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04
Mar
10

Ferzan Ozpetek: Oggi guardiamo con più sospetto il prossimo

“Siamo nel 2010”. “Appunto, non siamo più nel 2000”. È il dialogo tra Tommaso (Riccardo Scamarcio) e il suo compagno, amanti gay costretti a nascondersi per non dispiacere alla famiglia di Tommaso, tradizionale e alto borghese casata leccese con azienda pastificia da portare avanti. Tommaso ha studiato a Roma e ha scelto di amare chi preferiva. Tornato a Lecce, vuole fare outing con la propria famiglia, ma viene battuto sul tempo dal fratello Antonio (Alessandro Preziosi), che ha dovuto nascondere indole e amori per occuparsi dell’azienda di famiglia. È Mine vaganti, il nuovo film di Ferzan Ozpetek, in uscita il 12 marzo in circa 500 copie (di cui una decina sottotitolate per non udenti). Le mine vaganti sono quelle destinate a creare disordine, a scombinare tutto, a cambiare i piani. Come Tommaso e Antonio, ma come molti dei personaggi di un film corale, in cui Ozpetek prova a giocare la carta della commedia, giocando sull’eccesso, in un Salento dorato e magico. Ma in quel “Siamo nel 2010. Appunto, non siamo più nel 2000” c’è anche un fondo di amarezza per un’Italia che non è più quella del 2000, quella del tempo de Le fate ignoranti, in cui i gay potevano dichiararsi con più serenità e in generale il clima intorno agli omosessuali sembrava più propenso alla comprensione e all’accoglienza. Alla conferenza stampa del film di oggi a Roma, il discorso con Ferzan Ozpetek è partito proprio da qui.

 

Nel film c’è una battuta: “siamo nel 2010. Non nel 2000”. Cosa volevate dire?

Credo che nel 2000 eravamo tutti molto più ottimisti, molto più aperti verso il prossimo. Oggi non lo siamo più. Ma non parlo solo dell’Italia, è il mondo in generale a essere cambiato. Nel 2000 si accettavano tante cose con più facilità, c’era un atteggiamento verso il prossimo molto diverso. Forse è perché non c’era ancora stato l’11 settembre 2001, forse non c’erano stati ancora gli otto anni di dominio di Bush sul mondo. Oggi ci troviamo spesso a guardare con sospetto il prossimo. Cosa che accade di meno nel Salento, ma quasi ovunque è così.

Tutte le sue donne in questo film sono bellissime…

Ho scelto Ilaria Occhini per la sua bellezza. Non avevo visto niente di lei, l’ho incontrata e l’ho trovata meravigliosa. Poi ho visto un suo film, Mar nero, ma la mia scelta è nata dalla bellezza. Sullo schermo mi piace vedere il fascino, la bellezza. Non intendo la bellezza come il nasino all’insù, ma le cose che vedo sullo schermo mi devono affascinare.

 È andato fuori da Roma per affrancarsi da un certo tipo di cinema? E i dolci della pasticceria Andreotti di Roma l’hanno seguita?

Per me questo è stato un film di cambiamenti, un film dove poter cambiare. Io sono abituato a non cambiare mai nei miei film: sceneggiatori, produttori, direttore della fotografia. Persone a cui sono molto attaccato, e temo che se cambio le cose andranno male. Stavolta sono andato sul set rilassato, ho voluto cambiare tutto. E nel caso dei dolci, Domenico Procacci, quando ha saputo che avrei voluto fare venire dei dolci da Roma, mi ha detto che mi sarei inimicato tutte le pasticcerie di Lecce, dove sono i re dei dolci. Allora abbiamo sfruttato le pasticcerie del luogo. La padrona di una pasticceria è diventata una mia amica, infatti nei prossimi mesi mi vedrete lievitare…

Dietro al divertimento del film ci sono molte cose serie…

Nel film c’è una voglia di poter ridere anche sulle cose drammatiche. Conta molto anche il montaggio: la scena dei due genitori in ospedale, che parlano delle prove che il figlio è gay, una volta montata senza musica risulta drammatica, non fa ridere per niente. Se ci aggiungiamo la musica fa ridere. C’è sempre stato questo gioco tra dramma e risata. Per me è stato un film liberatorio, me ne sono fregato altamente di tantissime cose. Non ho pensato a cosa avrebbero detto o scritto. Per esempio, pensavamo spesso a quel critico che su una rivista di cinema aveva scritto che le mie tavolate lo facevano quasi vomitare, e mi veniva da ridere se pensavo a tutte le scene a tavola che ci sono in questo film.

 Le famiglie raccontate sin qui erano quelle degli affetti, ora parla della famiglia di sangue. Come mai?

Non ho mai avuto niente contro la famiglia di sangue. È che forse con l’età, ho cinquantuno anni, cominci a rivalutare il rapporto con i tuoi genitori. Mio padre non c’è più, non posso più parlargli, e ho sempre un conto in sospeso con la mia famiglia. Io sono del parere che avere una famiglia allargata faccia bene: più hai meglio è.

Che cosa le ha regalato Lecce, cosa ha trovato nel Salento?

Io sono molto attaccato a Lecce e al Salento. Ma soprattutto alle persone. Una città potrebbe essere anche meravigliosa, con paesaggi stupendi e buona cucina. Ma la cosa che fa bellissima Lecce e il Salento sono le persone e il loro comportamento verso il prossimo. Andando in giro per piazze e bar da perfetto sconosciuto, prima delle riprese del film, ho provato sensazioni molto belle e molto forti. Ho trovato il comportamento di un’Italia che forse oggi non c’è più, e forse era così negli anni Settanta. E questo lo trovo bellissimo. È una città che mi ha dato molto. Oggi mi sento molto più forte perché ho conosciuto delle persone che ora mi danno molta più fiducia verso la vita.

A proposito della frase dell’inizio, Ozpetek ha parlato in maniera più generale. Alla conferenza stampa c’era anche Ennio Fantastichini, che nel film è il tradizionalissimo padre di Tommaso. È tutt’altro nella vita, e riguardo a quella frase ha parole molto più precise. “L’omofobia in atto oggi è qualcosa di terribile” ha dichiarato. “Tengo tantissimo al fatto che questo paese cambi punti di vista. È un paese che rispetto per la sua cultura, ma che non rispetto più per le sue scelte. Per me esistono le persone. I loro orientamenti sessuali, come quelli religiosi, sono qualcosa di privato. E questo è un paese che si sta spingendo nelle tenebre, per certi aspetti. Un genitore a un figlio, dovrebbe chiedere una sola cosa: sei felice o no?”

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

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