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Mag
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Anton Corbijn. Un’intervista tra fotografia e cinema. Rock

Il famoso fotografo rock racconta Control, il suo film su Ian Curtis, il leader dei Joy Division che il 18 maggio di trent’anni fa moriva suicida.

Control, che racconta la storia di Ian Curtis e i Joy Division, è il film della vita per Anton Corbijn, che ha puntato tutto su una storia che voleva dire molto per lui. Quello che poi è diventato il più grande fotografo del rock ha deciso di lasciare l’Olanda per andare in Inghilterra proprio alla fine degli anni Settanta, quando stava esplodendo il fenomeno punk e new wave. Ha iniziato a fotografare i Joy Division:  a nessuno piacevano quelle fotografie, tranne che alla band. E continuò a fotografarli. Dopo di loro ci sono stati gli U2 (le copertine di The Joshua Tree e Achtung Baby), i Depeche Mode (tante copertine e video, tra cui Enjoy The Silence), i Nirvana (il video pluripremiato Heart Shaped Box), i Metallica. Tutto quello che è rock è passato attraverso la macchina fotografica di Corbijn. Ma i Joy Division sono stati il primo amore. Quello che affascina vedendo il bellissimo film di Corbijn (che ha appena finito di girare The American, con George Clooney, in Abruzzo) è che sembra di vedere una sua bellissima foto in movimento. Perfettamente coerente con il suo stile, ma anche con l’anima dei Joy Division. Se Wim Wenders disse che il rock gli aveva salvato la vita, è qualcosa che forse direbbe anche il fotografo olandese. Ma probabilmente è vero anche il contrario: Corbijn ha salvato il rock, nel senso che ha contribuito a dargli un’immagine, e a comunicarlo nel modo migliore.

Com’è scoccata la scintilla del suo amore per il rock?

Per le persone cresciute negli Anni Cinquanta e Sessanta la musica era un linguaggio diverso rispetto a quello dei propri genitori. Era ribellione, qualcosa che avevi nella tua stanza. Sentivo molti dischi nella mia stanza, e hanno avuto una grande influenza su di me. Così ho capito che volevo fare parte di quel mondo. Sono cresciuto in un villaggio su un’isola fino all’età di undici anni. Quando ci sono tornato ne avevo quasi cinquanta, e cercavo di capire perché amassi così tanto la musica e le foto, ho capito che in quel villaggio non c’era nulla, e che tutto quello che accadeva al di fuori era importante. Per questo ho voluto farne parte.

Qual è il suo feeling con la musica dei Joy Division?

Alla fine degli Anni Settanta amavo così tanto la musica che mi sono trasferito dall’Olanda verso l’Inghilterra. Lì incontrai i Joy Division, e li fotografai: a nessuno piacevano quelle foto, tranne che a loro. Così li fotografai ancora.

 Il suo bianco e nero è coerente con il suo stile, ma coglie anche lo spleen dei Joy Division…

Ho scelto il bianco e nero non tanto perché mi piace, ma perché qualsiasi cosa io ricordi di quel periodo era in bianco e nero: tutte le copertine e le loro foto sono in bianco e nero. Quando sono andato in Inghilterra la vedevo in bianco e nero. È stato l’unico modo in cui potessi fare quel film.

Quali sono state le difficoltà nel fare questo film?

Ogni cosa. È stato il mio primo film, tutto è stato difficile. Ogni cosa tu veda in un film, una sedia, un tavolo, dei capelli, una luce, ogni cosa è una scelta, una decisione da prendere. Mi sono divertito, ma il tuo corpo e la tua mente non si fermano mai. E’ bello sapere che hai il controllo sulle cose, e ogni cosa ti porta dove volevi arrivare.

 Il bianco e nero è qualcosa che rende tutto più crudele…

È qualcosa che rende tutto più nudo, spogliato, vicino all’essenziale.

 Qual è l’anima di questo film?

È la musica dei Joy Division, certamente. Ma c’è anche la storia d’amore, mostra come le cose possono cambiare, come l’amore può cambiare. Anch’io quando ero giovane ho avuto un’esperienza simile, mi sono sposato con la mia ragazza. Ci sono state delle similarità con la mia vita. Anch’io credo che l’amore sia una grande emozione. E anche la musica è stata una grossa parte della mia vita.

 Il suo stile così particolare, quel bianco e nero sgranato, è qualcosa di studiato o è nato per caso?

Ho fatto studi sulla grana per cinque anni… No, sto scherzando. È qualcosa di molto semplice: quando ero giovane le uniche foto che potevo fare erano foto dal vivo, e usavo questa pellicola per non usare il flash, mi serviva una grana particolare perché spesso non c’era abbastanza luce ai concerti. Non avevo molti soldi, e volevo fare anche delle foto all’aperto, così ho scelto in modo da poter usare la stessa pellicola. Quando ho avuto più soldi avrei potuto cambiare, ma ormai quella grana e il modo in cui scatto erano diventati una scelta artistica.

Cosa pensa della musica di questi anni?

Non sono un giornalista musicale. Sono solo un fotografo. C’è della musica molto bella oggi: Anthony And The Johnsons, Arcade Fire. Oggi la musica è disponibile ovunque. Credo che quello che rendeva speciale la musica negli Anni Sessanta e Settanta è che non era disponibile dappertutto, era il linguaggio di una generazione, e questo aspetto se n’è andato. Quello che rende la musica meno speciale oggi è questo. E credo che la musica sia una forma d’arte, debba essere scelta, valutata: io non ho mai scaricato niente gratis, è contro tutto quello in cui credo. Se ogni cosa è gratis, come puoi darle valore? Se non è gratis, devi fare una scelta: spendi i tuoi soldi per un disco invece che per un altro. Credo che oggi la gente dia meno valore alla musica proprio per questo.

 Il suo lavoro è stato influenzato dalla musica di band come U2 e Depeche Mode, ma anche loro sono stati influenzati dalle sue immagini. In che modo?

Ho dato loro un’identità. Non credo di aver cambiato la loro musica. Ma ho cambiato definitivamente il modo in cui la gente li guarda. E questo è molto importante: ho reso più facile comunicare l’idea di musica al pubblico.

 Cosa pensa delle nuove tecnologie? YouTube è importante per il videoclip oggi?

È ottimo, YouTube può essere la biblioteca di tutto quello che è stato fatto. Internet ha i suoi aspetti negativi, naturalmente: è eccitante ma strano che la gente dica “è un mio amico” e non si sono mai incontrati. È tutto tempo che si passa sul computer, e non sulle persone. Il mio manager mi ha fatto vedere un mio videoclip, che avevo dimenticato: nei primi Anni Novanta ero un ragazzo russo in un video di Thomas Dolby, e parlavo russo. Oggi posso trovarlo su YouTube. La tecnologia se usata per i fini giusti è sempre positiva. Ma può aprire anche dei buchi: oggi ognuno può fare il giornalista, ognuno avere un opinione. E c’è un sacco di spazzatura.

 Quando inizia a lavorare sulla copertina di un disco, come decide di scegliere il colore e il bianco e nero. Penso alle cover di The Joshua Tree e Achtung Baby, perfette per il mood di quei dischi…

Per The Joshua Tree il bianco e nero era adatto, perché mi ricordava l’America di un tempo e i suoi paesaggi. Ma poi quell’immagine era diventata troppo grande per la band, che sentiva di apparire troppo seriosa. Così hanno pensato che il lavoro successivo avrebbe dovuto discostarsi da questo, anche a livello musicale. Per i Depeche Mode ho usato poco il colore. Per il loro nuovo album vorrei usare di nuovo il colore, visto che Playing The Angel aveva una cover in bianco e nero.

Qual è il suo rapporto con queste due band?

È una relazione molto speciale, qualcosa di raro in questo mondo. Non mi piacevano gli U2, e nemmeno i Depeche Mode: ho apprezzato gli U2 perché li ho incontrati, e ci sono voluti cinque anni prima che mi piacessero i Depeche. Non è stato niente di pianificato. Non so quale sia il segreto: ma credo che non pianificare niente sia parte del segreto.

 Lei ha parlato di Bono come di una persona dall’”indole visivamente avventurosa”. Che rapporto ha con la sua immagine?

Bono è una persona interessata alle arti visive, alla pittura, alla scultura, all’architettura, alla fotografia. Basta guardare al palco su cui suonano gli U2: sono molto moderni, usano la tecnologia. È una parte importante di come la gente vede gli U2.

 Cosa ricorda dell’esperienza con Kurt Cobain per il video Heart Shaped Box?

È l’unica volta che ho girato un video in cui qualcun altro aveva scritto completamente la sceneggiatura. Kurt aveva le idee chiarissime su ogni dettaglio, che non ho cambiato quasi nulla. E Kurt poi mi ha detto che è stata la cosa più vicina a rappresentare la sua mente. Così mi ha chiesto di girare anche Pennyroyal Tea, ma non me la sentivo di girare un altro video dopo Heart Shaped Box. Così ha deciso di non fare mai più video.

 Che persona era?

Era una persona molto bella. Un gentleman. E una persona molto divertente. Mi piaceva molto.

 Qual è il disco che le ha cambiato la vita?

È qualcosa di molto vecchio. È di una band che si chiama Golden Earring. È il primo disco che ho comprato, e ha cambiato la mia vita perché da lì ho cominciato a comprare musica.

 (Pubblicato su Jam)

 

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