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25
Set
09

Venezia 66. Tris di donne & abiti nuziali. Sergio Castellitto: uno sguardo nuovo su Napoli

castellitto defNonsoloGomorra. Napoli non è solo quella di Gomorra, o quella raccontata da Abel Ferrara in Napoli Napoli Napoli. Non può essere solo quella. C’è anche una Napoli normale, come quella che vive al Vomero, dove è ambientata la commedia Tris di donne & abiti nuziali, di Vincenzo Terracciano, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti. C’è una famiglia normale, alle prese con un matrimonio, ma questa famiglia ha un segreto: il padre è un giocatore d’azzardo. È Sergio Castellitto, protagonista e mattatore del film, a raccontarci questa Napoli normale e inedita. “La differenza sostanziale con la Napoli ‘gomorresca’, che è una Napoli raccontata e filmata in maniera sublime, e questa è che quella è una Napoli filmata, questa è una Napoli messa in scena. Ed è una Napoli di regia” racconta l’attore. “Quando dico che è una Napoli che viene raccontata con delle ombre e delle luci quasi cechoviane, voglio dire che è una Napoli sorprendente, una Napoli dove non si vede mai il mare se non alla fine. È una Napoli dove si devono scendere e salire le scale, altro che vicoli. E questa è una delle cose più divertenti del film. È un’autentica novità visiva, ma dentro una tradizione quasi antica”.

Ed è antico, o storico, il solco nel quale si inserisce il film. “Io parto sempre più dal comportamento che dalle parole che il personaggio dice” ci racconta. “È evidente che, fatti tutti i debiti umilissimi raffronti, questo film ha la pretesa di essere figlio della grande Commedia all’italiana. Anche Il sorpasso finiva con una tragedia. Io ho pensato ai grandi attori del cinema italiano che scrivevano: De Sica, Edoardo, Germi. In questo senso ho pensato a certi tic, a certi baffi, certi movimenti della mano. Il film è un vero atto d’amore verso quegli attori che mi hanno insegnato un certo modo di recitare, profondamente italiano, che racchiude il dna del nostro modo di essere: un modo umile e presuntuoso insieme, che mette insieme quelle che si chiamano la miseria e la nobiltà della recitazione”. A proposito di recitazione, accanto a Castellitto c’è Martina Gedeck, che interpreta la moglie tedesca. “Sono strafelice di aver lavorato ancora con Martina Gedeck, che mi ha fatto scoprire il mio lato berlinese. Che è molto più profondo di quanto avessi mai immaginato” ci tiene a dire. “E sono strafelice che la Rai abbia prodotto questo film, perché ci offretris locandina la possibilità di raccontare una delle città più terribili e più drammatiche e desolanti del nostro paese con uno sguardo improvvisamente talmente nuovo da diventare anche un po’ spiazzante, ma oggettivamente molto inconsueto”.

Castellitto e la Gedeck non recitano in dialetto, ma riescono a ottenere una mimesi per la quale il loro italiano ha un retrogusto, un sapore di napoletano. Ma è inevitabile non chiedere a Castellitto delle polemiche sul dialetto nel cinema sollevate qualche settimana fa dalla Lega Nord. “Sui dialetti è stata montata una polemica finta, una polemica politica più che culturale” risponde. “In Italia al cinema si è sempre parlato dialetto. Che lingua parlava Gassman ne Il sorpasso? Che lingua parlavano I soliti ignoti? Che lingua parlava il carabiniere innamorato di Gina Lollobrigida? Si è voluto soltanto strumentalizzare questa cosa in una direzione ben precisa. Ma la lingua napoletana, la lingua friulana, la lingua veneta, la lingua lombarda ci sono sempre state. È veramente una cosa inventata sul momento. Un ultima stoccata polemica l’attore romano la dedica ai tagli del governo al FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo. “Vorrei fare una conclusione finale che non riguarda il film” conclude. “Questo festival per me è stato importante, con due film molto diversi che mostrano il mio modo di fare questo mestiere. Per quanto mi riguarda questo festival è iniziato all’Excelsior di Via Veneto a Roma, dove è stato presentato il programma, e dove molti artisti hanno manifestato contro un gravissimo problema, quello dei tagli al FUS. All’Excelsior di Venezia voglio ricordare che il problema c’è ancora, anche se in Italia finisce un po’ tutto sotto l’ombrellone durante l’estate”.

(Pubblicato su Moviesushi)

 

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10
Set
09

Venezia 66. Fatih Akin: Ho scoperto il mio sense of humour

fatih-akin_1196549104Applausi per Fatih! Soul Kitchen, il film del regista turco-tedesco Fatih Akin, è stato tra i più applauditi della Mostra di Venezia, sia alla proiezione stampa, che all’arrivo del cast in sala stampa. Akin, 35 anni, nato in Germania da genitori turchi, ha girato una commedia, irresistibile e lontanissima dai suoi primi lavori. Soul Kitchen è ambientato in un ristorante gestito da un ragazzo greco. È la storia di qualcuno che riesce a farcela, e per questo ci sembra il film perfetto per sognare la fine della crisi economica. È simpatico e affabile, Akin. Ha girato un film sulla cucina, ma dice di non essere un bravo cuoco. Non ha talento, dice. Poco male, un altro talento ce l’ha. Ed è quello di fare i film.

Nel suo film c’è tanta bella musica. Ha mai pensato di dirigere un musical?

Per certi versi questo film è un musical. Ci sono molte scene con gente che balla, e la musica è parte della storia. Amo vedere e filmare la gente che balla. È così bello, è sensuale e rende felici.

I suoi personaggi hanno una relazione intensa con la città. Era importante che il film fosse girato ad Amburgo?

Il film è un omaggio alla mia città natale. Sono nato e vivo ad Amburgo. Sono stato a Istanbul, in Turchia, molte volte, ma per me non è come Amburgo. La sposa turca è considerato un film di Istanbul, ma lì è ambientata solo la seconda parte, mentre la prima è proprio ad Amburgo. Ho dovuto imparare a scoprire nuovamente la mia città. In questi anni ho visitato molti luoghi esotici: ho visto il Messico, e avrei voluto girare là, ho visto la Slovenia, New York. Ma Amburgo è il posto dove vivo, è il posto che amo. Ho dovuto aprire gli occhi e vedere la mia città di nuovo. Abbiamo girato in molti luoghi, come alcuni locali, che in futuro non ci saranno più, o già adesso non esistono, perché Amburgo è una città che cambia molto velocemente. Non abbiamo voluto mostrare una Amburgo turistica, ma una Amburgo che fosse personale. Volevo poter dire: sono stato in quei locali, sono stato su quei tetti. Credo che Amburgo ne avesse bisogno, perché al cinema c’è sempre Berlino, Berlino, Berlino…

Dove si sente più a casa? A Istanbul o ad Amburgo?

Ad Amburgo. Quella è casa mia. Amo la Turchia, ci sono molti membri della mia famiglia lì, ma sono nato ad Amburgo, c’erano dei bei parchi giochi per bambini quando ero piccolo. La città non mi ha mai trattato male. E sarebbe sbagliato considerare casa Istanbul, sarebbe un clichè. Posso arrivarci comunque con due ore di aereo, e mi piace stare lì.

È un bravo cuoco?

No, non sono un bravo cuoco. Conosco molti bravi cuochi: sono sempre pieni di belle donne, perché riescono a fare colpo su di loro con la loro cucina. Così ho sempre cercato di farmi insegnare, ma non ho talento.

Qual è la sua cucina preferita?

Quella italiana! E anche quella turca! E anche quella tedesca: il pesce di Amburgo…

Come mai avete puntato su una comicità fatta di gag così fisiche?

Volevo scoprire qual’era il mio sense of humour. Volevo capire cos’era divertente per me. Mi piace Jim Jarmush, Adriano Celentano è molto divertente,  e lo sono anche le cose che fa Bud Spencer… E poi c’è Billy Wilder. E Buster Keaton. Il risultato è un campionamento di tutte queste influenze, non credo che stessimo imitando nessuno stile. È come nell’hip hop: si campiona qualcosa da una parte, ad esempio un ritmo, e qualcosa da un’altra.

Ci saranno cambiamenti in Germania? Cosa si aspetta dalle prossime elezioni?

Se avremo sfortuna nelle imminenti elezioni continueremo con questo pensiero liberale, che è molto negativo per la Germania. Se avremo fortuna andremo verso sinistra, sinistra, sinistra. Che vorrebbe dire cambiamento, perché in Germania la sinistra non governa da moltissimo tempo. È come dice Obama: ci vuole un cambiamento.

Credo che il suo sia il film giusto per questo periodo, perché è pieno di fiducia. È il film giusto per dare un segnale contro la crisi economica? E come è stata percepita in Germania?

Penso che la Germania in qualche modo sia sopravvissuta alla crisi. Molte persone hanno temuto di perdere il lavoro, alcuni lo hanno perso, ma in confronto agli altri paesi, come Inghilterra e America, la situazione non è stata grave. Il che forse non è un bene, perché ogni crisi è un’opportunità di migliorare le cose. All’inizio della crisi si diceva che avrebbe colpito le persone giuste, come i broker di New York. Ma non è così. Invece ci sono tanti lavoratori che perdono il posto. Per quanto riguarda il cinema, prima di fare questo film sfogliavo la margherita dicendo “m’ama – non m’ama”: non sapevo se fare o non fare questo film. Così sono passati cinque anni, e l’ho fatto, ed è uscito in piena crisi. Si dice che durante la crisi le commedie vadano meglio. Allora spero che la crisi duri a lungo…sono molto egoista (ride)!

Ha mai pensato di fare il deejay alle feste?

Forse stasera, alla festa dopo la prima del film. E siete tutti invitati!

(Pubblicato su Movie Sushi)

10
Set
09

Venezia 66. Ethan Hawke: il mio poliziotto in lotta col proprio ego

ethanhawkeEra uno degli attori più attesi a Venezia, Ethan Hawke. Abbiamo scritto attori, e non star, perché Hawke da qualche anno ha deciso di intraprendere una carriera meno scontata di quella che si poteva prevedere. Lontano dai ruoli che lo hanno reso famoso, le commedie sentimentali Giovani, carini e disoccupati e Prima dell’alba, che l’avevano reso uno dei simboli della Generazione X post grunge degli anni Novanta, ha deciso di lavorare molto in teatro, di recitare Shakespeare, ha cercato ruoli in piccoli film indipendenti, e in film di genere, come il giallo e il poliziesco, ma di grande qualità. Negli ultimi anni la svolta ulteriore è stata quella di presentarsi al pubblico con dei ruoli negativi, come Hank, il protagonista di Onora il padre e la madre di Sidney Lumet, e Sal, il protagonista di Brooklyn’s Finest di Antoine Fuqua, un poliziotto corrotto, che la sceneggiatura e l’interpretazione di Hawke rendono però molto umano. È un attore, Ethan Hawke, e non una star. Quando l’abbiamo incontrato si è dimostrato cortese e disponibile come ce l’immaginavamo. E per una volta non ci è caduto un mito.

Com’è riuscito a calarsi in questo ambiente così duro come quello della polizia di New York?

Io e Antoine Fuqua avevamo già lavorato insieme, e avevamo girato proprio un film simile. Quindi non partivamo da zero. Il bello del film poliziesco è che è l’unico genere che permette di parlare di persone vere, reali. Quando abbiamo realizzato Training Day, la gente continuava a ripetere che Antoine Fuqua era un pazzo, perché voleva girare il film nelle vere location dove avvenivano i fatti, come South Central, a Los Angeles. Poi, quando il film è uscito, tutti non facevano altro che parlare di quanto fosse autentico, realistico, efficace. Pensate a Il braccio violento della legge: è un film così realistico perché gli autori si sono tuffati in quello che è il cuore di New York. Anche in questo caso Antoine ha voluto che si lavorasse in questa maniera. Ha i legami con le forze di polizia, oltre che la conoscenza, la passione e il cuore.

Come sceglie i suoi ruoli?

Quando interpreti un ruolo puoi essere bravo tanto quanto lo sono i tuoi collaboratori. Ci deve essere qualcosa nel ruolo che ti parla, ti attira. Quando ho letto la sceneggiatura di questo film il personaggi mi ha commosso. Mi rendevo conto che lottava con il proprio ego, con il proprio orgoglio, ed è qualcosa che mi ha toccato nel profondo. La scelta dipende anche da chi te la manda la sceneggiatura: se ti arriva da una persona come Antoine, una persona che ti dice di avere delle serie intenzioni di fare il film, allora capisci che fa sul serio, che lo vuole realizzare e che lo farà. E anche questo è importante. Quando invece cerchi di dare del tuo meglio in una situazione in cui non tutti danno il loro meglio, la cosa non funziona.

Lei è anche uno scrittore. Quali sono i suoi autori preferiti?

Non saprei dire quali sono, perché cambiano continuamente. Visto che sono in Italia potrei dire Italo Calvino.

È già stato a Venezia con un film da regista. Pensa che continuerà a dirigere film?

La mia esperienza qui a Venezia come regista per presentare L’amore giovane è stata ottima. Per potermi ricaricare, per raccogliere l’energia, ho bisogno di fare cose diverse dal recitare. Ho iniziato a recitare quando avevo tredici anni. Ma ho sempre cercato cose diverse da fare, per far trovare la carica per continuare. La cosa strana, che davvero non mi so spiegare, è che ogni volta che faccio la regia di un film, e una volta finito mi allontano dal progetto, il fatto di aver fatto il regista mi rinnova la passione per la recitazione.

Che possibilità ci sono che diventi San Francesco per Richard Linklater?

Ovviamente sarei strafelice di interpretare un nuovo ruolo per lui. Sono anni che collaboro con Linklater. Sono in ottimi rapporti con una serie di registi fantastici, tra cui Antoine Fuqua. E mi piace tantissimo approfondire i rapporti con le persone che stimo. Devo dire non avrei interpretato un ruolo come quello di Brooklyn’s Finest se non ci fosse stato Antoine.

Quanto importante è stata per lei la sua esperienza con Sidney Lumet?

Sidney Lumet è un grandissimo regista. È molto diverso dagli altri, per il fatto che probabilmente è il regista che prima di girare fa più prove di chiunque altro con cui abbia lavorato. Quando arriva il momento di fare le riprese effettive praticamente il film è già fatto, perché ha preparato tutto nelle prove. Per questo riesce a girare i film in tempi così brevi. In questo è molto diverso rispetto alla maggioranza dei giovani registi, che in pratica filmano le prove: in questo modo hanno tonnellate e tonnellate di girato, con tutte le varie opzioni per le scene, e creano poi il film in sala montaggio. Sidney è la vecchia scuola: crea già il film nella sua mente, ha già il montaggio in testa. Tra l’altro ha una profonda conoscenza della recitazione, visto che ha lavorato con Lee Strasberg

Ritrova qualcosa di quel personaggio in questo suo nuovo ruolo?

Io non vedo questa similitudine, ma non è detto che non ci sia. Hank, il protagonista di Onora il padre e la madre, era un personaggio completamente privo di spina dorsale. Sal è una persona che la spina dorsale ce l’ha. Quello che forse hanno in comune è questo senso di colpa, il rimorso.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

09
Set
09

Venezia 66. Michele Placido: Con Casini per ricompattare la sinistra…

michele-placidoHa fatto il Sessantotto, Michele Placido. E ne è giustamente orgoglioso. Ma il suo percorso è molto diverso da quello di tanti ragazzi che hanno formato la loro coscienza politica nelle aule delle università. Placido era un poliziotto. Con un “grande sogno”, quello di recitare. È proprio quella di Michele Placido la storia de Il grande sogno, il suo nuovo film presentato oggi in concorso al Festival di Venezia (è il terzo film italiano). Il personaggio di Nicola, interpretato da Riccardo Scamarcio, è lui. E proprio questo suo percorso tutto particolare lo rende un artista sì di sinistra, ma mai allineato e sempre imprevedibile. Così ha sorpreso anche oggi, quando gli abbiamo chiesto cosa pensasse della sinistra di oggi. “La sinistra di oggi? Sono molto tentato a lavorare più per Casini, o per un centro che porti la sinistra a compattarsi contro Berlusconi, ma non perché ce l’abbia con lui, ma perché sono sempre stato da una certa parte” ci ha risposto. “Parlo di un centro-sinistra. Diciamo che sono un po’ come Aldo Moro? Perché non lavoro a sinistra? Perché, lo sapete benissimo, è difficile. Invece mi piacerebbe lavorare a una grosso partito popolare cattolico, di sinistra e centro, che però vada contro questo governo.

La sorpresa è servita. Ma in effetti la sua storia incuriosisce, e spiega tante cose della sua personalità. “Sono entrato in polizia nel ’66” racconta. “E tutto è partito dalla morte di Che Guevara: i movimenti studenteschi in quel periodo non c’erano. Ad esempio, a Bari mi avevano iscritto al FUAN, che era la formazione di destra, che in quel momento faceva politica più della FGCI, che era troppo legata al PCI. La mia formazione va contestualizzata con l’ambiente in cui sono cresciuto, un paesino del sud, dove la politica in pratica non esisteva. A nove anni io volevo fare il prete… Insomma, in politica mi sono formato tardi, così come sono andato a letto tardi con le donne, appena a vent’anni. Sono tardivo, ma poi negli anni ho recuperato”. Un paesino del sud, le origini proletarie (un giornalista ci fa notare che è il primo film sul Sessantotto girato da un autore di queste origini) e un lavoro, quello di poliziotto, preso senza troppe convinzioni, per trovare una sistemazione. Ma con un grande sogno: fare l’attore. E il teatro è una parte importante del suo film. “La mia formazione teatrale in qualche modo c’è” ci risponde. “Alla base c’è Checov, uno dei miei autori più amati, che è citato più volte nel film, aleggia nell’aria. Tra i film di Bellocchio che amo di più ci sono quelli Checoviani. Il teatro qui è voglia di dare umanità, di dare un afflato poetico al film”.

Placido era arrivato al nostro incontro stampa sulle ali di  una conferenza stampa piuttosto concitata, dove una giornalista spagnola gli aveva chiesto come mai il suo film era prodotto dalla Medusa di Berlusconi, ottenendo una risposta piuttosto piccata. Placido ci ha raccontato di essersi scusato e che il suo è un temperamento un po’ focoso, dovremmo conoscerlo. Molto calorosa anche la difesa a Boffo, il direttore di Avvenire che si è dimesso dopo gli attacchi de Il giornale. “Io sono uno che si appassiona alle cose” racconta. “Mi emoziono ancora, grazie a Dio. Questa estate ho portato i ragazzi dell’accademia nelle zone terremotate e abbiamo fatto un testo tratto da Silone. È il mio modo di fare il mio lavoro. Su questa vicenda di Avvenire e di Boffo stavo pensando a un monologo da teatralizzare: oggi si vede poco spettacolo e poco cinema che reagisce a questa società, alle ingiustizie. Una volta davanti a casi del genere un gruppo di attori si sarebbe mosso per denunciare dei fatti simili, come facevamo con Gian Maria Volontè. Vorrei che qualcuno scrivesse un monologo su questa storia, che poi porterei in teatro”.

È sempre battagliero, Placido. Anche quando dice che il film non piacerà a tanti. “Non piacerà a Ferrara, a Capanna e a molti sessantottini. Perché in parte questo film è il loro fallimento. Molti figli di famiglie borghesi nel Sessantotto si sono esposti molto, fino a ricoprire cariche importanti nei partiti della sinistra. Che poi nel corso degli anni hanno abbandonato, e sappiamo benissimo quanti giornalisti un tempo di sinistra oggi lavorino per giornali di destra o per le televisioni di Berlusconi. Io posso dire di essere orgoglioso di avere fatto il Sessantotto”.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

08
Set
09

The Men Who Stare At Goats. George Clooney: anche Obama avrà bisogno degli Jedi!

6__George_ClooneyPer cambiare il mondo bisogna cambiare gli eserciti. È in base a questo principio che un reduce dal Vietnam, dopo aver frequentato i movimenti New Age, crea il manuale dell’Esercito del Nuovo Mondo. Un esercito fatto di super soldati che non combattono con le armi, ma con la mente, come i guerrieri Jedi. È lo spunto di The Men Who Stare At Goats, uno spassoso film presentato fuori concorso al Festival di Venezia. Un film che significa George Clooney, ancora una volta al Lido per un festival che sembra amare davvero tanto.

Solo che quest’anno il divo ci arriva fidanzato con una ragazza italiana, Elisabetta Canalis, e dopo che in alcune interviste i suoi amici Brad Pitt e Matt Damon, tra il serio e il faceto, hanno auspicato che il bel George facesse outing, dichiarando il legame con il suo compagno. Così, sin dall’inizio di un’affollatissima conferenza stampa, è tutto un chiedere sulle sue preferenze sessuali, sulle sue intenzioni di matrimonio, e così via. Perdendo il poco tempo a disposizione per parlare di un film che di contenuti ne ha molti. E magari per chiedergli qualcosa del nuovo film che dovrebbe girare nei dintorni de L’Aquila, nelle zone colpite dal terremoto. Il culmine si è avuto quando un giornalista de Le Iene si è spogliato dichiarando il suo amore per lui.

Clooney incassa con eleganza, con le sue classiche smorfie. Scherza molto sul fatto di saper leggere nel pensiero come il protagonista del suo film, sorride tra il divertito e l’imbarazzato. Riuscendo anche a parlare un po’ di politica, perché ce n’è molta nel film che ha appena presentato. “Stimo molto Obama, ottenere la presidenza con due guerre in corso è un’impresa impossibile” spiega. “Visto che si trova ad avere a che fare con la crisi delle banche e quella climatica, credo che anche Barack Obama avrebbe bisogno degli Jedi”.

Come in Good Night, And Good Luck, il protagonista è un giornalista (a interpretarlo è Ewan McGregor). Per fortuna, durante la conferenza stampa, si riesce a toccare anche questo argomento. “Ho una grande affinità con i giornalisti. Mio padre è stato un giornalista per quarant’anni, e i giornalisti sono stati una grande parte della mia vita” racconta Clooney. Non sa molto, invece della situazione della stampa nel nostro paese. “Capisco troppo poco l’italiano per capire la vostra situazione e poterne parlare” risponde a una domanda sull’argomento. “Ma io e i miei amici stiamo sempre dalla parte della libertà di stampa, perché sia libera di denunciare gli errori del potere”.

Il film è una summa del cinema comico/satirico americano. Dentro c’è un tocco del M.A.S.H. di Altman. E del cinema dei Fratelli Coen, che Clooney conosce benissimo. “Ho lavorato tre volte con i Fratelli Coen” spiega. “In questo film ci sono molte similitudini con i loro lavori. Grant Heslov non è due persone, ma è anche lui ebreo. Siamo stati tutti influenzati dai Coen, da film come Arizona Junior e Blood Simple. Sono persone molto intelligenti nel raccontare le storie. E lavorare con Grant è molto simile a lavorare con loro”. Ma il film ricorda anche Three Kings, ambientato durante la prima guerra in Iraq, dove proprio Clooney era uno dei protagonisti. “Ci sono delle similarità con Three Kings, un film fatto molto bene” concorda il divo. “In quel caso quando è stato scritto e girato la Guerra del Golfo era finita, quindi tutti avevano chiari gli errori commessi. Qui siamo ancora nel mezzo della guerra, ed è più difficile riuscire a capirli. D’altra parte i grandi film degli anni Settanta sul Vietnam sono stati fatti una volta che quella guerra era passata”.

In tutta la bagarre, il regista Grant Heslov riesce a dire qualcosa. E a darci il suo parere sul messaggio del film. “I nostri tempi non sono tempi felici. E anche noi dobbiamo credere in qualcosa. Quello che ci piaceva dei nostri personaggi era che credevano in qualcosa. Come la fine della guerra”.

(Pubblicato su Movie Sushi)

08
Set
09

Venezia 66. The Informant! Damon e Soderbergh: ci vuole energia per mentire

29_stevensoderberg_lglSignore e signori, ecco a voi segreti e bugie.

Non è un film di Mike Leigh, ma di Steven Soderbergh, The Informant!, che è stato presentato a Venezia fuori concorso, e uscirà sui nostri schermi il 18 settembre. Ma è proprio una storia di segreti. Come gli accordi di un cartello di aziende che estraggono componendi dal mais per prodotti alimentari, che si riuniscono per decidere il prezzo del loro prodotto. Mark Whitacre (Matt Damon) lo scopre e avvisa l’FBI, iniziando a lavorare per loro come “insider”. Ma è quando ci aspettiamo una classica storia di questo tipo che arrivano le sorprese. Cioè le bugie. Quelle che Mark Whitacre sa dire molto bene. Insomma, i gufi non sono quello che sembrano, come dicevano a Twin Peaks.

“Ci vuole molta energia per mentire” racconta Matt Damon, acclamatissimo dalla sala stampa di Venezia. “Altrimenti si sbaglia e ci si tradisce. Per questo io non lo faccio. Mark Whitacre è bravissimo a farlo, e se cade in errore rimedia subito. Fino a che qualcuno gli dice di smetterla, in una delle scene più belle del film. In quella scena ho un primo piano, che, come dice Steven, è l’arma più potente nelle mani del regista”. “Io di bugie ne dico tante” scherza invece Soderbergh. “È il modo migliore che ho per rimanere magro!” “Se non dicessimo le bugie ci uccideremmo l’un l’altro ogni giorno” continua più serio. “Dobbiamo solo ponderare la portata delle bugie. Noi artisti ci diciamo spesso ‘mi è piaciuto il tuo film’! Dire che ogni bugia deve essere eliminata vuol dire non capire l’uomo”.

È un The Insider virato in commedia e a ritmo di swing, The Informant! È ambientato nel 1992, anche se ha un’atmosfera tipicamente anni Settanta, con musiche e titoli di testa molto rètro, come piace alle produzioni della Section 8 di Soderbergh e George Clooney (che ora non esiste più, e con The Informant! firma il suo ultimo film). E potrebbe benissimo essere una storia d’oggi, uno dei tipici scandali industriali contro cui si batterebbe Michael Moore. “Il tema del film lo rende attuale, per quello che sta accadendo oggi nel mondo dell’economia” precisa Soderbergh. “Ma il personaggio di Mark Whitacre si sarebbe comportato in questo modo anche se non avesse lavorato in una grossa corporation. Mark aveva problemi psicologici prima ancora di rimanere incastrato in questo”. Perché una bugia funzioni ci vogliono due persone: chi dice una bugia e chi ci crede” racconta Damon. “Non sono stupito che chi ha il potere dica bugie. Ma Whitacre ha iniziato prima che chi arrivasse al potere. E non si capisce perché”

Quello che si capisce chiaramente è come sia proprio il personaggio dimatt_damon Whitacre ad affascinare Soderbergh e Damon. Che sono partiti dal libro scritto da Kurt Eichenwald. “Quando ho letto il libro ho subito pensato a Matt, perché il personaggio principale era molto americano, aveva un atteggiamento ottimista, e le persone con cui lavorava lo trovavano piacevole” spiega il regista. “Nel 2001, dopo Ocean’s Eleven, ho detto a Matt di leggere questo libro. A quei tempi aveva l’età del protagonista all’inizio della storia. Ora è passato un po’ di tempo”. Soderbergh si è basato solo sul libro, senza effettuare il suo solito lavoro di indagine. “Volevo un’esperienza diversa, un film soggettivo, una commedia, un’allucinazione di Whitacre” spiega. “Così mi sono basato solo sul suo libro, non ho voluto parlare con i testimoni, come avevo fatto per Erin Brokovic. Il fatto che Whitacre abbia apprezzato il film significa che forse anche per Che non avrei dovuto ascoltare tutti i testimoni…”

Whitacre è interpretato da Damon con baffi e molti (ma non tantissimi) chili in più. “È stato facilissimo e bellissimo prendere peso!” racconta divertito. “Una delle cose migliori che mi siano capitate. Per qualche mese ho mangiato tutto quello che vedevo. E non sono dovuto andare in palestra”. Damon fa da tempo parte dell’affiatato “Rat Pack” di Soderbergh, Clooney e Pitt, e per il suo amico regista non ha che parole dolcissime. “Spero di lavorare con Steven molte molte volte” dichiara entusiasta. “Quando lavoro con lui cerco sempre di dare una risposta alla sceneggiatura. Qui avevamo una sceneggiatura eccellente, e abbiamo avuto sette anni per studiarla e trenta giorni per girarla”. “Steven agisce a un livello che non è stato raggiunto da altri” aggiunge. “Mentre gira una scena vuole rifarla subito in un altro modo: mentre gira un film  nella testa lo sta già montando. Anche Clint Eastwood gira in questo modo. Ho detto a Clint che nel caso volesse recitare ancora doveva recitare con Soderbergh, perché gira altrettanto velocemente”. Sono davvero affiatati i due. Tra loro sembrano non esserci segreti. E le ultime parole di Damon non sembrano proprio essere bugie.

(Pubblicato su Movie Sushi

 

07
Set
09

Michael Moore: non fate come noi americani!

michaelmoore“Volere l’America” è un’espressione che abbiamo sempre connotato con la voglia di raggiungere l’impossibile il non plus ultra. Ma da qualche tempo ci siamo accorti che l’America non è poi questa terra incantata. “L’avvertimento che posso darvi è che più cercherete di comportarvi come noi in America, più difficoltà avrete”. Sono parole di Michael Moore, che oggi ha scosso Venezia con Capitalism: A Love Story, il suo ultimo documentario che parla di economia e di crisi. Una storia d’amore drammatica. “È un film che riguarda anche voi. Anche in Europa avete vissuto l’esperienza del crollo delle borse” racconta Moore. “In Italia avete questo folle leader conservatore, non dovrei dirlo visto che sono ospite qui. Ma ecco Berlusconi!” scherza facendo finta che il leader politico stia per entrare in sala stampa. Solo un quarto d’ora di incontro stampa, causa l’arrivo in ritardo, ma non conta che Moore parli poco. Il suo film parla per lui, svelando retroscena inediti su come le banche abbiano perpetrato una truffa nei confronti di milioni di cittadini americani, e mostrando le immagini sconvolgenti delle persone costrette ad abbandonare la propria casa. Il suo film ha commosso e convinto: è suo l’applauso più lungo e caloroso tra quelli tributati nelle proiezioni stampa. E l’Italia ha dimostrato di amare questo Robin Hood sovrappeso in cappellino da baseball.

Tra i retroscena del film c’è un rapporto della Citybank che definisce il sistema americano non una democrazia, ma una plutocrazia, visto che la ricchezza è in mano all’un per cento della popolazione. “Una cosa positiva del Sogno Americano è che crediamo fermamente nella democrazia e nella giustizia” racconta Moore. “È difficile definire democrazia un sistema quando l’economia ha un controllo su tutto, sulla vita della gente. Ogni quattro anni possiamo andare a votare. Ma quando andiamo a lavorare timbriamo il nostro cartellino per rinunciare ai nostri diritti. La democrazia non dovrebbe essere solo andare a votare. Mi piacciono i ‘buoni’, quelle persone che oggi in America stanno lottando per ribellarsi a chi ha posto davanti alle loro vite il profitto”. E a volte la ribellione ha successo. In Capitalism: A Love Story vediamo delle persone che occupano la casa da cui sono stati sfrattati, riuscendo a rimanerci. E anche delle cooperative dove tutti i lavoratori decidono in democrazia, e il direttore percepisce lo stesso salario degli operai. Sono alcuni dei fatti positivi, dei segnali di cambiamento che avvengono, suggerisce Moore, nell’era Obama.

Sembra che quelle di Moore, e di tanti americani, non siano solo battaglie donchisciottesche contro i mulini a vento. Dopo Fahrenheit 9/11 Bush è stato rieletto, ma l’era dei conservatori è finita e le truppe saranno ritirate dall’Iraq. “A Cannes nel 2004, quando presentai Fahrenheit 9/11 rappresentavo una minoranza negli Stati Uniti che era contro Bush e la guerra all’Iraq”. Spiega il cineasta. “Cinque anni dopo la maggioranza degli americani è della mia stessa opinione. Le cose cambiano”. E la prossima sfida di Obama sarà ancora legata a un tema caro a Moore, quella riforma sanitaria invocata con SickO. “Le forze dell’industria sanitaria stanno facendo tutto il possibile per non permettere a Obama di fare la riforma sanitaria” ci racconta l’autore. “Una riforma che la gente vuole, e per la quale Obama è stato eletto. È il settantacinque per cento degli americani a volerlo. Sono loro che andrebbero ascoltati, e non l’altro venticinque per cento”.

Moore crede che Obama ce la possa fare. “Penso che tutto sia possibile” afferma. “Se tre o quattro anni fa mi avessero chiesto se era possibile che un afroamericano potesse essere eletto Presidente degli Stati Uniti avrei detto che non sarebbe stato possibile. Quanti pensavano che il Muro di Berlino sarebbe caduto? E quanti che Mandela sarebbe stato liberato?  Tutto può accadere se le persone si ribellano e combattono pacificamente per quello in cui credono. In America la rivoluzione è già avvenuta in novembre, ma perché avvenga il  cambiamento tutti devono partecipare. La democrazia non è uno sport a cui assistere seduti in poltrona, è qualcosa di partecipativo”.

Qualcuno chiede al nostro eroe perché non entri in politica. “Datemi il distretto di Rhode Island!” scherza l’istrione americano. “No, non è nei miei piani presentarmi alle elezioni” precisa. “A diciotto anni ho già ricoperto un incarico, ero in un consiglio cittadino per l’istruzione. Faccio politica da cittadino, la politica si fa anche così”.

C’è anche chi gli chiede se abbia avuto degli ostacoli nel girare questo film. “Nessun ostacolo” precisa Moore. “Quando abbiamo iniziato a fare questo film ho detto ai miei collaboratori: ‘immaginiamo che sarà l’ultimo film che ci faranno fare. Quindi non temiamo niente e non ci tiriamo indietro su niente’. La mia preoccupazione è fare un film divertente, interessante, e che faccia lasciare la sala commossi. Se il mio film può essere un’esperienza catartica, se può insegnare qualcosa, ben venga. Ci sono poche persone di sinistra in America che hanno una simile audience: quindi sono privilegiato”. L’obiettivo è riuscito. Capitalism: A Love Story commuove, ci apre gli occhi. E ci fa anche sperare. Forse è vero. Per citare Bob Dylan, The Times They Are A-Changing.”

 (Pubblicato su Movie Sushi)

 

 








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