08
Gen
10

Carlo Verdone: sono un pedinatore di italiani

“Pedinatore di italiani”. È così che si definisce Carlo Verdone, che ha presentato a Roma Io, loro e Lara, il suo nuovo film. La nuova definizione si aggiunge a quella di “melancomico”, che gli fu data qualche anno fa, e che cita ancora oggi. E, mescolate insieme, riescono a dare la cifra di quello che è il suo nuovo film. Perché Io, loro e Lara torna a un cinema più velato di malinconia, lungo un filone iniziato con Io e mia sorella e continuato con Perdiamoci di vista. Ed è un film che, partendo da una vicenda personale, parla dell’Italia di oggi: ci sono gli immigrati, i precari, le famiglie divise e le nuove famiglie allargate. C’è la Chiesa, una Chiesa insolita e diversa da quella ufficiale che siamo abituati a vedere. Lo ricorda, in una scena,  proprio il personaggio di Verdone, Padre Carlo. Un missionario in crisi di fede e d’identità che torna in Italia per trovare conforto – dalla sua famiglia – e trova solo sconforto: il padre è circuito da una badante moldava, la sorella divorziata (Anna Bonaiuto) deve fare i salti mortali per mantenere la figlia, il fratello cocainomane (Marco Giallini) vive di relazioni molto instabili. E nella loro vita – non vi sveliamo come – deve ancora entrare la misteriosa Lara (Laura Chiatti), ragazza tormentata con più di un segreto. “È un film particolare, coraggioso, giocato sui mezzi toni” ha esordito Verdone. “È la prima volta che faccio un prete, perché non possiamo considerare la caratterizzazioni dei miei film del passato. Ho voluto raccontare la storia di un uomo perbene che si trova in una crisi”. Non è un caso che Verdone torni con un film di questo tipo, una svolta matura più volte tentata e poi abbandonata. Non è un caso perché Verdone gira un film prodotto e distribuito dalla Warner dopo i due film con la Filmauro di De Laurentiis, evidentemente più incline a un cinema di puro intrattenimento. Nella conferenza stampa è arrivata inevitabile la domanda su che differenza ci sia tra le due produzioni. E la risposta di Verdone, seppur diplomatica, è stata illuminante su come funzionino i meccanismi del cinema.

Il suo film racconta l’Italia di oggi, il nostro rapporto con gli immigrati. Lei come vede noi italiani?

È uno dei temi del film, certo. Io vedo un paese diffidente: razzista forse è un termine esagerato. Ma la diffidenza in alcuni casi è talmente cruda che può scivolare verso il razzismo. Il nostro è un paese che non ha strutture di accoglienza adatte, come le hanno in Germania, in Francia, in Inghilterra. Qui si fa fatica perché è un paese molto diviso, ci sono molti contrasti. Io ho voluto dare un messaggio finale di concordia.

Come ha scelto Laura Chiatti?

L’ho incontrata qualche anno fa a Sorrento, alle Giornate Professionali. E le ho detto: “dobbiamo fare un film insieme”. Lei mi ha risposto: “magari!” Laura non è solo un bel viso, ma ha anche un gran temperamento. L’ho voluta castana perché fosse la ragazza della porta accanto. In questo ruolo mi piaceva castana, la sentivo più vicina. Avevo intuito che aveva un grande carattere.

In Io, loro e Lara ricompare una vena di malinconia…

Ma quella c’era anche in Un sacco bello, in Bianco, rosso e Verdone. È qualcosa che evidentemente mi appartiene. Se qualche anno fa mi hanno definito “melancomico”, qualcosa voleva dire.  

Com’è nata la storia del film?

Oggi la parola “etica” non è vecchia, polverosa o bacchettona. Ma è una parola d’avanguardia. Viviamo i un’epoca in cui non abbiamo perso solo il senso etico delle cose, ma proprio la civiltà. E io volevo raccontare un uomo perbene, non volevo fare il solito cialtrone. Oggi i sacerdoti moderni, quelli che operano nelle periferie difficili, hanno un bel rapporto con la gente: non parlano dal pulpito, ma tra la gente. Sono persone che dopo sessanta secondi in cui parli con loro ti fanno dimenticare di essere dei sacerdoti. È una parte della Chiesa che andrebbe indagata. Volevo far soffrire questo personaggio, ma fargli mettere a posto le cose. Non ne potevo più di fare il borghese con le corna. È un periodo in cui o faccio quello che voglio o niente. Non posso morire di solo cinema. D’ora in poi voglio fare dei film corali, recitare insieme ad altri attori, soprattutto giovani.

A quasi trent’anni dal suo esordio, che bilancio fa della sua carriera?

È successo un miracolo. Dopo Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone, e dopo che Sergio Leone si era allontanato perché il secondo film aveva avuto meno successo del primo, e sembrava che io avessi esaurito tutte le mie cartucce, non si era fatto sentire più nessuno. Tanto che chiesi a mia madre di tirarmi fuori la laurea… Si fece vivo Mario Cecchi Gori, che mi disse che gli era piaciuto il personaggio dell’emigrante. E per quello mi chiese di fare un film: mi diede tutto il tempo per scrivere Borotalco, che è il mio film più importante, il primo con un personaggio unico. La sera della prima di Borotalco ero con Enrico Lucherini al cinema Corso di Roma, ed ero nervosissimo. Sì, la mia carriera è stata un miracolo: credo di aver avuto molto. E il bilancio è positivo.

Quali differenze ci sono tra fare un film con la Warner e con De Laurentiis?

C’è un modo diverso di approccio verso il regista e lo sceneggiatore. La Warner legge la sceneggiatura, poi fa una prima e una seconda riunione. De Laurentiis ha il modo di fare dei vecchi produttori. Dopo il soggetto legge le prime venti pagine di sceneggiatura, e su quelle fa tre riunioni. E suggerisce alcune direzioni in cui far muovere il film, non necessariamente verso il comico. Con la Warner il lavoro è più snello, fatto più sulla fiducia. Io comunque lavoro bene con tutti.

Lavorare con la Warner potrebbe voler dire vendere il suo film anche all’estero?

Sì, credo che sia un film che possa essere distribuito in Europa (ipotesi confermata dal Presidente della Warner Italia Paolo Ferrari, ndr). I sottotitoli del film sono stati realizzati con molta cura proprio per questo.

Cosa si augura per il 2010?

Mi auguro che si ritrovi il buon senso delle cose, che si stemperi la tensione che si sente e che dà fastidio a tutti. Ci sono delle nuvole grigie sopra di noi. C’è un’atmosfera da grande riunione condominiale. Mi piacerebbe che nasca una nuova generazione che sappia cambiare qualche cosa, serve un ricambio generazionale. Quello che auguro a me è continuare a darvi, fino a che le volete, delle storie convincenti che parlino dall’attuale. Non sono uno storico, sono un pedinatore di italiani, cerco i nostri vizi e i nostri tic.

Il finale del film è anche una sua riflessione personale sulla fede?

Diffido molto delle persone che dicono di aver acquistato la fede, di vip che dichiarano sui giornali di aver incontrato la Madonna e così via. Avere la fede oggi è un percorso talmente intimo, fatto di crolli e ricostruzioni. Oggi la gente si sta avvicinando a quei preti, quei sacerdoti, che con la loro umanità riescono a portare tanta gente in chiesa. La gente è delusa da tante altre cose, e riscopre questo aspetto. E poi ci sono tanti atei che sono molto più spirituali di tanti cattolici bigotti che escono dalla chiesa, vedono uno straniero e lo mandano a quel paese. Oggi c’è bisogno di punti di riferimento, quelli che avevamo ci vengono a mancare.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 


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