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15
Feb
10

Martin Scorsese: Convivere con la paura, non vivere nella paura

È una delle presenze più attese alla Berlinale 2010, Martin Scorsese. Ma prima di presentare il suo Shutter Island alla kermesse tedesca, il regista di origini italiane ci ha fatto un gran bel regalo. È infatti arrivato a Roma per presentare il film alla stampa italiana.

Per niente criptico e scontroso come molti cineasti di culto, Scorsese è affabile, simpatico, ben disposto alla battuta e al dialogo. Nell’affollata conferenza stampa che dell’Hotel Hassler ha lasciato tutti soddisfatti. Perché ha parlato soprattutto di cinema, delle cinematografie e dagli artisti che hanno ispirato il suo film. Un film in bilico tra i generi, che passa dal thriller all’horror, al drammatico. Rimanendo sempre un film d’autore. E continuando (grazie anche al sodalizio con Leonardo Di Caprio, giunto ormai al quarto film) a tessere i film con quel fil rouge, che è un filo rosso sangue. Come la violenza, la follia e la disperazione, che il maestro di New York continua a raccontarci, usando ogni volta linguaggi e forme diverse.

Se qualcuno le dicesse che il suo sembra un film di Fritz Lang girato da Fuller, o viceversa, cosa risponderebbe?

Non penso a me in questi termini, non mi considero al livello di questi registi. Ma per me è un onore essere menzionato insieme a loro. Shutter Island ricorda i loro film degli Anni Quaranta, rientrare in quella linea cinematografica. In cui c’è anche Jacques Tourneur.

Nei suoi film la violenza si unisce spesso al complotto. Che spesso arriva dalle istituzioni. La nostra realtà è questa?

Il film è basato su un romanzo di Dennis Lehane, che ha scritto anche Mystic River e Gone Baby Gone, due fantastici romanzi. Io sono stato attratto da questo materiale, con cui ero in sintonia. Conosco bene quel senso di paranoia e paura: sono cresciuto a New York e nel ’52 avevo dieci anni, fa un po’ parte della mia vita. Ed è lo stesso senso di paura e di paranoia che ci accompagna anche oggi. A volte ho dei sospetti sulle autorità, su chi detiene il potere. E questo si riflette nelle scelte che faccio.

Nel film cita Lang, Murnau, fa riferimenti a Kafka. Che rapporto ha con la cultura europea e in particolare con la cinematografia tedesca?

C’è sempre stata una presenza del cinema tedesco nella mia formazione. Io sono cresciuto negli anni Quaranta e Cinquanta, e molti film realizzati a Hollywood erano realizzati da immigrati, tra i quali molti venivano proprio dalla Germania e dall’Austria: Billy Wilder, Otto Preminger. Uno dei primi film che ho fatto vedere al cast è Laura (Vertigine in italiano, ndr), in cui c’è l’interpretazione di un attore devastato da una guerra a tal punto da innamorarsi di un fantasma. E poi Out Of The Past (Le catene della colpa da noi, ndr), un altro film dove c’è un mistero. C’è un debito diretto, e un amore per il cinema tedesco, come quello che ho per il cinema italiano: fa parte della mia vita.

È il quarto film che lei e Di Caprio fate insieme: com’è cambiato il vostro rapporto?

Se il nostro rapporto è cambiato, sicuramente si è tramutato in una fiducia più profonda nel lavoro che facciamo insieme. Da The Aviator a The Departed ho avuto la sensazione che con Leonardo Di Caprio sarebbe stato possibile toccare dei livelli ancora più profondi. Con questa storia abbiamo avuto entrambi la possibilità di andare oltre. Ovviamente all’inizio non sapevamo quanto oltre saremmo potuti andare, sia a livello emotivo che psicologico. E devo dire che sono rimasto colpito dall’intensità di Leonardo durante tutta la realizzazione del film. Lavorare con Leonardo è sempre una grande ispirazione, perché lui utilizza tutta l’esperienza che ha accumulato e la incanala in questo processo di crescita creativa. E in fin dei conti abbiamo gli stessi gusti. Continueremo insieme anche in futuro. 

Dopo questo film, cosa potrà dire ancora sulla violenza?

La cosa che mi ha attratto a questa storia è la natura di Teddy: la violenza ha avuto un impatto formativo sul suo carattere. Sono rimasto molto toccato da questo personaggio, dalla sua sofferenza, soprattutto alla fine del suo percorso. Tutto questo mi fa pensare a chi siamo noi, a quanto c’è di violento dentro di noi, e fino a che punto questa violenza può essere eliminata attraverso l’evoluzione.

Quali sono le sue più grandi paure?

Io convivo con la paura quotidianamente.  È qualcosa che bisogna cercare di superare: non bisogna vivere nella paura, ma convivere con la paura. Non tutti sono inclini a conviverci. Ma in ultima analisi penso che questo è il mondo che andranno a ereditare i miei figli e la cosa mi preoccupa molto.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

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09
Feb
10

Leonardo Di Caprio: «La violenza è un dolore rivolto contro il mondo»

“Teddy, torna in te!” Sono le prime parole che Leonardo Di Caprio pronuncia in Shutter Island, l’attesissimo nuovo film di Martin Scorsese, presentato ieri a Roma dal regista e dal suo attore feticcio. Di Caprio pronuncia queste parole guardandosi allo specchio, come nell’ultima sequenza di The Aviator. Sembra che Shutter Island per Di Caprio parta proprio da lì, e riannodi tutta una serie di fili. Quello della follia e della violenza, che da Howard Hughes arriva fino a Teddy Daniels, poliziotto che arriva sull’isola-fortezza di Shutter Island per indagare sulla scomparsa di una pluriomicida internata nel manicomio criminale che si trova lì. E si troverà a indagare anche dentro se stesso, in una discesa agli inferi apparentemente senza via d’uscita. E il filo di una carriera, quella dell’ormai ex idolo delle teen-ager di Titanic, oggi legata a doppia mandata a quella di un artista, Martin Scorsese, che gli ha fatto fare un salto di qualità. Di Caprio è al quarto film con Scorsese: dopo Gangs Of New York, The Aviator e The Departed, ecco Shutter Island. Di Caprio ha ormai preso nell’opera di Scorsese il posto di De Niro. Ma non dimentica mai di citarlo, tra i suoi modelli di recitazione e come colui che ha dato il via al metodo di Scorsese di affidarsi totalmente agli attori, rendendoli padroni del loro personaggio.

È ormai lontanissimo da Titanic, Di Caprio. In Shutter Island sembra uscito da un noir degli anni Quaranta, stropicciato, trasandato, tormentato. Appare anche invecchiato, con le rughe che solcano il suo volto, a simboleggiare solchi profondi nell’anima del suo personaggio. Rilassato, disponibile e luminoso, come si è presentato invece alla conferenza stampa all’Hotel Hassler di Trinità dei Monti, Di Caprio è lontano dal divo che era, è un artista consapevole di sé e del mondo che lo circonda. È impegnato attivamente nella tutela dell’ambiente. E anche di questo, di denaro, e di violenza si è parlato nell’incontro.

Com’è entrato nel ruolo?

Senza svelare nulla del finale, perché è obbligatorio per il pubblico vedere il film senza sapere niente di come va a finire, il mio è un ruolo che ha una certa duplicità. Con Scorsese abbiamo provato a sperimentare vari estremi per quanto riguarda questo personaggio. Questo film è un mix di generi: è un thriller psicologico, è un horror gotico. Ma al centro fondamentalmente c’è la perdita, il dolore, e il modo in cui l’essere umano fa i conti con quello che è il proprio dolore. E la capacità o meno di superarlo. Per girare il film abbiamo fatto molte ricerche, sono andato a guardare i documentari sulla malattia mentale. Abbiamo cercato di ricreare questa storia. Ma l’autore del romanzo (Dennis Lehane, l’autore di Mystic River, ndr) aveva già scritto qualcosa di molto toccante e profondo.

Che obiettivi si pone a livello professionale? Girerebbe un musical o una commedia?

Sin da ragazzo, quando ho avuto il mio primo ruolo da protagonista avevo quindici anni, anch’io ho avuto i miei eroi, attori a cui guardavo come modelli: Robert De Niro, James Dean, Montgomery Clift o altri. Quando ho avuto il mio primo ruolo ho fatto un anno di ricerche, ho cercato di vedere più film possibile per ispirarmi. La mia aspirazione ancora oggi è cercare di fare qualcosa di positivo tanto quanto hanno fatto loro nella loro carriera. Questo potrà richiedere l’intera vita. Si tratta di una sete che non è mai placata. Non mi sono mai sentito arrivato, non sento di aver mai completato il cerchio. Quando interpreto un ruolo mi sento sempre nervoso, perché penso sempre di non aver fatto abbastanza, e che potrei fare di più. Non ho tra i miei obiettivi quello di realizzare un genere in particolare. Mi interessa fare dei ruoli che, a livello di storia, mi tocchino. E si dà il caso che finisca per essere attratto da dei personaggi che hanno subito dei traumi, personaggi complicati, e oscuri.

Come ha cambiato la sua vita il suo impegno per l’ambiente?

Il mio impegno in favore dell’ambiente è iniziato molti anni fa. Ma è solo da quando è uscito il film di Al Gore Una scomoda verità che le questioni ambientaliste hanno iniziato a essere ascoltate veramente dall’opinione pubblica. Fino a quel momento si era parlato a dei sordi, che non ascoltavano e non volevano ascoltare. Lui è riuscito a raccontare in maniera concisa un argomento simile, e ad aprire gli occhi alla gente. Ma non si fa ancora abbastanza, bisogna continuare a lavorare per l’ambiente. E anch’io continuerò a impegnarmi.

Qual è il suo rapporto con il denaro?

I soldi sono importanti, sono utilissimi. Sicuramente non comprano la felicità, e ognuno di noi non può cercare di avere tanto, a un certo punto più di tanto non si può neanche desiderare. Io ho più che abbastanza. I soldi sono utili anche per l’ambiente: se non ci fosse progresso economico non potrebbero essere sviluppate le tecnologie verdi che all’ambiente sono così utili.

È il quarto film che lei e Scorsese fate insieme: com’è cambiato il vostro rapporto?

Da parte mia c’è una profonda ammirazione nei suoi confronti, e nei confronti di questa collaborazione che abbiamo insieme. La cosa più importante di Scorsese, e può essere confermata da chi ha lavorato con lui, è questa profonda capacità di fidarsi completamente di te come attore, di renderti il proprietario del personaggio, di far sì che sia completamente tuo. E questo è qualcosa di estremamente importante, che molti registi non capiscono. Lui si affida a te come attore affinché tu porti avanti la narrazione a livello emotivo. Ti ha scelto per un determinato scopo e ti dà questa possibilità che tu non devi tradire. È un tipo di collaborazione che è iniziata con De Niro e ora continua con me.

Lei e Scorsese con Shutter Island continuate un vostro discorso sulla violenza…

Questi grandi personaggi che Scorsese riesce a creare sono per loro natura violenti. Ma che cos’è in fondo la violenza? La violenza è un dolore, una sofferenza interiore che viene poi esternata, rivolta contro il mondo. I migliori personaggi di Scorsese, quelli di Taxi Driver o di Toro scatenato, sono quelli che mi hanno interessato perché ci permettono di capire che cos’è l’essere umano, che la natura umana è fatta di sofferenza, e che ognuno ha il proprio modo di tirarla fuori. Il mio personaggio di Shutter Island è forse il personaggio più violento, più dark tra tutti quelli che ho interpretato. Ma per me è stato un onore averlo potuto fare con un regista come Scorsese.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

20
Gen
10

Tutti i segreti di Up. Una chiacchierata con Enrico Casarosa, disegnatore dello storyboard dell’ultimo nato Pixar

Si sa che ogni attore prova molta più soddisfazione nell’interpretare il ruolo di un cattivo che quello di un buono. Quello che non sapevamo è che anche un disegnatore trova più interessante disegnare un “cattivo” piuttosto che il protagonista. È quello che è accaduto a Enrico Casarosa, co-autore della storia originale e disegnatore dello storyboard di Up, l’ultimo gioiello Pixar, finalmente in arrivo in dvd e Blu-ray disc dal 27 gennaio. Abbiamo intervistato Enrico Casarosa in occasione del lancio del dvd di Up. E ci ha raccontato che una delle cose più interessanti – e difficili – è stato lavorare sul personaggio di Muntz, l’antagonista, ma anche l’ispirazione di Carl, vedovo che sogna di raggiungere il Sud America per vedere quelle cascate che avrebbe tanto voluto visitare con la moglie quando questa era in vita, conosciute anche grazie anche alle gesta di Muntz.

Fa sempre un certo effetto sapere che dietro a certi capolavori Made In Hollywood ci sia anche un tocco di Italia. E parlare con Enrico Casarosa, che dopo otto anni alla Pixar (e molti di più in America) ha oramai l’accento americano e i modi gentili di tutti gli artisti Pixar che abbiamo incontrato finora, è una grande occasione per sapere cosa come nasce un film come Up. E come si lavora all’ormai mitica Pixar.

Come si arriva a lavorare alla Pixar?

Ho lavorato alcuni anni a New York. Dopo aver studiato animazione e aver lavorato in alcuni piccoli studios, ho iniziato a lavorare con la Blue Sky su L’era glaciale, nel 1999. Dopo L’era glaciale mi hanno offerto un lavoro alla Pixar: ormai sono lì da otto anni. Il primo film a cui ho lavorato con loro è stato Ratatouille: ci ho lavorato quattro anni, è stato un processo molto lungo. E subito dopo ho iniziato a lavorare su Up. In sette anni ho lavorato su due film: ci vuole un po’ di tempo per farli, questi film…  

Up è stato il primo film in 3D per la Pixar: qual è stato il vostro approccio al 3D? E come cambia il suo lavoro?

Il nostro lavoro non cambia. Vogliamo sempre tenere a mente qual è la cosa più importante: raccontare storie, creare personaggi importanti e credibili, parlare di elementi e temi di spessore. Il 3D diventa una nuova arma a disposizione della cinematografia quando si tratta di rifinire il prodotto. È un po’ come il suono, o la maniera in cui definisci le luci. Il 3D ci dà la possibilità di scegliere se tenere le cose un po’ più piatte, o se giocare sul livelli differenti di profondità, se sentire qualcosa più vicino o più lontano dallo spettatore. È qualcosa di più tecnico. Non vogliamo che questo vada a incidere sulle nostre scelte di storyboard o di regia, né che il 3D sia una distrazione per chi guarda il film: non vogliamo andare a cercare momenti specifici di dita che vengono verso lo schermo, o altre scelte strane che il 3D va a cercare in certi casi.

In che momento della lavorazione di Up è entrato al lavoro?

Ho iniziato a lavorare ad Up nel momento in cui avevano appena lavorato allo storyboard del primo atto, e il film stava già prendendo forma. Il regista aveva iniziato a progettare il film da più di un anno. Per cui io sono arrivato nel momento in cui il film stava cominciando a procedere più spedito. E, a livello di sceneggiatura e di storyboard, si cominciava a lavorare al terzo atto, quello fatto più di azione: si trattava di capire come tenere alta la tensione del racconto, di creare cose eccitanti, come pericoli, fughe, e così via.

Nella creazione degli storyboard, quanto seguite le indicazioni del regista e quanto potete creare liberamente?

Il lavoro cambia molto a seconda della scena e dal momento. Alla Pixar sono sempre molto aperti, e raccolgono volentieri idee, alternative che uno vuole proporre. Ma quasi tutte le soluzioni si vanno a trovare insieme, per cui molte volte si fa un brainstorming con tutti gli artisti per scegliere l’idea migliore: il nostro è un lavoro di squadra. Molto dipende dal tipo di scena: se ad esempio abbiamo una fuga, come quella dal dirigibile, con i cani che inseguono i protagonisti, ti possono dare una linea guida di sceneggiatura che corrisponde a dieci minuti di film: allora lì ti devi inventare molte cose, dove sono i personaggi, che tipo di pericoli vanno a correre. Nelle scene in cui c’è più dialogo, la sceneggiatura e il regista forniscono indicazioni più precise, è il dialogo che guida la scena. Ma a volte anche noi possiamo fornire suggerimenti sui dialoghi, e modificarli.

Quali sono state le scelte più importanti che ha dovuto fare in fase di storyboard?

Abbiamo studiato molto come costruire Muntz, il cattivo del film, che è un po’ l’antagonista di Carl, il nostro vecchietto. Trovare il suo personaggio è stato molto interessante, e anche molto difficile. Il nostro lavoro consiste nel provare cose differenti e vedere se funzionano. Abbiamo pensato alle possibili diverse ragioni per cui Muntz, questo vecchietto, sia andato in Venezuela a cercare quell’uccello che era l’anello mancante tra dinosauri e uccelli. Abbiamo fatto tantissime versioni dell’introduzione a questo personaggio. Abbiamo provato anche a disegnarlo giovane: era un personaggio che continuava ad apparire giovane ancora oggi anche se risaliva agli anni Trenta, e allora avrebbe potuto avere qualche pozione di giovinezza. E altre cose fantasiose e un po’ strane. Alla fine abbiamo optato per qualcosa di più semplice, che andasse a supportare il nostro personaggio principale, perché spesso l’antagonista è un po’ lo specchio del protagonista: abbiamo cercato di costruire un cattivo che fosse simile al nostro Carl, ma che nella sua vita avesse preso solo qualche decisione sbagliata.

Up rimanda a un cinema d’altri tempi, quello di avventura degli anni Trenta e Quaranta, ricreato con un cinema d’animazione che è all’avanguardia. A cosa vi siete ispirati per quanto riguarda il cinema del passato?

È evidente all’inizio del film, quando c’è un filmato in bianco e nero che ricrea le “riviste” che negli anni Trenta facevano vedere prima dei film: è ispirato a quel modo di raccontare un po’ sensazionalista. Siamo andati a vedere il primo King Kong. E abbiamo simulato addirittura l’effetto di un proiettore. Anche per la musica Michael Giacchino, fresco vincitore di Golden Globe, è andato a studiare le vecchie colonne sonore, compresa quella di King Kong, e ha registrato la musica come si sarebbe fatto un tempo, senza l’effetto stereo. Abbiamo proprio cercato di andare a catturare il feeling dei vecchi film.

Che sensazioni ha un artista di storyboard quando vede i suoi disegni trasformati nel risultato finale?

Una volta visto completato Up, noi che ci abbiamo lavorato ci sentiamo tutti molto fieri. Un po’ perché è un film diverso, un po’ perché ha il coraggio di parlare di temi molto profondi. In particolare, vedere sul grande schermo una cosa che hai disegnato tu è una sensazione strana. È una cosa che fa piacere: ad esempio in Ratatouille ho rivisto una scena con una gag che avevo ideato io, ed è stata una grande soddisfazione vedere qualcuno che ride per una tua idea. È l’esperienza più bella che può capitare.

Perché la Pixar è la numero uno in fatto di animazione?

Tutti dicono che in animazione la storia è la cosa più importante. Ma la Pixar è davvero quella che impiega più risorse proprio nella storia, in modo che tutti capiscano che è la cosa più importante, dai capi a noi artisti dello storyboard. Tutti ci siamo scervellati, emozionati per cercare di raccontare la migliore storia possibile, con tanta immaginazione, cercando più sorprese possibili. Secondo me è questa la cosa importante della Pixar. Ci sono registi che si aiutano l’uno con l’altro: così non hai solo un regista con una grande idea, ma tanti registi che la aiutano a diventare ancora più grande.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

08
Gen
10

Carlo Verdone: sono un pedinatore di italiani

“Pedinatore di italiani”. È così che si definisce Carlo Verdone, che ha presentato a Roma Io, loro e Lara, il suo nuovo film. La nuova definizione si aggiunge a quella di “melancomico”, che gli fu data qualche anno fa, e che cita ancora oggi. E, mescolate insieme, riescono a dare la cifra di quello che è il suo nuovo film. Perché Io, loro e Lara torna a un cinema più velato di malinconia, lungo un filone iniziato con Io e mia sorella e continuato con Perdiamoci di vista. Ed è un film che, partendo da una vicenda personale, parla dell’Italia di oggi: ci sono gli immigrati, i precari, le famiglie divise e le nuove famiglie allargate. C’è la Chiesa, una Chiesa insolita e diversa da quella ufficiale che siamo abituati a vedere. Lo ricorda, in una scena,  proprio il personaggio di Verdone, Padre Carlo. Un missionario in crisi di fede e d’identità che torna in Italia per trovare conforto – dalla sua famiglia – e trova solo sconforto: il padre è circuito da una badante moldava, la sorella divorziata (Anna Bonaiuto) deve fare i salti mortali per mantenere la figlia, il fratello cocainomane (Marco Giallini) vive di relazioni molto instabili. E nella loro vita – non vi sveliamo come – deve ancora entrare la misteriosa Lara (Laura Chiatti), ragazza tormentata con più di un segreto. “È un film particolare, coraggioso, giocato sui mezzi toni” ha esordito Verdone. “È la prima volta che faccio un prete, perché non possiamo considerare la caratterizzazioni dei miei film del passato. Ho voluto raccontare la storia di un uomo perbene che si trova in una crisi”. Non è un caso che Verdone torni con un film di questo tipo, una svolta matura più volte tentata e poi abbandonata. Non è un caso perché Verdone gira un film prodotto e distribuito dalla Warner dopo i due film con la Filmauro di De Laurentiis, evidentemente più incline a un cinema di puro intrattenimento. Nella conferenza stampa è arrivata inevitabile la domanda su che differenza ci sia tra le due produzioni. E la risposta di Verdone, seppur diplomatica, è stata illuminante su come funzionino i meccanismi del cinema.

Il suo film racconta l’Italia di oggi, il nostro rapporto con gli immigrati. Lei come vede noi italiani?

È uno dei temi del film, certo. Io vedo un paese diffidente: razzista forse è un termine esagerato. Ma la diffidenza in alcuni casi è talmente cruda che può scivolare verso il razzismo. Il nostro è un paese che non ha strutture di accoglienza adatte, come le hanno in Germania, in Francia, in Inghilterra. Qui si fa fatica perché è un paese molto diviso, ci sono molti contrasti. Io ho voluto dare un messaggio finale di concordia.

Come ha scelto Laura Chiatti?

L’ho incontrata qualche anno fa a Sorrento, alle Giornate Professionali. E le ho detto: “dobbiamo fare un film insieme”. Lei mi ha risposto: “magari!” Laura non è solo un bel viso, ma ha anche un gran temperamento. L’ho voluta castana perché fosse la ragazza della porta accanto. In questo ruolo mi piaceva castana, la sentivo più vicina. Avevo intuito che aveva un grande carattere.

In Io, loro e Lara ricompare una vena di malinconia…

Ma quella c’era anche in Un sacco bello, in Bianco, rosso e Verdone. È qualcosa che evidentemente mi appartiene. Se qualche anno fa mi hanno definito “melancomico”, qualcosa voleva dire.  

Com’è nata la storia del film?

Oggi la parola “etica” non è vecchia, polverosa o bacchettona. Ma è una parola d’avanguardia. Viviamo i un’epoca in cui non abbiamo perso solo il senso etico delle cose, ma proprio la civiltà. E io volevo raccontare un uomo perbene, non volevo fare il solito cialtrone. Oggi i sacerdoti moderni, quelli che operano nelle periferie difficili, hanno un bel rapporto con la gente: non parlano dal pulpito, ma tra la gente. Sono persone che dopo sessanta secondi in cui parli con loro ti fanno dimenticare di essere dei sacerdoti. È una parte della Chiesa che andrebbe indagata. Volevo far soffrire questo personaggio, ma fargli mettere a posto le cose. Non ne potevo più di fare il borghese con le corna. È un periodo in cui o faccio quello che voglio o niente. Non posso morire di solo cinema. D’ora in poi voglio fare dei film corali, recitare insieme ad altri attori, soprattutto giovani.

A quasi trent’anni dal suo esordio, che bilancio fa della sua carriera?

È successo un miracolo. Dopo Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone, e dopo che Sergio Leone si era allontanato perché il secondo film aveva avuto meno successo del primo, e sembrava che io avessi esaurito tutte le mie cartucce, non si era fatto sentire più nessuno. Tanto che chiesi a mia madre di tirarmi fuori la laurea… Si fece vivo Mario Cecchi Gori, che mi disse che gli era piaciuto il personaggio dell’emigrante. E per quello mi chiese di fare un film: mi diede tutto il tempo per scrivere Borotalco, che è il mio film più importante, il primo con un personaggio unico. La sera della prima di Borotalco ero con Enrico Lucherini al cinema Corso di Roma, ed ero nervosissimo. Sì, la mia carriera è stata un miracolo: credo di aver avuto molto. E il bilancio è positivo.

Quali differenze ci sono tra fare un film con la Warner e con De Laurentiis?

C’è un modo diverso di approccio verso il regista e lo sceneggiatore. La Warner legge la sceneggiatura, poi fa una prima e una seconda riunione. De Laurentiis ha il modo di fare dei vecchi produttori. Dopo il soggetto legge le prime venti pagine di sceneggiatura, e su quelle fa tre riunioni. E suggerisce alcune direzioni in cui far muovere il film, non necessariamente verso il comico. Con la Warner il lavoro è più snello, fatto più sulla fiducia. Io comunque lavoro bene con tutti.

Lavorare con la Warner potrebbe voler dire vendere il suo film anche all’estero?

Sì, credo che sia un film che possa essere distribuito in Europa (ipotesi confermata dal Presidente della Warner Italia Paolo Ferrari, ndr). I sottotitoli del film sono stati realizzati con molta cura proprio per questo.

Cosa si augura per il 2010?

Mi auguro che si ritrovi il buon senso delle cose, che si stemperi la tensione che si sente e che dà fastidio a tutti. Ci sono delle nuvole grigie sopra di noi. C’è un’atmosfera da grande riunione condominiale. Mi piacerebbe che nasca una nuova generazione che sappia cambiare qualche cosa, serve un ricambio generazionale. Quello che auguro a me è continuare a darvi, fino a che le volete, delle storie convincenti che parlino dall’attuale. Non sono uno storico, sono un pedinatore di italiani, cerco i nostri vizi e i nostri tic.

Il finale del film è anche una sua riflessione personale sulla fede?

Diffido molto delle persone che dicono di aver acquistato la fede, di vip che dichiarano sui giornali di aver incontrato la Madonna e così via. Avere la fede oggi è un percorso talmente intimo, fatto di crolli e ricostruzioni. Oggi la gente si sta avvicinando a quei preti, quei sacerdoti, che con la loro umanità riescono a portare tanta gente in chiesa. La gente è delusa da tante altre cose, e riscopre questo aspetto. E poi ci sono tanti atei che sono molto più spirituali di tanti cattolici bigotti che escono dalla chiesa, vedono uno straniero e lo mandano a quel paese. Oggi c’è bisogno di punti di riferimento, quelli che avevamo ci vengono a mancare.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

20
Dic
09

Leonardo Pieraccioni: sono più fragile e meno spavaldo

Sembra un’allegra armata Brancaleone, o un gruppo di studenti un po’ fuori corso in libera uscita, la banda Pieraccioni, nella conferenza stampa a Roma per presentare Io & Marilyn. C’è anche una sedia vuota, perché Suzie Kennedy, la sosia di Marilyn che nel nuovo film del comico toscano interpreta il fantasma della Monroe, è a Londra. Così l’effetto è quello del film: una Marilyn che vede solo Pieraccioni – l’ha evocata lui in una seduta spiritica – che ovviamente gli altri prendono per matto. Il fantasma di Marilyn passa qualche giorno accanto a Gualtiero Marchesi (Pieraccioni nel film si chiama proprio come il cuoco), e, come l’Humphrey Bogart di Provaci ancora Sam con Woody Allen, gli fa da mentore. Provando a fargli riconquistare l’ex moglie. Io & Marilyn, nelle sale da venerdi 18 dicembre in 650 copie, è una variazione piuttosto importante nella classica struttura boy-meets-girl dei film di Pieraccioni, un film dove si ride molto di più degli ultimi suoi film, eppure c’è anche una componente malinconica, riflessiva, sul tempo che passa, sulla vita e la morte. E anche il finale è meno scontato di come si possa pensare.

Non è scontato neanche il finale della lotta al botteghino con il classico cinepanettone targato Filmauro, che contenderà a Pieraccioni la vetta del botteghino. Alla conferenza stampa si è parlato anche di questo, ma il “Brad Pitt di San Frediano”, come si definì qualche anno fa con ironia, non cade nel tranello della polemica, ma insieme ai suoi compagni di gita (Massimo Ceccherini, Rocco Papaleo, e le new entry Biagio Izzo e Francesco Pannofino), continua a scherzare e rispondendo si diverte, da vero mattatore.

Ha chiesto il permesso a Gualtiero Marchesi di usare il suo nome?

Nel film mi chiamo “Gualtiero Marchesi, come il cuoco, ma non sono il cuoco”.  Questa battuta è venuta così, perché dovevo dare un cognome quando telefonavo ai Carabinieri. Poi mi è venuto in mente che forse avrei dovuto chiedere il permesso. Così ho chiamato Marchesi, e gli ho detto che se non mi dava il permesso mi sarei chiamato Giampiero Vissani…

Ha lavorato con un regista come Veronesi alla sceneggiatura. L’ha influenzata a livello di regia?

Veronesi mi ha tenuto la testina, come si fa a un bambino che deve vomitare, quando ho girato I laureati, che era il mio primo film. Ora non ho bisogno di aiuto.

Pensa mai di tornare a recitare a teatro?

Il teatro è una delle grandi bugie della mia vita: come quella di imparare l’inglese e di andare in palestra. Mi piacerebbe tornare a fare teatro, ma dovrei scrivere un monologo tutto da solo, e non è una cosa facile.

Possiamo dire che questo film è una svolta intimista?

Ognuno è il film che fa in quel momento. In questo film si racconta il mondo che non c’è più. Tutti ci siamo interrogati sul rapporto che può esserci tra noi e chi ci ha voluto bene e adesso non c’è più. In Io & Marilyn si vanno a toccare temi molto sentimentali, che mi appartengono. Oggi mi sento più fragile e meno spavaldo rispetto a I laureati a Il ciclone. Certe microansie non ce le avevo a quei tempi.

Come ha trovato Suzie Kennedy?

Non ci crederete, ma sono andato su Google e ho digitato “sosia di Marilyn Monroe”. Mi sono apparse una serie di foto, che credevo fossero della vera Monroe. Lei vive una sorta di transfert. Quando ci siamo incontrati le ho detto che avremmo girato a Firenze. Mi ha risposto: “Marilyn non è mai stata a Firenze. Ora ci sarà”… Pensate che ho trattato con Anna Strasberg, che cura i diritti della Monroe, come se stessimo trattando della partecipazione al film di Marilyn…

Trova che ci sia un legame tra la sua Marilyn e il Bogart di Provaci ancora, Sam?

Siamo andati a fare un classico del fantasy: il fantasma che vedi solamente tu. Tre le sottotracce del film c’è il divertimento e l’omaggio a Woody Allen ci sta. Chiedere consigli di sull’amore e Marilyn con la vita sentimentale dissestata che ha avuto è un altro aspetto comico. Temevo che Marilyn non si amalgamasse con gli altri personaggi, invece è una dei sei protagonisti del film.

Nel suo film non c’è solo il toscano, ma molti dialetti…

Già dal mio primo film non ho voluto fare un film toscano per i toscani. Quando facevo i miei spettacoli a Firenze con Carlo Conti e Panariello facevamo settemila persone alla volta. Già spostandoci a Grosseto, un po’ più a sud, gli incassi non superavano neanche il costo delle multe che prendevamo per aver parcheggiato in divieto davanti al teatro… Da tempo volevo un antagonista che non parlasse fiorentino, e ho scelto Biagio Izzo. Rocco Papaleo dà al film un sapore di grande divertimento: durante le riprese lo facevo andare a ruota libera, e diceva cose che non capiva nemmeno lui. Io riempio i miei dvd di sue papere e di ciak sbagliati. Volevo anche che la Tabita lasciasse andare il suo siciliano. Così il film ha un respiro più italiano.

Questa varietà dei dialetti è anche un tentativo di prendersi il pubblico del cinepanettone, che questo Natale è un vostro avversario al botteghino?

È un po’ la conseguenza di quello che ho sempre fatto da I laureati. Non volevo che fossero tutti toscani così scelsi Rocco Papaleo e Gianmarco Tognazzi. Ho scelto di fare sempre così, a volte con delle forzature clamorose: cosa c’entrava Tosca D’Aquino che vendeva profumi parlando napoletano a Stia?

Ma lei cosa pensa dei cinepanettoni?

Abbiamo sempre avuto tanti competitor stranieri. Ricordo l’anno di King Kong, in cui sembrava che non dovesse essercene per nessuno. Invece non andò così. È fantastico che ci siano due film italiani che si prendono la totalità degli incassi. Io ho un totale rispetto per il pubblico. Se ci danno in dono il popolo è un premio meraviglioso. La comicità è qualcosa di popolare. Una giornalista mi ha chiesto quando farò un film impegnato… Le ho risposto: “chiedi a Bellocchio quando farà una commedia!” Neri Parenti è fiorentino, credo che si diverta un sacco a fare i film. E quando ci si diverte, si diverte anche il pubblico. Sentirsi dire “sono andata a vedere il tuo film e sono stata bene”, come mi ha detto una ragazza a un semaforo, è il complimento più bello. E poi, qual è la donna che ti può dire “sono stata bene per un’ora e mezza” se non con un film? Almeno nel mio caso… Quando ho visto Trainspotting  io avrei voluto chiamare Danny Boyle e dirgli che il suo film mi aveva rilassato. E qui si entra nella psicanalisi…

(Pubblicato su Movie Sushi)

20
Dic
09

Videocracy: intervista a Erik Gandini. La banalità è pericolosa

Uno dei film più discussi di quest’anno, Videocracy, esce in un cofanetto con dvd e libro, in cui, ispirati dal film, dicono la loro sulla videocrazia  Scurati, Vicari, Curzio Maltese e molti altri. Un film importante, che andrebbe proiettato nelle facoltà di Scienze della comunicazione come libro di testo, è stato presentato dall’autore Erik Gandini, che abbiamo intervistato a Roma. Mentre nel frattempo nel campo della tv e della politica è successo di tutto, e il suo Videocracy sembra acquistare un’importanza ancora maggiore. Cortese e disponibile, il regista italo-svedese ci parlato con lucidità della televisione, e di quel cortocircuito cinema-tv che è avvenuto con il suo film. 

Da quando ha chiuso il film sono successe tantissime cose. Se dovesse girare Videocracy 2, cosa ci metterebbe?

Da documentarista cerco di evitare il più possibile l’approccio giornalistico, o quello dello scoop. Anzi, punto al contrario: vorrei che vedendo questo film tra dieci anni questo possa dire ancora qualcosa di una fetta d’Italia di oggi. Vallettopoli, termine che non uso mai, il caso Noemi: non ne parlo, cerco qualcosa che trascenda lo scoop, credo che questa logica sia tipica del giornalismo, e che sia un po’ malsana. Accade questo anche per Guantanamo: sembra una storia morta, poi se c’è un suicidio, un Corano buttato nel cesso, l’argomento torna in auge, e si raccontano le premesse di quella storia, che basta di per sé. Abbiamo speso più tempo a trovare la musica giusta e la struttura tra i personaggi che l’informazione sconosciuta. Abbiamo voluto evitare gli scandali e trovare qualcosa di più “mitologico”.

Come reagiscono a Videocracy fuori dall’Italia?

La reazione più frequente è dire “queste cose esistono anche qui”. L’effetto, che poi era quello che volevo, è quello della paura: basta ridere dell’Italia, ma iniziamo a capire la profondità di questo processo. All’estero tutti dicono che questa cultura della banalità, dell’apparenza è una cosa globale.

Si cerca di combattere questa cultura?

Posso raccontarle cosa succede in Svezia. Oltre al fatto che nella televisione pubblica non c’è la pubblicità, ci sono programmi culturali e per bambini, c’è molta attenzione al piccolo singolo e indipendente osservatore della realtà. Se dai uno spazio a documentaristi indipendenti riconosci il fatto che non sei “là sopra”, ma tra la gente. Quando abbiamo fatto il film su Guantanamo (Gitmo, distribuito da Fandango come Videocracy, ndr), abbiamo telefonato all’esercito americano, servizio stampa, che ci ha risposto molto gentilmente spiegandoci come fare per arrivare lì. E in molti mi hanno chiesto che numero avevo fatto, come fare ad andare lì. Un altro esempio è un programma di inchieste: un giornalista è andato con una telecamera nascosta a parlare con i partiti, nei loro stand elettorali nelle piazze. Ha parlato loro di immigrazione, e i politici si sono scagliati duramente contro i musulmani. Una volta mandato in onda il video, l’effetto sulle elezioni è stato notevole, e nessuno ha parlato di complotto, ma hanno riconosciuto che era la verità. C’è l’accordo tra il pubblico e la tv che se porti verità inoppugnabili, documentate, queste vengono considerate verità e non ridotte ad opinioni come qui.

Videocracy è un cortocircuito, una sfida tra due media, cinema che racconta la televisione. Il cinema può raccontare la tv, può vincerla, o ha bisogno di lei?

È una domanda molto interessante, penso spesso a questi aspetti. Io per avere accesso sia a Guantanamo che alla Costa Smeralda, devo usare un linguaggio che conoscono. Nel loro mondo se chiedi di fare un’intervista pensano che tu sia mandato da qualcuno, che sei un redattore di qualche grande testata e non sarai poi tu a scegliere il materiale. Non pensano al filmmaker indipendente. Io lo chiamo professionismo antiprofessionale: tu sai che loro non sanno, sai che più la videocamera è piccola più sembri un nessuno. Questo gioco mi ha aiutato a catturare delle verità che sarebbero nascoste. Questo è un segnale che il cinema, che prima era grande produzione industriale, adesso è sempre di più ridotto al piccolo uomo, o donna, con una telecamera. Piccola. Ma il risultato è comunque il grande schermo. Al montaggio, in post produzione, puoi aggiungere suoni e immagini e avere un gran risultato. Nel documentario su Francis Ford Coppola e Apocalypse Now, che racconta 360 giorni di riprese, disastri, bancarotte, Coppola alla fine dice che il suo sogno è che “a fat girl from Ohio”, una grassa donna dell’Ohio, riesca a diventare la prossima star del cinema con la sua piccola telecamera. E il professionismo del cinema sarà distrutto per sempre. Lo diceva 12-13 anni fa. E oramai ci siamo.

Lei ama molto Antonioni. Cosa ama di lui? Cosa c’è di Antonioni nella sua opera?

Mi piace il fatto di lui che sia riuscito così presto a mettere immagini su sentimenti così astratti come l’alienazione, il vuoto, l’apparenza, negli anni Sessanta, quando erano concetti che ancora non esistevano. E non l’ha fatto a parole, ma in immagini. Non mi paragono a lui, ma mi ispiro per usare le immagini in questo modo: raccontare il proprio tempo con il cinema. Quando si dice che non c’è niente di nuovo in Videocracy, sono completamente d’accordo. Non voglio che tu vada a vedere Videocracy per informarti, come a una conferenza. Voglio che tu vada al cinema per percepire dei sentimenti che solo il cinema può dare. Se Videocracy coglie le tendenze che ci sono in Italia in questi anni, e verranno riconosciute come tali anche negli anni a seguire, per me basta.

Come ha scelto cosa inserire nel film? Era tutto programmato?

Non sapevo chi avrebbe accettato di essere intervistato, cosa avrebbero detto di fronte alle telecamere. Avevo un grande interesse nelle cose. Ma se la fiction è basata sulla sceneggiatura, e appena questa è finita si inizia a girare, nel documentario accade il contrario: la sceneggiatura si crea con il montaggio. Ci sono idee che sono state scartate, personaggi che non abbiamo utilizzato: quando sono stato in Costa Smeralda ho intervistato Briatore, ma si tratta di persone noiosissime, esperte nel rilasciare interviste e dire cose che non significano niente, come “l’unica cosa che è gratis nella vita sono i sogni”…

In Videocracy ci sono molti aspetti paradossali…

Sì. Ricky che si dichiara vittima di discriminazione nei confronti delle donne. O Fabrizio Corona che si proclama ribelle rispetto al sistema, mentre ribelle non lo è. Dice di essere contro chi sta in alto e ci ha rubato delle cose, e di volere riprendersele. È tutta apparenza: Corona è un reazionario. Cosa c’è di rivoluzionario in lui? Punta ad avere dei soldi, ad arricchirsi. La sua idea di verità è interessante: lui dice “in questo mondo di grande menzogna, dove tutti recitano, io dico le cose come stanno. Tutti rubano, anch’io lo faccio, però lo dico”. Quando si proclamano ribelli ma non lo sono, e nessuno se ne accorge, c’è qualcosa che non va. È lo stesso caso di Lele Mora con gli inni fascisti sul telefonino: si pensa che sia ideologizzato, ma la sua è una mancanza di ideologia. Il fascismo per lui è quasi una questione estetica: che le immagini sono carine e la musica è bella. È la banalità del male: cose che sembrano innocue, come divertirsi con tette e culi. Ma oggi all’improvviso queste banalità si rivelano pericolose e malvagie di per sé. Il che è una cosa nuova. In Italia molti, soprattutto la sinistra, hanno sottovalutato il potere della tv, dicendo “siamo intellettuali, abbiamo i giornali, i nostri libri, lasciamogli fare che tanto…”

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

30
Nov
09

Checco Zalone: l’ignoranza è forza

Quanta cattiveria in questa società/Nel confronto di chi tiene un’altra sessuità/Quanta gente che vi ingiuria/Quanta gente che vi attacca/Solo perché non vi piace la patacca/Gli uomini sessuali sono gente tali e quali come noi/Noi normali/Sanno ridere sanno piangere sanno battere le mani/Proprio come alle persone sani/Gli uomini sessuali non c’avranno gli assorbenti/Ma però c’hanno le ali/Per volare via con la fantasia da questa loro atroce malattia.

È il testo di I uomini sessuali, l’esilarante canzone che Checco canta a una serata gay (credendo che l’omosessualità sia una malattia…) in Cado dalle nubi, l’esordio sul grande schermo di Checco Zalone, il cantante neomelodico di Zelig. Che in realtà si chiama Luca Medici. Ci ha cantato questa canzone in anteprima, voce e chitarra, quando l’abbiamo incontrato questa estate a Roma, sul set del film: una villa arredata per l’occasione in stile africano, con narghilè, cuscini e tappeti. Si stava girando la scena della festa a cui viene invitato Checco. E dove ripara un portasapone che aveva rotto facendo la calce con la cocaina. Il set era a Roma, ma nel film siamo a Milano. È qui che arriva Checco, da Polignano A Mare, provincia di Bari, per tentare la fortuna come cantante. Ignorante, semplice, candido, Checco arriva al nord per scardinare tutti i luoghi comuni, i razzismi e i perbenismi della nostra società. Facendo centro.

Com’è nato Cado dalle nubi?

La stagione fortunata di Zelig ha fatto sì che ci fosse un’attenzione verso i comici, e verso di me. In questo modo sono arrivate tutta una serie di proposte. Fino a che Pietro Valsecchi (produttore di Taodue, ndr) ci ha chiamato a Cortina, e anche questa è stata una situazione di spunto per il film. Io e Gennaro Nunziante (il regista di Cado dalle nubi, ndr) eravamo due “terroni” in questo mondo di opulenza. C’era anche una scultrice di “gnacchere” in marmo. Poi la sera a cena con un po’ di vino abbiamo raccontato questa storia. Ed è nato questo sodalizio.

Com’è il suo personaggio?

Nasce da quello che già conosce la gente: Checco è uno sgrammaticato, un ignorante. E fa di questa ignoranza la sua forza: perché non ha filtri. Per lui gli omosessuali sono i “ricchioni”, ma lo fa così in buonafede che gli vuoi bene. Può dire tutto, essere scorretto. Al mio amico di colore dico che sono pur sempre una persona bianca. La scorrettezza più assoluta, che però viene lasciata correre, è  lo scudo per fare una certa comicità. Me ne vado insultando la mia stessa gente, dicendo: “terroni di m..”. Arrivo a Milano e dico a mio cugino, che non so essere gay, “ma non mi doveva capitare un ‘ricchione’ nel mio scompartimento?” Poi sono io stesso a insistere perché mio cugino si dichiari alla famiglia. Ma la cosa più divertente del film è quello che accade con la Lega. Un impresario, offeso dalla canzone I uomini sessuali, mi dice che c’è la sagra del peperoncino verde, invece mi porta a una convention di leghisti e canto la canzone “U facimmo stu pont”e.  La canzone che canto inneggia al ponte di Messina, la storia di un calabrese che vuole il ponte perché ha un sacco di donne in Sicilia

Quali altre canzoni ha scritto?

Angela, è la canzone che apre il film, dedicata alla mia fidanzata. In cui dico che avrò cura di lei, ma non a chiacchiere come Franco Battiato. Curerò proprio le sue malattie, come il cancro, e così via. Il film si apre così: finita questa canzone mi molla. Mi dice che sono povero, e le dico che tutti noi cantanti dobbiamo essere poveri all’inizio, che io lo faccio apposta, perché sennò non abbiamo cose da raccontare nelle interviste.

In Cado dalle nubi si parla anche di politica: che rapporto ha Checco con la Lega nel film?

Il padre della ragazza di cui mi innamoro è il presidente di una sezione della Lega. C’è una scena, a tavola, con Alberto da Giussano che sembra indicare me. Gli chiedo di venire in Puglia, e quando mi dice che loro lavorano gli dico: ti prendi una settimana di malattia, come fa mio cugino, che è un falso invalido. Gli sputo tutti i difetti del sud. In realtà il partito di cui è presidente il padre l’abbiamo chiamato il Partito del Nord. Tra le cose che faccio piscio nell’ampolla con l’acqua del Po. Ma la cosa più bella è quando si capisce che sono tutti meridionali.

La vediamo anche partecipare a un talent show…

Sì, partecipo a uno show tipo X Factor. La scena che mi piace di più è quella in cui vinco, e spezzo l’ipocrisia che c’è in queste manifestazioni: il vincitore consola il secondo. Io invece lo insulto: “voleva vincere lui, ma vafan…”

Il personaggio di Checco a chi è ispirato?

È nato come parodia del cantante neomelodico napoletano. Alle prime uscite di Zelig era semplicemente questo: era un personaggio borderline, sempre al limite della legalità, che era il tema delle canzoni. Mi hanno influenzato le cose che faceva Gennaro Nunziante con Toti e Tata. Poi il personaggio è stato sviluppato a Zelig. Lo scorso anno c’è stata la fase delle parodie, ma mai l’imitazione: mostravo come Checco scriverebbe una canzone per Vasco o per Jovanotti. Poi Checco si è sviluppato da sé, ora è in una fase più matura. Un Borat all’italiana, a nudo di tutto: non sa niente, né che esiste la Lega, né la cocaina.

Ti pesa mai il personaggio?

Mai. Mi pesa me stesso. Mi trovo più in imbarazzo quando devo parlare seriamente, come in questo momento, perché trovo che la mia persona non sia poi così interessante. Proverei imbarazzo ad andare in tv a esprimere la mia opinione su un tema. Io voglio solo far ridere, e cantare.

 

 








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