Resti senza parole, perché non credi che questa possibilità riguardi te. Poi, quando cominci a razionalizzare, lo metti dentro una maschera di dolore. È la buccia di banana: tu cadi, ti spacchi il femore, e gli altri ridono. La tua caduta che è tragica per te, per gli altri è ridicola. Questo lo insegna la Commedia dell’Arte.

A cosa ha pensato mentre la stava girando?

Ho pensato a quei genitori ai quali, dentro alle sale d’aspetto degli ospedali, i medici si avvicinano e con una prassi burocratico-quotidiana dicono “guardi, non ce l’ha fatta”. Mi ricordo che mia moglie Margaret Mazzantini, quando andò a fare dei sopralluoghi negli ospedali per Non ti muovere, mi raccontò che in un angolo c’era un medico che stava dicendo a un genitore che il figlio che era caduto dal motorino non ce l’aveva fatta: quest’uomo annuiva con la testa, accettava il verdetto. Ho una buona memoria, e mi sono ricordato di questo.

È stato diretto da un regista poco più che trentenne. Come è stata questa esperienza?

Angelini ha la capacità di portare avanti la sua intenzione narrativa. E nello stesso tempo ha una delle migliori qualità che può avere un regista: quella di saper approfittare del talento degli altri. Siccome quello non ci manca, glielo abbiamo messo a disposizione ed è stato bravo ad usarlo.

testa ok 2Il Mero che vediamo nella prima parte è molto Castellitto. Quanto ci ha messo di suo, quanto ha improvvisato?

Abbiamo improvvisato molto. Il gruppo di attori intorno era straordinario: Augusto Fornari, Giorgio Colangeli. E la generosità degli attori conta. Mi ricordo che quando abbiamo girato la prima scena, quella del pulmino che arriva, ho detto al regista che avevo una proposta, e che gliel’avrei fatta sentire nell’azione: certe volte quando dici ai registi le cose prima non piacciono, invece se le fai a sorpresa restano soddisfatti. Quell’“ave froci” è un’idea mia: è proprio quel mondo lì, quel maschilismo lì, quel pasolinismo lì. I veri amici di quel’archeologia di amicizia la cosa che si dicono per amarsi e per offendersi è “frocio”, la cosa più scorretta. Angelini ha un grande talento a capire, a scegliere. E ha capito che la cosa funzionava. Anche “fallo uscire di Radu” (Radu è un collega romeno di Mero, che dice questa battuta alla moglie, ndr) è un’idea mia.

Mero è razzista in una maniera tutta sua…

Mero è un uomo basico, vive il suo razzismo in maniera aperta, non ha ambiguità. Alla ragazza romena del figlio dice: “tu sei romena, sei venuta qui, ma prenditi dei soldi, voi fate così”. Mero non è un uomo colto, vive in un Bronx dove ha tra i suoi migliori amici Radu, ma poi dice “sti cazzo de romeni”. In realtà lui è razzista, perché è stato abbandonato da una donna, straniera, e per un uomo della sua cultura è inaccettabile essere abbandonato da una donna. È una splendida piccola umanità, raccontata in maniera molto ruvida. Trovo che questo sia un film abbastanza straordinario, con un finale “zavattiniano”: questa pernacchia, questo pensare ancora che ci possa essere un miracolo a salvare la vita di una ragazzina lo trovo commovente.

Ci può raccontare del suo prossimo film tratto da Margaret Mazzantini?

Prima di Venuto al mondo, tratto da un suo libro, ora sto girando un film scritto sempre da Margaret, che si chiama La bellezza del somaro. È un’espressione che definisce la bellezza della gioventù: è quando si dice “è bello, te credo, ha quindici anni”! È la stoltezza giovanile. È una commedia molto divertente, direi esilarante, anche questa è una belle pernacchia con un gruppo di attori importanti: Laura Morante, Marco Giallini, Gianfelice Imparato, Enzo Jannacci. E ci sono anch’io. È la storia di un gruppo di amici quaranta-cinquantenni che si ritrovano in campagna per un week end, con le loro famiglie allargate. Sono architetti, cardiologi, con le loro mogli o amanti, i loro rispettivi figli. E si crea un magnifico scontro di generazioni tra i padri e i figli.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

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