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10
Set
09

Venezia 66. Fatih Akin: Ho scoperto il mio sense of humour

fatih-akin_1196549104Applausi per Fatih! Soul Kitchen, il film del regista turco-tedesco Fatih Akin, è stato tra i più applauditi della Mostra di Venezia, sia alla proiezione stampa, che all’arrivo del cast in sala stampa. Akin, 35 anni, nato in Germania da genitori turchi, ha girato una commedia, irresistibile e lontanissima dai suoi primi lavori. Soul Kitchen è ambientato in un ristorante gestito da un ragazzo greco. È la storia di qualcuno che riesce a farcela, e per questo ci sembra il film perfetto per sognare la fine della crisi economica. È simpatico e affabile, Akin. Ha girato un film sulla cucina, ma dice di non essere un bravo cuoco. Non ha talento, dice. Poco male, un altro talento ce l’ha. Ed è quello di fare i film.

Nel suo film c’è tanta bella musica. Ha mai pensato di dirigere un musical?

Per certi versi questo film è un musical. Ci sono molte scene con gente che balla, e la musica è parte della storia. Amo vedere e filmare la gente che balla. È così bello, è sensuale e rende felici.

I suoi personaggi hanno una relazione intensa con la città. Era importante che il film fosse girato ad Amburgo?

Il film è un omaggio alla mia città natale. Sono nato e vivo ad Amburgo. Sono stato a Istanbul, in Turchia, molte volte, ma per me non è come Amburgo. La sposa turca è considerato un film di Istanbul, ma lì è ambientata solo la seconda parte, mentre la prima è proprio ad Amburgo. Ho dovuto imparare a scoprire nuovamente la mia città. In questi anni ho visitato molti luoghi esotici: ho visto il Messico, e avrei voluto girare là, ho visto la Slovenia, New York. Ma Amburgo è il posto dove vivo, è il posto che amo. Ho dovuto aprire gli occhi e vedere la mia città di nuovo. Abbiamo girato in molti luoghi, come alcuni locali, che in futuro non ci saranno più, o già adesso non esistono, perché Amburgo è una città che cambia molto velocemente. Non abbiamo voluto mostrare una Amburgo turistica, ma una Amburgo che fosse personale. Volevo poter dire: sono stato in quei locali, sono stato su quei tetti. Credo che Amburgo ne avesse bisogno, perché al cinema c’è sempre Berlino, Berlino, Berlino…

Dove si sente più a casa? A Istanbul o ad Amburgo?

Ad Amburgo. Quella è casa mia. Amo la Turchia, ci sono molti membri della mia famiglia lì, ma sono nato ad Amburgo, c’erano dei bei parchi giochi per bambini quando ero piccolo. La città non mi ha mai trattato male. E sarebbe sbagliato considerare casa Istanbul, sarebbe un clichè. Posso arrivarci comunque con due ore di aereo, e mi piace stare lì.

È un bravo cuoco?

No, non sono un bravo cuoco. Conosco molti bravi cuochi: sono sempre pieni di belle donne, perché riescono a fare colpo su di loro con la loro cucina. Così ho sempre cercato di farmi insegnare, ma non ho talento.

Qual è la sua cucina preferita?

Quella italiana! E anche quella turca! E anche quella tedesca: il pesce di Amburgo…

Come mai avete puntato su una comicità fatta di gag così fisiche?

Volevo scoprire qual’era il mio sense of humour. Volevo capire cos’era divertente per me. Mi piace Jim Jarmush, Adriano Celentano è molto divertente,  e lo sono anche le cose che fa Bud Spencer… E poi c’è Billy Wilder. E Buster Keaton. Il risultato è un campionamento di tutte queste influenze, non credo che stessimo imitando nessuno stile. È come nell’hip hop: si campiona qualcosa da una parte, ad esempio un ritmo, e qualcosa da un’altra.

Ci saranno cambiamenti in Germania? Cosa si aspetta dalle prossime elezioni?

Se avremo sfortuna nelle imminenti elezioni continueremo con questo pensiero liberale, che è molto negativo per la Germania. Se avremo fortuna andremo verso sinistra, sinistra, sinistra. Che vorrebbe dire cambiamento, perché in Germania la sinistra non governa da moltissimo tempo. È come dice Obama: ci vuole un cambiamento.

Credo che il suo sia il film giusto per questo periodo, perché è pieno di fiducia. È il film giusto per dare un segnale contro la crisi economica? E come è stata percepita in Germania?

Penso che la Germania in qualche modo sia sopravvissuta alla crisi. Molte persone hanno temuto di perdere il lavoro, alcuni lo hanno perso, ma in confronto agli altri paesi, come Inghilterra e America, la situazione non è stata grave. Il che forse non è un bene, perché ogni crisi è un’opportunità di migliorare le cose. All’inizio della crisi si diceva che avrebbe colpito le persone giuste, come i broker di New York. Ma non è così. Invece ci sono tanti lavoratori che perdono il posto. Per quanto riguarda il cinema, prima di fare questo film sfogliavo la margherita dicendo “m’ama – non m’ama”: non sapevo se fare o non fare questo film. Così sono passati cinque anni, e l’ho fatto, ed è uscito in piena crisi. Si dice che durante la crisi le commedie vadano meglio. Allora spero che la crisi duri a lungo…sono molto egoista (ride)!

Ha mai pensato di fare il deejay alle feste?

Forse stasera, alla festa dopo la prima del film. E siete tutti invitati!

(Pubblicato su Movie Sushi)

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28
Mag
09

Marco Bellocchio: il mio film “futurista”, le immagini e le parole

registaAbbiamo incontrato Marco Bellocchio nel suo studio romano, appena tornato dall’esperienza di Cannes. Nel suo sguardo si scorgeva la soddisfazione di aver fatto un ottimo lavoro (molto apprezzato dalla stampa straniera), anche se sembra non curarsi molto della bagarre festivaliera, immerso in quella che sembra una giornata qualunque. Non lo è, stata perché Vincere, il suo film sulla storia segreta tra Benito Mussolini e Ida Dalser, ha fatto parlare di sé. E le richieste di incontri e interviste continuano. Il suo film offre innumerevoli spunti di confronto con la realtà odierna. Ma si presta anche a molte riflessioni sul cinema. È un film dalle immagini forti, Vincere, ed è lo spunto per parlare del rapporto tra immagini e parole nel suo cinema.

Il suo “Vincere” è un film dalla grande potenza visiva…

Più di una persona è rimasta colpita proprio da singole scene, dalla forza delle immagini. È la ricerca che ho sempre fatto io, e che è stata spesso frutto di polemica con un cinema italiano spesso un po’ troppo verboso. Ma ultimamente anche altri autori italiani stanno andando in questa direzione: i pluridecorati Sorrentino e Garrone hanno un modo interessante di filmare, proprio perché puntano sulle immagini. E ovviamente sul loro significato.

Possiamo dire che “Vincere” ha uno stile che segue il tempo che racconta: futuristico e d’avanguardia durante il Futurismo, più melodrammatico nei tempi del cinema popolare del Fascismo?

Il film è diviso in due. Quella parte in cui c’è l’esaltazione della guerra, l’interventismo, il Futurismo finisce con la vittoria di Mussolini, quando Ida viene arrestata. Da quel momento inizia una seconda parte, in cui Ida sta a Sopramonte, e al cinema di Trento vede le immagini del Duce, e viviamo la sua “pazzia” e il suo internamento in manicomio, dove continua la sua battaglia. Lo stile, anche se spesso è connesso al materiale di repertorio, è come se si allargasse, per poi riprendere con il discorso di Taranto di Mussolini, dopo il quale scopriamo, con un colpo di scena, che il figlio di Mussolini e Ida è come il padre. Tra le persone che hanno apprezzato il film, alcune preferiscono la prima parte, altre la seconda. Nella seconda parte lo spettatore che segue con passione si orienta e segue di più la storia, la lotta di Ida. La prima ha invece il segno dell’epoca, lì elaborazione di montaggio e a livello grafico è più insistente.

Come si gira un film “futurista” come quello della prima parte?

Sentivo profondamente la necessità di tirare dentro il Futurismo, che era qualcosa di molto connesso alla guerra, e volevo farlo in modo visivo. Abbiamo cercato di farlo attraverso le didascalie, le scritte, in uno stile che era simile a quello dell’epoca: è lo stesso della propaganda sovietica. Le didascalie de La corazzata Potemkin e di qualche film fascista si assomigliano molto. Abbiamo cercato dei film futuristi e abbiamo trovato Stramilano, di cui abbiamo inserito alcuni fotogrammi: le immagini delle ciminiere danno il senso della potenza, non banalmente una potenza fallica, ma comunque di una potenza, di un’erezione. Ci sono piccoli interventi di sovrapposizioni improvvise di immagini, come gli aeroplani e la bandiera bianca, rossa e verde, uomini in marcia.

A un certo punto arrivano le immagini di repertorio di Mussolini, che sembra un grande attore… Come avete scelto di rapportarvi con le immagini di repertorio?

È stata una scelta che abbiamo fatto a monte. Una serie di scene sono state fatte con le immagini all’interno: la prima colluttazione tra interventisti e socialisti avviene in un cinema, con le immagini presenti in scena. A me interessava questo passaggio improvviso con quest’uomo che scompare dalla vita di Ida, che poi lo ritrova al cinema, sullo schermo, a distanza. È diverso che usare il repertorio in maniera classica.

In un’intervista Michela Cescon, che interpreta Rachele, ha detto che lei ha diretto gli attori in maniera pittorica, evocando visioni e colori.

Un conto è la preparazione preliminare delle scene con gli attori. Quando si entra nella ripresa, poi,  io cerco nelle indicazioni che do all’attore di tenere conto dello spazio e anche del tempo: la stessa cosa a seconda se un attore è in campo lungo o in primo piano, è diversa. E contano anche le luci: se la parte sinistra del volto è scura, non è che la devi trascurare, ma comportarti in modo diverso; capire che il luccicare degli occhi emerge dall’ombra. Sul set piego quando siamo in luce e quando in ombra. E poi tutto cambia a seconda del movimento: cerco di accorgermi se certe battute possono essere modificate.  

Anche qui ci sono delle immagini oniriche, come accadeva in “Buongiorno, notte”. Quanto è importante l’aspetto onirico nei suoi film?

Si tratta di immagini che si possono definire oniriche, ma che non sono mai descrittive di qualcosa, e cercano invece di sintetizzare uno stato d’animo profondo. In Buongiorno, notte ci sono delle immagini in cui Moro si alza, e guarda la protagonista e gli altri con una certa pietà, mentre tutti dormono. È chiaro che è come se lui paternamente volesse cercare di far capire loro qualcosa, un’assurdità che sta avvenendo. Io non userei mai il sogno come svelamento di qualcosa che sta per accadere e che mette in guardia, com’è nella tradizione del cinema americano, il classico sogno premonitore che troviamo anche in Shakespeare.  

Il suo cinema è spesso definito psicoanalitico, interiore. Oggi che si esteriorizza tutto, è qualcosa  che va controcorrente. Come si rapporta con il cinema di oggi?

Spesso sento un apprezzamento del mio lavoro che non è immediato, ma è un riconoscimento nel tempo. Da una parte è vero che un artista deve andare avanti anche nonostante tutte le incomprensioni ed essere un po’ nemico della soddisfazione. Ci sono molti artisti che tendono a rifare sempre se stessi. Dall’altra anche un riconoscimento ti dà soddisfazione e ti incoraggia a proseguire per la tua strada.  Nella storia dell’arte ci sono geni che sono morti senza aver venduto un quadro, ma sono morti a trentanove anni…

A proposito di “Buongiorno, notte”, com’era nata l’idea dei pezzi dei Pink Floyd?

La mia formazione musicale è più vicina ai suoni di Vincere, quindi è legata la mélo. La mia compagna, Francesca Calvelli, che è la montatrice dei miei film, invece è della generazione dei Pink Floyd: è lei che mi ha fatto sentire questa musica. E con le scene aveva una corrispondenza straordinaria. Il cinema è arte di collaborazione. 

Ha mai pensato di girare una commedia?

Quando l’esperienza si accumula riesci ad inserire le cose che ti piacciono, che fanno parte del tuo immaginario nel tuo lavoro. Parlando di commedie me ne sono venute in mente alcune, che non sono proprio commedie, come Viale del tramonto di Billy Wilder o alcune cose di Bunuel. Ci sono circostanze della vita che possono portarti ovunque, ma è chiaro che tendi a riportare tutto a quello che sai fare tu. Il problema è che la commedia, nella grande tradizione e anche oggi, è molto verbosa. Se non ci sono le parole non funziona. E questo è qualcosa che mi complica un po’ la vita..

 








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