20
Dic
09

Leonardo Pieraccioni: sono più fragile e meno spavaldo

Sembra un’allegra armata Brancaleone, o un gruppo di studenti un po’ fuori corso in libera uscita, la banda Pieraccioni, nella conferenza stampa a Roma per presentare Io & Marilyn. C’è anche una sedia vuota, perché Suzie Kennedy, la sosia di Marilyn che nel nuovo film del comico toscano interpreta il fantasma della Monroe, è a Londra. Così l’effetto è quello del film: una Marilyn che vede solo Pieraccioni – l’ha evocata lui in una seduta spiritica – che ovviamente gli altri prendono per matto. Il fantasma di Marilyn passa qualche giorno accanto a Gualtiero Marchesi (Pieraccioni nel film si chiama proprio come il cuoco), e, come l’Humphrey Bogart di Provaci ancora Sam con Woody Allen, gli fa da mentore. Provando a fargli riconquistare l’ex moglie. Io & Marilyn, nelle sale da venerdi 18 dicembre in 650 copie, è una variazione piuttosto importante nella classica struttura boy-meets-girl dei film di Pieraccioni, un film dove si ride molto di più degli ultimi suoi film, eppure c’è anche una componente malinconica, riflessiva, sul tempo che passa, sulla vita e la morte. E anche il finale è meno scontato di come si possa pensare.

Non è scontato neanche il finale della lotta al botteghino con il classico cinepanettone targato Filmauro, che contenderà a Pieraccioni la vetta del botteghino. Alla conferenza stampa si è parlato anche di questo, ma il “Brad Pitt di San Frediano”, come si definì qualche anno fa con ironia, non cade nel tranello della polemica, ma insieme ai suoi compagni di gita (Massimo Ceccherini, Rocco Papaleo, e le new entry Biagio Izzo e Francesco Pannofino), continua a scherzare e rispondendo si diverte, da vero mattatore.

Ha chiesto il permesso a Gualtiero Marchesi di usare il suo nome?

Nel film mi chiamo “Gualtiero Marchesi, come il cuoco, ma non sono il cuoco”.  Questa battuta è venuta così, perché dovevo dare un cognome quando telefonavo ai Carabinieri. Poi mi è venuto in mente che forse avrei dovuto chiedere il permesso. Così ho chiamato Marchesi, e gli ho detto che se non mi dava il permesso mi sarei chiamato Giampiero Vissani…

Ha lavorato con un regista come Veronesi alla sceneggiatura. L’ha influenzata a livello di regia?

Veronesi mi ha tenuto la testina, come si fa a un bambino che deve vomitare, quando ho girato I laureati, che era il mio primo film. Ora non ho bisogno di aiuto.

Pensa mai di tornare a recitare a teatro?

Il teatro è una delle grandi bugie della mia vita: come quella di imparare l’inglese e di andare in palestra. Mi piacerebbe tornare a fare teatro, ma dovrei scrivere un monologo tutto da solo, e non è una cosa facile.

Possiamo dire che questo film è una svolta intimista?

Ognuno è il film che fa in quel momento. In questo film si racconta il mondo che non c’è più. Tutti ci siamo interrogati sul rapporto che può esserci tra noi e chi ci ha voluto bene e adesso non c’è più. In Io & Marilyn si vanno a toccare temi molto sentimentali, che mi appartengono. Oggi mi sento più fragile e meno spavaldo rispetto a I laureati a Il ciclone. Certe microansie non ce le avevo a quei tempi.

Come ha trovato Suzie Kennedy?

Non ci crederete, ma sono andato su Google e ho digitato “sosia di Marilyn Monroe”. Mi sono apparse una serie di foto, che credevo fossero della vera Monroe. Lei vive una sorta di transfert. Quando ci siamo incontrati le ho detto che avremmo girato a Firenze. Mi ha risposto: “Marilyn non è mai stata a Firenze. Ora ci sarà”… Pensate che ho trattato con Anna Strasberg, che cura i diritti della Monroe, come se stessimo trattando della partecipazione al film di Marilyn…

Trova che ci sia un legame tra la sua Marilyn e il Bogart di Provaci ancora, Sam?

Siamo andati a fare un classico del fantasy: il fantasma che vedi solamente tu. Tre le sottotracce del film c’è il divertimento e l’omaggio a Woody Allen ci sta. Chiedere consigli di sull’amore e Marilyn con la vita sentimentale dissestata che ha avuto è un altro aspetto comico. Temevo che Marilyn non si amalgamasse con gli altri personaggi, invece è una dei sei protagonisti del film.

Nel suo film non c’è solo il toscano, ma molti dialetti…

Già dal mio primo film non ho voluto fare un film toscano per i toscani. Quando facevo i miei spettacoli a Firenze con Carlo Conti e Panariello facevamo settemila persone alla volta. Già spostandoci a Grosseto, un po’ più a sud, gli incassi non superavano neanche il costo delle multe che prendevamo per aver parcheggiato in divieto davanti al teatro… Da tempo volevo un antagonista che non parlasse fiorentino, e ho scelto Biagio Izzo. Rocco Papaleo dà al film un sapore di grande divertimento: durante le riprese lo facevo andare a ruota libera, e diceva cose che non capiva nemmeno lui. Io riempio i miei dvd di sue papere e di ciak sbagliati. Volevo anche che la Tabita lasciasse andare il suo siciliano. Così il film ha un respiro più italiano.

Questa varietà dei dialetti è anche un tentativo di prendersi il pubblico del cinepanettone, che questo Natale è un vostro avversario al botteghino?

È un po’ la conseguenza di quello che ho sempre fatto da I laureati. Non volevo che fossero tutti toscani così scelsi Rocco Papaleo e Gianmarco Tognazzi. Ho scelto di fare sempre così, a volte con delle forzature clamorose: cosa c’entrava Tosca D’Aquino che vendeva profumi parlando napoletano a Stia?

Ma lei cosa pensa dei cinepanettoni?

Abbiamo sempre avuto tanti competitor stranieri. Ricordo l’anno di King Kong, in cui sembrava che non dovesse essercene per nessuno. Invece non andò così. È fantastico che ci siano due film italiani che si prendono la totalità degli incassi. Io ho un totale rispetto per il pubblico. Se ci danno in dono il popolo è un premio meraviglioso. La comicità è qualcosa di popolare. Una giornalista mi ha chiesto quando farò un film impegnato… Le ho risposto: “chiedi a Bellocchio quando farà una commedia!” Neri Parenti è fiorentino, credo che si diverta un sacco a fare i film. E quando ci si diverte, si diverte anche il pubblico. Sentirsi dire “sono andata a vedere il tuo film e sono stata bene”, come mi ha detto una ragazza a un semaforo, è il complimento più bello. E poi, qual è la donna che ti può dire “sono stata bene per un’ora e mezza” se non con un film? Almeno nel mio caso… Quando ho visto Trainspotting  io avrei voluto chiamare Danny Boyle e dirgli che il suo film mi aveva rilassato. E qui si entra nella psicanalisi…

(Pubblicato su Movie Sushi)


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