20
Dic
09

Videocracy: intervista a Erik Gandini. La banalità è pericolosa

Uno dei film più discussi di quest’anno, Videocracy, esce in un cofanetto con dvd e libro, in cui, ispirati dal film, dicono la loro sulla videocrazia  Scurati, Vicari, Curzio Maltese e molti altri. Un film importante, che andrebbe proiettato nelle facoltà di Scienze della comunicazione come libro di testo, è stato presentato dall’autore Erik Gandini, che abbiamo intervistato a Roma. Mentre nel frattempo nel campo della tv e della politica è successo di tutto, e il suo Videocracy sembra acquistare un’importanza ancora maggiore. Cortese e disponibile, il regista italo-svedese ci parlato con lucidità della televisione, e di quel cortocircuito cinema-tv che è avvenuto con il suo film. 

Da quando ha chiuso il film sono successe tantissime cose. Se dovesse girare Videocracy 2, cosa ci metterebbe?

Da documentarista cerco di evitare il più possibile l’approccio giornalistico, o quello dello scoop. Anzi, punto al contrario: vorrei che vedendo questo film tra dieci anni questo possa dire ancora qualcosa di una fetta d’Italia di oggi. Vallettopoli, termine che non uso mai, il caso Noemi: non ne parlo, cerco qualcosa che trascenda lo scoop, credo che questa logica sia tipica del giornalismo, e che sia un po’ malsana. Accade questo anche per Guantanamo: sembra una storia morta, poi se c’è un suicidio, un Corano buttato nel cesso, l’argomento torna in auge, e si raccontano le premesse di quella storia, che basta di per sé. Abbiamo speso più tempo a trovare la musica giusta e la struttura tra i personaggi che l’informazione sconosciuta. Abbiamo voluto evitare gli scandali e trovare qualcosa di più “mitologico”.

Come reagiscono a Videocracy fuori dall’Italia?

La reazione più frequente è dire “queste cose esistono anche qui”. L’effetto, che poi era quello che volevo, è quello della paura: basta ridere dell’Italia, ma iniziamo a capire la profondità di questo processo. All’estero tutti dicono che questa cultura della banalità, dell’apparenza è una cosa globale.

Si cerca di combattere questa cultura?

Posso raccontarle cosa succede in Svezia. Oltre al fatto che nella televisione pubblica non c’è la pubblicità, ci sono programmi culturali e per bambini, c’è molta attenzione al piccolo singolo e indipendente osservatore della realtà. Se dai uno spazio a documentaristi indipendenti riconosci il fatto che non sei “là sopra”, ma tra la gente. Quando abbiamo fatto il film su Guantanamo (Gitmo, distribuito da Fandango come Videocracy, ndr), abbiamo telefonato all’esercito americano, servizio stampa, che ci ha risposto molto gentilmente spiegandoci come fare per arrivare lì. E in molti mi hanno chiesto che numero avevo fatto, come fare ad andare lì. Un altro esempio è un programma di inchieste: un giornalista è andato con una telecamera nascosta a parlare con i partiti, nei loro stand elettorali nelle piazze. Ha parlato loro di immigrazione, e i politici si sono scagliati duramente contro i musulmani. Una volta mandato in onda il video, l’effetto sulle elezioni è stato notevole, e nessuno ha parlato di complotto, ma hanno riconosciuto che era la verità. C’è l’accordo tra il pubblico e la tv che se porti verità inoppugnabili, documentate, queste vengono considerate verità e non ridotte ad opinioni come qui.

Videocracy è un cortocircuito, una sfida tra due media, cinema che racconta la televisione. Il cinema può raccontare la tv, può vincerla, o ha bisogno di lei?

È una domanda molto interessante, penso spesso a questi aspetti. Io per avere accesso sia a Guantanamo che alla Costa Smeralda, devo usare un linguaggio che conoscono. Nel loro mondo se chiedi di fare un’intervista pensano che tu sia mandato da qualcuno, che sei un redattore di qualche grande testata e non sarai poi tu a scegliere il materiale. Non pensano al filmmaker indipendente. Io lo chiamo professionismo antiprofessionale: tu sai che loro non sanno, sai che più la videocamera è piccola più sembri un nessuno. Questo gioco mi ha aiutato a catturare delle verità che sarebbero nascoste. Questo è un segnale che il cinema, che prima era grande produzione industriale, adesso è sempre di più ridotto al piccolo uomo, o donna, con una telecamera. Piccola. Ma il risultato è comunque il grande schermo. Al montaggio, in post produzione, puoi aggiungere suoni e immagini e avere un gran risultato. Nel documentario su Francis Ford Coppola e Apocalypse Now, che racconta 360 giorni di riprese, disastri, bancarotte, Coppola alla fine dice che il suo sogno è che “a fat girl from Ohio”, una grassa donna dell’Ohio, riesca a diventare la prossima star del cinema con la sua piccola telecamera. E il professionismo del cinema sarà distrutto per sempre. Lo diceva 12-13 anni fa. E oramai ci siamo.

Lei ama molto Antonioni. Cosa ama di lui? Cosa c’è di Antonioni nella sua opera?

Mi piace il fatto di lui che sia riuscito così presto a mettere immagini su sentimenti così astratti come l’alienazione, il vuoto, l’apparenza, negli anni Sessanta, quando erano concetti che ancora non esistevano. E non l’ha fatto a parole, ma in immagini. Non mi paragono a lui, ma mi ispiro per usare le immagini in questo modo: raccontare il proprio tempo con il cinema. Quando si dice che non c’è niente di nuovo in Videocracy, sono completamente d’accordo. Non voglio che tu vada a vedere Videocracy per informarti, come a una conferenza. Voglio che tu vada al cinema per percepire dei sentimenti che solo il cinema può dare. Se Videocracy coglie le tendenze che ci sono in Italia in questi anni, e verranno riconosciute come tali anche negli anni a seguire, per me basta.

Come ha scelto cosa inserire nel film? Era tutto programmato?

Non sapevo chi avrebbe accettato di essere intervistato, cosa avrebbero detto di fronte alle telecamere. Avevo un grande interesse nelle cose. Ma se la fiction è basata sulla sceneggiatura, e appena questa è finita si inizia a girare, nel documentario accade il contrario: la sceneggiatura si crea con il montaggio. Ci sono idee che sono state scartate, personaggi che non abbiamo utilizzato: quando sono stato in Costa Smeralda ho intervistato Briatore, ma si tratta di persone noiosissime, esperte nel rilasciare interviste e dire cose che non significano niente, come “l’unica cosa che è gratis nella vita sono i sogni”…

In Videocracy ci sono molti aspetti paradossali…

Sì. Ricky che si dichiara vittima di discriminazione nei confronti delle donne. O Fabrizio Corona che si proclama ribelle rispetto al sistema, mentre ribelle non lo è. Dice di essere contro chi sta in alto e ci ha rubato delle cose, e di volere riprendersele. È tutta apparenza: Corona è un reazionario. Cosa c’è di rivoluzionario in lui? Punta ad avere dei soldi, ad arricchirsi. La sua idea di verità è interessante: lui dice “in questo mondo di grande menzogna, dove tutti recitano, io dico le cose come stanno. Tutti rubano, anch’io lo faccio, però lo dico”. Quando si proclamano ribelli ma non lo sono, e nessuno se ne accorge, c’è qualcosa che non va. È lo stesso caso di Lele Mora con gli inni fascisti sul telefonino: si pensa che sia ideologizzato, ma la sua è una mancanza di ideologia. Il fascismo per lui è quasi una questione estetica: che le immagini sono carine e la musica è bella. È la banalità del male: cose che sembrano innocue, come divertirsi con tette e culi. Ma oggi all’improvviso queste banalità si rivelano pericolose e malvagie di per sé. Il che è una cosa nuova. In Italia molti, soprattutto la sinistra, hanno sottovalutato il potere della tv, dicendo “siamo intellettuali, abbiamo i giornali, i nostri libri, lasciamogli fare che tanto…”

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 


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