30
Ott
09

Giorgio Diritti: a Marzabotto potevamo esserci noi

giorgio_diritti_sul_set“Perché i nazisti non sono a casa con i loro bambini, che ce li hanno anche loro?”. In questa frase, tratta da un tema di Martina, una bambina che è tra i protagonisti de L’uomo che verrà, il film di Giorgio Diritti sulla strage di Marzabotto (1944, Seconda Guerra Mondiale), c’è tutto, o almeno molto, del senso del film. Quello di Diritti è un cinema che mette al centro l’uomo, e i propri pensieri, e i luoghi, la terra a cui è ancorato. Ancora una volta, dopo Il vento fa il suo giro, ci racconta un microcosmo, una comunità isolata, per parlarci di tutti noi. E usa ancora il dialetto per entrare nell’anima di un luogo, e di una storia. Il suo è un cinema che ha i suoi tempi, che poi sono i tempi della vita. Che ci esorta a pensare a noi. È sincero, Diritti, quando ci dice che è bello avere il tempo di fare un’intervista come questa, più lunga del solito, lontana dai tre minuti delle interviste tv e degli incontri stampa tipici dei festival. E anche a noi siamo contenti di essere riusciti a prenderci il nostro tempo insieme a Diritti.

In effetti L’uomo che verrà è il vincitore del Festival di Roma. Non solo perché ha vinto due premi, il Gran Premio della Giuria e il Marc’Aurelio d’Oro del pubblico, quindi più di ogni altro film. Ma perché, se ci pensate, fino allo scorso anno il vincitore di Roma era quello segnalato dal pubblico. Mentre da quest’anno, nei comunicati, viene segnalato come vincitore quello scelto dalla giuria (il danese Brotherhood). Ma la vera vittoria, per Diritti, è stata raccontare la morte e la follia, attraverso la vita e la cortesia di un gruppo di persone, di un mondo che non c’è più.

L’uso del dialetto nei suoi film è una scelta nella direzione del realismo. Ma è anche il modo, come per Il vento fa il suo giro, per andare dentro l’anima di un luogo?

Mi piace questa idea. Il cinema è bello quando siamo seduti lì, e dopo un po’ siamo entrati dentro al film. In queste storie dove la lingua aveva un’importanza particolare ho usato la lingua per entrare in quei luoghi. In entrambe le vicende la lingua è un elemento fondante, addirittura ne Il vento fa il suo giro la differenza linguistica è segno dell’identità di un popolo che cerca di sopravvivere, di resistere a un’estinzione quasi inevitabile. Qui è un modo per far sentire il salto del tempo, e per dare la sensazione di un rapporto con le parole che era diverso, di un modo di agire e di parlare. Oggi spesso parliamo tantissimo, siamo nella società della comunicazione, si dicono tante parole ma non si dà il senso forte e incisivo di ciò che si dice. Allora erano meno le parole, e certe volte c’erano solo gli sguardi. Le battute erano dirette, quasi sgarbate, ma molto efficaci, dal punto di vista della comunicazione, a creare i rapporti tra le persone.

I volti sono l’altra grande scelta del film. Si ha l’impressione che le foto dei nostri nonni si l-uomo-che-verr%C3%A0-locandinamaterializzino. O che una macchina del tempo abbia portato la macchina da presa negli anni Quaranta…

Si è fatto un grande lavoro nel casting. Grazie al mio aiuto regista, Manuel Moruzzi, che ha fatto un lavoro di ricerca enorme, e al fatto che le migliaia di persone viste ce le siamo viste una ad una. Abbiamo cercato quei volti che avevamo visto nelle foto o nei filmati d’archivio della cineteca di Bologna, che si riferivano all’Appennino imolese lì intorno. Da lì hanno preso spunto gli scenografi, ad esempio per i carri, e la costumista, per le toppe sugli abiti: si è fatto un lavoro molto intenso, che ha fatto sì che si ritrovasse l’immagine delle foto. Siamo partiti proprio dalle foto. Questo lavoro ci ha permesso anche di evitare cose stereotipate, o di plastica. Lo scenografo, quando andavamo a vedere i luoghi, diceva: qui c’è la materia. Perché c’erano le muffe giuste sui muri, c’erano i mattoni spaccati nel modo giusto. Per trovare la chiesa del film ne abbiamo viste novanta nella provincia di Bologna: il tempo, i restauri, il Giubileo del 2000 avevano fatto sì che fossero ridipinte, o ci fossero delle statuine con le lampadine, e così via. Trovarne una così è stato un piccolo miracolo: non a caso è una chiesa sconsacrata, su una collina. La nostra direzione era quella di essere il più possibile nel ’44. Ho sempre immaginato questo film come la macchina del tempo di cui parla lei. Prendo lo spettatore e gli faccio fare un salto, dicendogli: tu potresti essere lì, il destino ti ha portato a nascere sessant’anni dopo. Ma lì potevi esserci tu.

È un film che parla della vita quotidiana, dei civili, per dire che in realtà siamo noi, ci riguarda tutti…

Sicuramente siamo noi. Siamo noi per la guerra di oggi, per quella che rischiamo di fare domani. Io credo che troppo spesso piangiamo i morti, piangiamo i caduti, piangiamo le disgrazie, purtroppo anche nei terremoti e nelle alluvioni. Andiamo sempre dopo a piangere, ma in questa società siamo fortemente colpevoli, nel momento in cui non agiamo prima, per evitare e per tutelare. Facciamo le travi di un tetto in un certo modo per risparmiare i soldi, e poi le case crollano. Dobbiamo fare un grande sforzo di coscienza morale. Dobbiamo diventare delle persone coscienti e con la morale forte. 

La sceneggiatura parte piano per poi esplodere nel finale. Ha scelto di raccontare la morte raccontando la vita prima, di raccontare la violenza e la crudeltà dei nazisti raccontando la gentilezza della gente contadina?

È una scelta funzionale. Raccontare solo un film sulle vicende belliche non mi interessava, a quel punto sarebbe stato meglio fare una fiction. Io nell’ambito del mio cinema tento, per quanto sia possibile, di tenere al centro l’uomo. Cioè di dire: caro spettatore che sei uomo come me, guarda attraverso questo mio sguardo. E ricordati che tu sei protagonista della vita, e non ti devi nascondere o scappare. Fai in modo che le cose della tua vita siano in funzione di un miglioramento della società in generale. Da questo punto di vista è importante che si senta la condivisione della vita prima, che ognuno di noi guardando si senta lì con quella famiglia, seduto a tavola con loro a mangiare una zuppa dove non c’è niente, a fare il fieno. E a innamorarsi. È importante che abbia coscienza di questo perché ci si accorga, magari prima, che un’ideologia come quella nazista deve essere ripudiata. Purtroppo il Nazismo è stato alleato del Fascismo, non lo dobbiamo dimenticare. E quindi noi italiani, fino al giorno prima, eravamo con quelli lì. E spesso, in altri posti, abbiamo fatto cose simili.

E c’è sempre chi queste cose le minimizza…

Io parto dal concetto che nel momento in cui si perde una vita umana per cause legate alla guerra, è comunque una tragedia per tutta l’umanità. Soprattutto se si tratta di bambini…

Come è nata la frase in cui la bambina chiede “perché i nazisti non sono a casa con i loro bambini”?

Questa cosa nasce dalle testimonianze che mi hanno raccontato. I tedeschi aprivano il portafoglio e facevano vedere le foto dei bambini, mentre pagavano le uova che compravano. E la gente si chiedeva: ma questi allora sono come noi? E nella loro ingenuità contadina c’era la voglia di capire: ma perché allora sono qua? Quella ingenuità è lo sguardo di Martina. Cosa sta a fare questa gente qua, ad uccidere, quando a casa ha i bambini che la aspettano? Questo dovremo ricordarcelo tutti, anche di fronte a una società frenetica che ci spinge a fare tante cose, a correre, a guadagnare, in cui poi non siamo capaci di vivere la quotidianità degli affetti, nei rapporti con le nostre mogli e fidanzate, con i nostri figli. 

Il vento fa il suo giro ha avuto una vita lunga. E dovrebbe continuare a vivere, e venire proiettato ovunque. Quanto racconta il nostro tempo e l’Italia di oggi? Quanto ci rappresenta tutti?

Ci rappresenta tantissimo, soprattutto nel momento in cui siamo convinti di non essere così. Il grande limite della nostra società è che tutti ci sentiamo non razzisti, e che pensiamo di essere beatamente disponibili e “tolleranti”. E la tolleranza implica già un gradino successivo. Forse un film può aiutare in una dinamica in cui la società deve appiattirsi, non in senso culturale, ma in senso sociale, a una parità vera, dove sappiamo riconoscere, nell’ultimo dei barboni, l’importanza che può avere un primo ministro. Sono due uomini di pari dignità. La Costituzione lo dice, ma poi se si fa un articolo sul giornale non è mai così. Il problema è riuscire a sentire questa cosa nel profondo di noi stessi.

 

 


6 Responses to “Giorgio Diritti: a Marzabotto potevamo esserci noi”


  1. 1 simonetta
    febbraio 2, 2010 alle 6:55 PM

    e’ un bellissimo film come non ho visto da anni.
    e’ delicato e crudo allo stesso tempo.
    chiedo all’autore se questo film puo’ essere visto da una ragazzina di 13 anni.
    grazie ancora per il film.

    • 2 allucineazioni
      febbraio 2, 2010 alle 10:55 PM

      è davvero un film bellissimo. Appena visto il film, al Festival di Roma, parlando con un mio amico e collega dicevamo che può essere il film giusto per spiegare a un bambino che cos’è la guerra. Secondo me un film di questo tipo può essere visto da una ragazzina di 13 anni. Vorrei provare a coinvolgere nel dibattito Giorgio Diritti, l’autore del film, e chiedergli di rispondere alla tua domanda. Resta collegata al blog in questi giorni, spero di avere una risposta per te! A presto!

      Maurizio

  2. 3 giorgio Dirirtti
    febbraio 4, 2010 alle 11:06 am

    IL film è in programmazione anche per molte scuole, non è vietato e credo che sia vedibile anche dai bambini delle elementari accompagnati, come è logico che sia.
    Giorgio

  3. 4 allucineazioni
    febbraio 4, 2010 alle 11:39 am

    Caro Giorgio, grazie per la risposta.Spero davvero che tanti giovanissimi vedano questo film, che possano capire tante cose. E diventare un giorno quelle “persone coscienti e con la morale forte” di cui parli nell’intervista. A presto.

    Maurizio

  4. febbraio 7, 2010 alle 11:29 PM

    o visto il film ieri e mi ha colpito come pochi film. Soprattutto perchè ha un rapporto forte con i nostri giorni; giorni pericolosi di rimozione, revisionismo, razzismo e corruzione politica da tutti i lati.

    Grazie a Diritti

    luca

  5. 6 allucineazioni
    febbraio 8, 2010 alle 2:58 PM

    Sì, credo che il film abbia una sua forza anche in rapporto ai nostri giorni. Il rischio revisionismo è sempre dietro l’angolo. Anche Il vento fa il suo giro, il primo film di Diritti, è attualissimo: parla di chiusura e di mancanza di solidarietà verso chi viene da fuori. Consiglio a tutti di vederlo.


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