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03
Set
09

Venezia 66. Balaguerò e Plaza: il Male regna ovunque

balaguero-e-plaza-ci-raccontano-rec-2-129269L’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Così anche Jaume Balaguerò e Paco Plaza tornano a Venezia, dove due anni fa, proprio in apertura, stupirono il pubblico del Festival con Rec, l’horror in soggettiva che seguiva una reporter e il suo cameraman in una casa infestata da zombie. Il film fece scuola perché spaventava davvero: i nostri occhi coincidevano con l’occhio della telecamera, e vedevamo la morte arrivarci in faccia. Ma faceva anche pensare con una riflessione sul mezzo tv. Ora i due hanno presentato a Venezia Rec 2, interessante variazione sul tema, che inizia proprio dove finiva il primo. Stavolta ci sono più telecamere, e c’è un elemento sovrannaturale. Due stagioni fa Rec è stato l’horror dell’anno. Stavolta Balaguerò e Plaza sfideranno già a Venezia altri due grandi dell’horror: Romero e Joe Dante. La sfida è lanciata. E la telecamera è accesa e registra.

Rispetto al primo film avete cercato alcune variazioni sul tema: i punti di vista sono più di uno, nelle immagini si vede il picture in picture. Come avete lavorato su queste scelte?

Paco Plaza: Quella che volevamo proporre è un’evoluzione. In Rec volevamo riprodurre un reportage televisivo in cui però le cose accadevano veramente. E abbiamo fatto in modo che tutto sembrasse reale. Qui volevamo mantenere lo spirito di Rec, in modo da riuscire a far immergere lo spettatore nel film. Abbiamo cercato di trovare delle scuse, che fossero simili al primo film, per far sì che accadesse questo. Ci siamo ispirati a YouTube, ad esempio nelle scene con la videocamera utilizzata dai ragazzi. E poi c’è una scena in cui appare Angela Vidal, che porta in grembo la sua telecamera, in un’immagine che ricorda la Pietà…

Le telecamere sono ovunque, anche sopra i caschi dei poliziotti. Che società è questa?

Paco Plaza: Abbiamo parlato molto di questo aspetto. È come se le telecamere non esistessero più, per come non ce ne rendiamo conto.  Siamo nell’epoca di YouTube, di Facebook e di Twitter. È come se la realtà non esistesse per essere vissuta, ma per essere raccontata, divulgata, trasmessa. Questo per noi è stato un elemento importante di riflessione, qualcosa che ci ha preoccupato e sorpreso. È come se la realtà oggi perdesse valore.

Come avete sviluppato la tematica del soprannaturale? Ci avevate pensato già dal primo Rec?

Jaume Balaguerò: Alla fine del primo film c’erano già degli elementi di questo tipo: c’è la questione legata al Vaticano e alla bambina posseduta in Portogallo. Abbiamo cercato di approfondire questa tematica, questo universo popolato da demoni. Ma non avevamo programmato alcun sequel al momento di girare il primo film.

Ci sarà un Rec 3?

Paco Plaza: Forse ci sarà, ma non con noi due alla regia. Quello che entrambi vogliamo fare ora è tornare ai nostri mondi, a lavorare da soli. È stata una bellissima esperienza, ma entrambi la consideriamo alla fine.

La videocamera con il dispositivo del night-shot permette di vedere alcune cose che altrimenti non si vedono, e che sono reali. Come avete pensato a questi due livelli di realtà?

Paco Plaza: Prima di tutto si tratta di un elemento estetico. Ci sono cose che al buio con il nightshot si vedono di più. Ma secondo me è vero, c’è una realtà che non vediamo, o che forse non vogliamo vedere. Ed è come se questo dispositivo avesse una funzione metaforica…

Avete visto Cloverfield e Diary Of The Deasd di Romero, anch’essi girati in soggettiva?

Jaume Balaguerò: Non ho visto questi film. Ma trovo interessante che ci siano queste coincidenze. È importante che ci sia in tanti film questa riflessione sulle immagini che deriva dal mondo di oggi. In cui anche il ruolo dello spettatore fondamentalmente cambia: non è più lo spettatore che si siede e guarda il film, ma è come se esigesse qualcosa, se richiedesse un ruolo. Ognuno di noi può registrare le immagini con un telefonino, e diffonderle dove vuole. È come se lo spettatore avesse un potere che prima non aveva. E l’industria agisce di conseguenza a questa richiesta, e sperimenta nuove forme. 

Rec 2 sembra influenzato molto anche dai videogiochi…

Paco Plaza: Già nel primo Rec eravamo partiti da una riflessione: che non esistesse niente di più noioso di vedere qualcuno che giocava a un videogioco, mentre giocarci è divertentissimo. Il nostro obiettivo era creare un mondo in cui lo spettatore potesse vivere questo gioco. Nel secondo film non abbiamo fatto altro che approfondire questo aspetto, con riferimenti come la telecamera sul casco dei soldati, i fucili, e uno stile di ripresa che in certe scene ricorda videogiochi come Doom e Call Of Duty.

In Rec si poteva leggere una critica alla televisione. Qui intendete puntare il dito su altri, come la Chiesa?

Paco Plaza: Quando abbiamo fatto Rec non intendevamo fare una critica, ma una riflessione su come la televisione è capace di manipolare la realtà. Nel secondo lavoro abbiamo portato avanti questa riflessione. Non intendiamo criticare la Chiesa, che non è un personaggio negativo in questo film. Forse alcune persone della Chiesa sono coinvolte in un certo tipo di realtà, ma non tutta.

Nei vostri film vince sempre il Male, l’inganno. Sono componenti fondamentali di questa società?

Paco Plaza: Basta aprire i giornali e vedere i tg, per capire come il Male regni ovunque. Viviamo in un mondo patetico e crudele.

Jaume Balguerò: Una cosa su cui abbiamo riflettuto molto è che nella storia del genere horror il Male e l’inganno sono sempre stati importanti.

 (Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

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11
Mag
09

J.J. Abrams: quando Star Trek incontra Star Wars

1Siete dei fan di Star Trek? Bene, una delle saghe storiche della fantascienza ritorna in grande stile con Star Trek (il titolo del film è proprio questo, senza numeri di serie né sottotitoli), nelle nostre sale dal 9 maggio. Non siete dei fan? Poco male. Non lo è neanche J.J. Abrams, il regista a cui è stato affidato il progetto. Che ammette addirittura di essere un fan di Guerre stellari. Il suo intento è proprio quello di portare un po’ della passione, dell’impeto e dell’energia della saga di George Lucas in un mondo più filosofico e intellettuale come quello di Star Trek. Così, in una delle scene del film, vediamo un giovane capitano Kirk scorrazzare in moto, e fare a cazzotti in un bar per una ragazza.

J.J. Abrams ci ha da sempre abituato a saltare avanti e indietro nel tempo. Lo ha fatto con Lost, la fortunata serie tv in cui i flashback ci raccontavano la vita degli scampati al disastro aereo, con Cloverfield, dove le immagini registrate precedentemente sul nastro della telecamera, che racconta in soggettiva tutta la vicenda del film, ci mostravano la storia d’amore dei due protagonisti. E anche Mission: Impossible III iniziava in medias res per poi tornare all’inizio. Così anche Star Trek ci riporta al passato, al capitano Kirk e al Dottor Spock prima che diventassero come li conosciamo. Un prequel, o  meglio un nuovo inizio. Uno “Star Trek Begins”, come potremmo chiamarlo, visto che è un’operazione simile a quella di Christopher Nolan con il suo Batman. O come quella della nuova serie di James Bond.  

 Star Trek ha spesso anticipato il futuro. Lo farà anche il suo nuovo film?

Le piacerebbe che la teletrasportassi adesso? Scherzi a parte, se ci pensa quarant’anni fa l’idea del “comunicatore”, che potrebbe essere paragonato al cellulare di oggi, era considerata una follia, e oggi è un oggetto di uso comune. E probabilmente l’idea del teletrasporto e quella dei viaggi spaziali oggi può suonare ancora ridicola, come poteva essere quella del telefono cellulare quarant’anni fa. Ma se riusciamo ad aspettare a sufficienza ci renderemo conto che molto di quello che vediamo oggi sullo schermo di Star Trek potrebbe diventare realtà. Ho incontrato molti scienziati che hanno trovato ispirazione in molte delle cose mostrate da Star Trek.

 Cosa è rimasto dello Star Trek che conosciamo e cosa ha fatto per rinnovare la storia?

La sfida era quella di mantenere il filo rosso con l’inizio della serie di quarant’anni fa, e far sì che la storia sia ancora interessante oggi. Ho mantenuto cose come il guardaroba, personaggi come il Dottor Spock, e l’immagine della nave spaziale Enterprise. Malgrado questo, e malgrado l’intervento dello sceneggiatore Roberto Orci, che a differenza di me è un grande appassionato di Star Trek e conosce ogni dettaglio di quell’universo, ci saranno dei puristi che mi accuseranno di aver violato il sacro codice. Ho voluto realizzare un film che sia intrattenimento, e non solo un film per puristi. Già dalla prima comparsa su internet i trekker si sono scatenati, perché i motori erano troppo grandi e la forma non era quella…

Lei è uno che crea nuove saghe, soprattutto in tv. Chi gliel’ha fatto fare di confrontarsi con una saga storica come questa?

È il primo film che dirigo di cui non sono autore della sceneggiatura. Ho deciso di farlo perché mi sono innamorato di questi personaggi. Visto questo coinvolgimento emotivo, perché dire di no? Affrontare un film che si presenta come l’undicesimo di una grande serie, che a sua volta nasce da una grande serie televisiva, era una ragione per non avvicinarsi, certo. Ma l’ho affrontato come una cosa completamente nuova, puntando l’accento sullo spessore dei personaggi: c’è complessità psicologica, umorismo, sensualità, paura e azione. Tutto questo mi ha attratto ed emozionato.

Qual è il segreto del successo di Star Trek, secondo lei?

Guerre stellari è ambientato “molto tempo fa in una galassia molto lontana”, Star Trek possiamo vederlo un po’ 2come il nostro futuro. Più che la parte scientifica ci affascina la parte emotiva. Personaggi come questi sarebbero affascinanti in qualsiasi contesto. Che in questo caso è un futuro possibile.

Ci sono alcune scene, come quella del bar e quella del pianeta innevato, che sembrano prese proprio da Guerre stellari…

Lo confesso, sono un grande fan di Guerre stellari, e L’impero colpisce ancora è uno dei miei film preferiti in assoluto: è possibile che la scena sul pianeta delle nevi mi abbia influenzato. Si tratta comunque di scene completamente diverse. Il bar che vediamo in Star Trek, ad esempio, è un bar dove potremmo andare tutti noi. Poi il protagonista si catapulterà in mondi lontani. Quello di Guerre stellari è proprio un bar alieno: la differenza non è poca. In realtà non c’è un posto, una struttura, un locale che Guerre stellari non abbia usato: nei suoi sei episodi la saga è stata ovunque, dal pianeta del deserto, a quello delle nevi. È normale che qualche immagine possa essere ripetuta: l’universo di Guerre stellari è talmente ricco di immagini. Nel mio film mostro che ci sono tante specie nell’universo, ma non vado nel dettaglio, proprio perché abbiamo già visto personaggi di tutti i tipi.   

Ha scelto gli attori che interpretano i personaggi storici di Star Trek da giovani: quelli della serie tv sono diventati tutti icone. I nuovi attori arrivano quasi tutti da serie televisive. Come li ha scelti? Ha pensato all’inizio di una nuova franchise, con un nuovo pubblico?

Trovare gli attori giusti è stata la cosa più difficile di questo film. Forse ci appaiono più giovani di quanto in realtà siano, probabilmente perché siamo abituati a vedere i protagonisti storici piuttosto invecchiati nei film della serie. In realtà hanno più o meno la stessa età degli attori quando avevano iniziato a lavorare alla serie, alla fine degli anni Sessanta. Il film non è partito con l’ottica di aprire una nuova franchise, ma con quella di fare un buon film di intrattenimento. Il risultato potrebbe essere quello di dare inizio ad altre avventure: vedo questi attori come una famiglia, e li vorrei vedere impegnati in altre avventure. Ma non c’è ancora niente di deciso.

Quali sono le fonti di ispirazione del suo lavoro?

Quello che mi attrae è sempre il personaggio. Ad eccezione di Cloverfield, dove mi attraeva la situazione e anche il punto di vista, la telecamera, che diventava un vero e proprio personaggio. Però non c’è una ricetta magica, cerco sempre di farmi guidare da ciò che mi dà i brividi: se una cosa ti piace la senti subito. Se fai le cose con passione hai una percentuale più alta di probabilità che gli altri la accolgano con un entusiasmo simile.

 (Pubblicato su Il Riformista)








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