Posts Tagged ‘il braccio violento della legge

10
Set
09

Venezia 66. Ethan Hawke: il mio poliziotto in lotta col proprio ego

ethanhawkeEra uno degli attori più attesi a Venezia, Ethan Hawke. Abbiamo scritto attori, e non star, perché Hawke da qualche anno ha deciso di intraprendere una carriera meno scontata di quella che si poteva prevedere. Lontano dai ruoli che lo hanno reso famoso, le commedie sentimentali Giovani, carini e disoccupati e Prima dell’alba, che l’avevano reso uno dei simboli della Generazione X post grunge degli anni Novanta, ha deciso di lavorare molto in teatro, di recitare Shakespeare, ha cercato ruoli in piccoli film indipendenti, e in film di genere, come il giallo e il poliziesco, ma di grande qualità. Negli ultimi anni la svolta ulteriore è stata quella di presentarsi al pubblico con dei ruoli negativi, come Hank, il protagonista di Onora il padre e la madre di Sidney Lumet, e Sal, il protagonista di Brooklyn’s Finest di Antoine Fuqua, un poliziotto corrotto, che la sceneggiatura e l’interpretazione di Hawke rendono però molto umano. È un attore, Ethan Hawke, e non una star. Quando l’abbiamo incontrato si è dimostrato cortese e disponibile come ce l’immaginavamo. E per una volta non ci è caduto un mito.

Com’è riuscito a calarsi in questo ambiente così duro come quello della polizia di New York?

Io e Antoine Fuqua avevamo già lavorato insieme, e avevamo girato proprio un film simile. Quindi non partivamo da zero. Il bello del film poliziesco è che è l’unico genere che permette di parlare di persone vere, reali. Quando abbiamo realizzato Training Day, la gente continuava a ripetere che Antoine Fuqua era un pazzo, perché voleva girare il film nelle vere location dove avvenivano i fatti, come South Central, a Los Angeles. Poi, quando il film è uscito, tutti non facevano altro che parlare di quanto fosse autentico, realistico, efficace. Pensate a Il braccio violento della legge: è un film così realistico perché gli autori si sono tuffati in quello che è il cuore di New York. Anche in questo caso Antoine ha voluto che si lavorasse in questa maniera. Ha i legami con le forze di polizia, oltre che la conoscenza, la passione e il cuore.

Come sceglie i suoi ruoli?

Quando interpreti un ruolo puoi essere bravo tanto quanto lo sono i tuoi collaboratori. Ci deve essere qualcosa nel ruolo che ti parla, ti attira. Quando ho letto la sceneggiatura di questo film il personaggi mi ha commosso. Mi rendevo conto che lottava con il proprio ego, con il proprio orgoglio, ed è qualcosa che mi ha toccato nel profondo. La scelta dipende anche da chi te la manda la sceneggiatura: se ti arriva da una persona come Antoine, una persona che ti dice di avere delle serie intenzioni di fare il film, allora capisci che fa sul serio, che lo vuole realizzare e che lo farà. E anche questo è importante. Quando invece cerchi di dare del tuo meglio in una situazione in cui non tutti danno il loro meglio, la cosa non funziona.

Lei è anche uno scrittore. Quali sono i suoi autori preferiti?

Non saprei dire quali sono, perché cambiano continuamente. Visto che sono in Italia potrei dire Italo Calvino.

È già stato a Venezia con un film da regista. Pensa che continuerà a dirigere film?

La mia esperienza qui a Venezia come regista per presentare L’amore giovane è stata ottima. Per potermi ricaricare, per raccogliere l’energia, ho bisogno di fare cose diverse dal recitare. Ho iniziato a recitare quando avevo tredici anni. Ma ho sempre cercato cose diverse da fare, per far trovare la carica per continuare. La cosa strana, che davvero non mi so spiegare, è che ogni volta che faccio la regia di un film, e una volta finito mi allontano dal progetto, il fatto di aver fatto il regista mi rinnova la passione per la recitazione.

Che possibilità ci sono che diventi San Francesco per Richard Linklater?

Ovviamente sarei strafelice di interpretare un nuovo ruolo per lui. Sono anni che collaboro con Linklater. Sono in ottimi rapporti con una serie di registi fantastici, tra cui Antoine Fuqua. E mi piace tantissimo approfondire i rapporti con le persone che stimo. Devo dire non avrei interpretato un ruolo come quello di Brooklyn’s Finest se non ci fosse stato Antoine.

Quanto importante è stata per lei la sua esperienza con Sidney Lumet?

Sidney Lumet è un grandissimo regista. È molto diverso dagli altri, per il fatto che probabilmente è il regista che prima di girare fa più prove di chiunque altro con cui abbia lavorato. Quando arriva il momento di fare le riprese effettive praticamente il film è già fatto, perché ha preparato tutto nelle prove. Per questo riesce a girare i film in tempi così brevi. In questo è molto diverso rispetto alla maggioranza dei giovani registi, che in pratica filmano le prove: in questo modo hanno tonnellate e tonnellate di girato, con tutte le varie opzioni per le scene, e creano poi il film in sala montaggio. Sidney è la vecchia scuola: crea già il film nella sua mente, ha già il montaggio in testa. Tra l’altro ha una profonda conoscenza della recitazione, visto che ha lavorato con Lee Strasberg

Ritrova qualcosa di quel personaggio in questo suo nuovo ruolo?

Io non vedo questa similitudine, ma non è detto che non ci sia. Hank, il protagonista di Onora il padre e la madre, era un personaggio completamente privo di spina dorsale. Sal è una persona che la spina dorsale ce l’ha. Quello che forse hanno in comune è questo senso di colpa, il rimorso.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

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21
Mag
09

Kiefer Sutherland. Non è cattivo. Lo disegnano così…

5Non è cattivo, Kiefer Sutherland. È che lo disegnano così. Prendiamo a prestito la frase di Jessica Rabbit non a caso. Abbiamo incontrato Sutherland a Roma, in occasione della presentazione di Mostri contro alieni 3D, dove di suo (nella versione originale) c’è la voce. Il resto è un disegno. E il personaggio è un generale, un militare integerrimo che ha il compito di custodire alcuni strani mostri. Anche nel mondo dei videogame è stato disegnato, visto che ha dato la voce a un personaggio di Call Of Duty. Ma tutti in realtà identificano Kiefer Sutherland con Jack Bauer, indelebile agente anti terrorismo di 24, la rivoluzionaria serie tv in tempo reale (giunta in America alla settima stagione). Bauer, a cui il figlio di Donald Sutherland presta voce, volto e corpo, è per molti il simbolo dell’America di Bush, spietata nelle torture e nel controllo pur di combattere il terrorismo. In realtà 24 colpisce a destra e sinistra, ne ha per tutti, anche per i repubblicani, visto che alcuni dei presidenti la serie raffigura sembrano avvicinarsi a Bush, e al modus operandi repubblicano. E ha anche il grande pregio di averci presentato con anni di anticipo rispetto a Barack Obama il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Lo disegnano così, Kiefer Sutherland. In realtà ha modi cortesi e pacati, e un modo di sorridere per i quali è un piacere parlare con lui. Modi che stridono con le notizie che arrivano puntualmente da oltreoceano, sui suoi arresti per guida in stato di ebbrezza, per il suo alcolismo. E qui arte e vita si incontrano, visto che i suoi personaggi, da Jack Bauer al protagonista di Riflessi di paura, sono stati vittime di dipendenze.

Sia in Mostri contro alieni 3D che in 24 vediamo un’America sotto attacco. Significa qualcosa o è solo un caso?

Gli sceneggiatori sono americani e scrivono di quello che conoscono, rispondono alla realtà. Nei film di Godzilla il mostro attacca il Giappone, perché è un film creato dai giapponesi…

In America cambiano i governi, ma c’è sempre un generale a cui viene ordinato di fare qualcosa di violento, come vediamo in Mostri contro Alieni 3D. Pensa che oggi un personaggio come il suo avrebbe le mani più legate nell’America di oggi?

Non credo che sia esatto dire che le amministrazioni cambiano e ai generali venga sempre ordinato di fare cose violente. Non è assolutamente vero. Se fosse stato così gli Stati Uniti sarebbero stati caratterizzati solo dalla violenza negli ultimi quaranta anni.

Lei è considerato un attore d’azione, e anche in Mostri contro alieni 3D dà la voce a un militare. Ma in 24 ha dimostrato di essere anche un attore drammatico. Non teme di essere imbrigliato in un ruolo?

Ho una voce, una fortuna che mi è stata donata da mio padre, e che mi permette di fare questo tipo di personaggi. Ha una grande forza espressiva e dà loro molta profondità. Quello che mi piace di Mostri contro alieni 3D è che non si voleva che la mia voce suonasse come in 24 o come la mia voce tipica. Mi hanno dato la libertà di creare un personaggio che credo sia molto divertente. Per quanto riguarda il rischio di essere ingabbiato in certi ruoli: ci sono altri attori che sono molto più intelligenti di me a giostrare in ruoli sempre diversi e svariati. Io per anni ho interpretato il “bad guy”, il ragazzaccio, poi ho fatto 24. Tendo a essere attratto da un certo tipo di storie, cerco di andare al di là dell’idea del personaggio, e a scegliere una storia nella sua interezza. Ma il Jack Bauer di 24 è comunque un personaggio in continua evoluzione: quello della stagione 7 è molto lontano da quello della stagione 1.

Come sceglie i copioni da interpretare?

Come dicevo, scelgo i copioni in base all’intera storia. E spesso per il regista. Fare un film è come suonare in una band. A volte suoni la batteria, a volte la chitarra, a volte il basso. E a volte sei il cantante. Ma il gruppo non suona bene senza un grande bassista: e in quest’ultimo film io sono il bassista. E ricordatevi che i personaggi non sono mai così importanti come la storia. E una volta che hai una grande storia, anche tutti i personaggi diventano fantastici.

Guardando la sua carriera, ha spesso recitato in film di genere, come il thriller e la fantascienza. Le piacciono questo tipo di film?

Sì, c’è un film di fantascienza di cui sono molto orgoglioso, ed è Dark City di Alex Proyas. La cosa fantastica della fantascienza è che permette di uscire dalla realtà conosciuta. Il che permette ai personaggi di avere molta più libertà: se sei in un mondo immaginario, magari nello spazio, nessuno può dirti che devi comportarti in una certa maniera perché sei legato a una certa realtà, o alla Storia. Tutto ciò che è futuribile permette a un attore moltissime strade libere per creare un personaggio.

Com’è stata la sua esperienza come road manager della band Rocco DeLuca and The Burden?

Insieme a un mio amico abbiamo fondato un’etichetta discografica (la Ironworks Music, ndr): l’industria discografica negli Stati Uniti è in difficoltà, e molte band non sono in grado di fare un disco. Così siamo andati in studio e abbiamo firmato con un paio di band. Non avevamo il budget delle grandi etichette, abbiamo cercato di fare la cosa più importante di una casa discografica: la responsabilità che ha è far conoscere il suo artista, perché ogni artista ha un suo pubblico. Così abbiamo pensato di fare un piccolo tour tra Reijkiavik, Berlino, Londra e Dublino. Abbiamo venduto più di duecentomila dischi. Quest’anno faremo uscire i dischi di quattro nuovi artisti.

Per loro ha anche diretto il video della canzone portante del film 24 Redemption…

La canzone si chiama Save Yourself. Abbiamo avuto l’occasione di fare un vero video, invece che montare solamente le clip tratte da 24. È un viaggio nel tempo, creato montando materiale di repertorio, dalla Prima Guerra Mondiale, alla Seconda, alla Corea e al Vietnam, fino all’Iraq e ai disastri petroliferi e allo scioglimento dei ghiacci. Tutto quello di cui pensiamo di essere responsabili.

È stato uno dei primi attori che dal cinema è passato a recitare per la televisione. Ora lo fanno in molti. Crede di aver cambiato la percezione di molti attori nei confronti di questo mezzo?

Sono stato uno dei primi, sono stato in anticipo sugli altri, è vero. Ma c’è una ragione precisa. I grandi film che amavo a vedere al cinema da giovane, film come Gente comune, Taps – Squilli di rivolta, Serpico, Il Padrino, Il braccio violento della legge, oggi non si fanno più. Sono quelli che chiamo i film da venti milioni di dollari, e ora non esistono. A quei tempi gli studios appartenevano ai grandi produttori e ai registi. Oggi i proprietari sono la Coca Cola, la General Electric, e anche i film sono dei calcoli finanziari: si sceglie di investire ottanta milioni di dollari in un film, come si investono sessanta milioni in marketing e pubblicità. Si sceglie la possibilità che fa fare più soldi, non importa come. E i film da venti milioni di dollari sono morti. Li ha riportati in vita la televisione. La HBO ha fatto uno dei miei film preferiti degli ultimi anni, Gathering Storm, su Winston Churchill. Serie come I Soprano, Sex and The City, The Wire sono grandi film. È iniziato tutto quindici anni fa, con uno show come E.R. Iniziai a guardarlo e dissi: mio dio, è molto più interessante di molti film che vedo al cinema. Poi c’è stato NYPD Blue. Erano grandi drammi, con i quali in tv la curva della qualità è aumentata. E i grandi film oggi si vedono in tv.

Uno di questi è 24. Com’è iniziata la sua avventura con questa serie?

Alla tv interessava che facessi un episodio pilota per una serie. Quello che mi affascinava di 24, leggendo lo script, era che si vedeva un uomo che doveva proteggere il proprio paese, e in particolare il senatore Palmer, che potenzialmente sarebbe potuto diventare il primo presidente afroamericano in America. Una grande responsabilità. Come quella di tenere d’occhio la propria figlia di quindici anni. Io ho una figlia di quell’età e so quanto è difficile. Quello che mi piaceva, allora, era che il personaggio non fosse bianco o nero, ma agisse in una grande area grigia. Così abbiamo girato l’episodio pilota. Ma non ci saremmo mai aspettati questo successo enorme.

 

 








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