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Feb
10

Martin Scorsese: Convivere con la paura, non vivere nella paura

È una delle presenze più attese alla Berlinale 2010, Martin Scorsese. Ma prima di presentare il suo Shutter Island alla kermesse tedesca, il regista di origini italiane ci ha fatto un gran bel regalo. È infatti arrivato a Roma per presentare il film alla stampa italiana.

Per niente criptico e scontroso come molti cineasti di culto, Scorsese è affabile, simpatico, ben disposto alla battuta e al dialogo. Nell’affollata conferenza stampa che dell’Hotel Hassler ha lasciato tutti soddisfatti. Perché ha parlato soprattutto di cinema, delle cinematografie e dagli artisti che hanno ispirato il suo film. Un film in bilico tra i generi, che passa dal thriller all’horror, al drammatico. Rimanendo sempre un film d’autore. E continuando (grazie anche al sodalizio con Leonardo Di Caprio, giunto ormai al quarto film) a tessere i film con quel fil rouge, che è un filo rosso sangue. Come la violenza, la follia e la disperazione, che il maestro di New York continua a raccontarci, usando ogni volta linguaggi e forme diverse.

Se qualcuno le dicesse che il suo sembra un film di Fritz Lang girato da Fuller, o viceversa, cosa risponderebbe?

Non penso a me in questi termini, non mi considero al livello di questi registi. Ma per me è un onore essere menzionato insieme a loro. Shutter Island ricorda i loro film degli Anni Quaranta, rientrare in quella linea cinematografica. In cui c’è anche Jacques Tourneur.

Nei suoi film la violenza si unisce spesso al complotto. Che spesso arriva dalle istituzioni. La nostra realtà è questa?

Il film è basato su un romanzo di Dennis Lehane, che ha scritto anche Mystic River e Gone Baby Gone, due fantastici romanzi. Io sono stato attratto da questo materiale, con cui ero in sintonia. Conosco bene quel senso di paranoia e paura: sono cresciuto a New York e nel ’52 avevo dieci anni, fa un po’ parte della mia vita. Ed è lo stesso senso di paura e di paranoia che ci accompagna anche oggi. A volte ho dei sospetti sulle autorità, su chi detiene il potere. E questo si riflette nelle scelte che faccio.

Nel film cita Lang, Murnau, fa riferimenti a Kafka. Che rapporto ha con la cultura europea e in particolare con la cinematografia tedesca?

C’è sempre stata una presenza del cinema tedesco nella mia formazione. Io sono cresciuto negli anni Quaranta e Cinquanta, e molti film realizzati a Hollywood erano realizzati da immigrati, tra i quali molti venivano proprio dalla Germania e dall’Austria: Billy Wilder, Otto Preminger. Uno dei primi film che ho fatto vedere al cast è Laura (Vertigine in italiano, ndr), in cui c’è l’interpretazione di un attore devastato da una guerra a tal punto da innamorarsi di un fantasma. E poi Out Of The Past (Le catene della colpa da noi, ndr), un altro film dove c’è un mistero. C’è un debito diretto, e un amore per il cinema tedesco, come quello che ho per il cinema italiano: fa parte della mia vita.

È il quarto film che lei e Di Caprio fate insieme: com’è cambiato il vostro rapporto?

Se il nostro rapporto è cambiato, sicuramente si è tramutato in una fiducia più profonda nel lavoro che facciamo insieme. Da The Aviator a The Departed ho avuto la sensazione che con Leonardo Di Caprio sarebbe stato possibile toccare dei livelli ancora più profondi. Con questa storia abbiamo avuto entrambi la possibilità di andare oltre. Ovviamente all’inizio non sapevamo quanto oltre saremmo potuti andare, sia a livello emotivo che psicologico. E devo dire che sono rimasto colpito dall’intensità di Leonardo durante tutta la realizzazione del film. Lavorare con Leonardo è sempre una grande ispirazione, perché lui utilizza tutta l’esperienza che ha accumulato e la incanala in questo processo di crescita creativa. E in fin dei conti abbiamo gli stessi gusti. Continueremo insieme anche in futuro. 

Dopo questo film, cosa potrà dire ancora sulla violenza?

La cosa che mi ha attratto a questa storia è la natura di Teddy: la violenza ha avuto un impatto formativo sul suo carattere. Sono rimasto molto toccato da questo personaggio, dalla sua sofferenza, soprattutto alla fine del suo percorso. Tutto questo mi fa pensare a chi siamo noi, a quanto c’è di violento dentro di noi, e fino a che punto questa violenza può essere eliminata attraverso l’evoluzione.

Quali sono le sue più grandi paure?

Io convivo con la paura quotidianamente.  È qualcosa che bisogna cercare di superare: non bisogna vivere nella paura, ma convivere con la paura. Non tutti sono inclini a conviverci. Ma in ultima analisi penso che questo è il mondo che andranno a ereditare i miei figli e la cosa mi preoccupa molto.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 


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