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09
Mar
10

Kathryn Bigelow, la regina degli Oscar: racconto la dipendenza dalla guerra

“Qual è il modo migliore di disarmare una di queste bombe?” “Quello in cui non muori, signore”. E’ una delle battute che ascoltiamo in The Hurt Locker, il film di Kathryn Bigelow ambientato in Iraq, che ha vinto a sorpresa l’Oscar, battendo il favorito Avatar di James Cameron (che, tra l’altro, è l’ex marito della Bigelow). Il film ha avuto un destino molto particolare. Passato al Festival di Venezia del 2008, è stato ignorato dai premi del festival, per poi uscire nei cinema a ottobre 2008, e rimanere in sale poche settimane. In America il film è uscito nel 2009, ottenendo consensi quasi unanimi e cominciando una lunga corsa che l’ha portato agli Oscar 2010. Che sono sei: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro.

Kathryn Bigelow, che abbiamo incontrato a Venezia, nel 2008, con The Hurt Locker ci mostra un punto di vista speciale, quello dei soldati addetti a disinnescare le bombe: è l’ottica più vicina alla morte, il lavoro più rischioso che ci sia. E’ un lavoro che si sceglie di fare, e dal quale non ci si riesce più a staccare, come se desse una dipendenza.

Cosa rende i suoi film così unici? Com’è riuscita ad analizzare così bene la psicologia dei soldati?

Questo film ha potuto beneficiare di osservazioni di primissima mano, il risultato del lavoro di Mark Boal, che per anni è stato un giornalista “embedded”, al seguito delle truppe in Iraq, andando in missione con loro ogni giorno. Ha potuto vivere sulla propria pelle ciò che queste persone fanno quotidianamente e questo ha conferito al film quella veridicità che lo rende unico. La guerra fa paura, ed è qualcosa di impensabile essere a contatto con la morte quotidianamente. Oggi l’esercito è fatto da volontari, persone che chiedono di partire per la guerra, e in questo la loro psicologia è molto diversa da quella dei soldati del Vietnam.

Qual è stata la motivazione che l’ha fatta tornare sulle scene con questo film dopo tanti anni?

Il ritorno di Mark dall’Iraq, con le storie così interessanti di questi uomini che fanno il mestiere più pericoloso al mondo, e decidono volontariamente di farlo. L’altra motivazione è l’attualità: mi sento molto responsabile riguardo a temi come questo. Oggi ci troviamo in una situazione molto particolare, anche dal punto di vista politico, e sento il dovere di affrontarli.

Lei racconta sempre drogati della vita: il surf in Point Break, lo squid in Strange Days e la guerra oggi…

E’ un modo interessante di descrivere i miei film. Sono una persona che reagisce molto istintivamente al materiale che mi si presenta. Quello che ho trovato interessante è proprio la psicologia di queste persone: la loro dipendenza dalla guerra. Ho cercato di mettere il pubblico nei panni dei soldati, di dare questa atmosfera di autenticità.

Ha dichiarato di essere interessata a quegli esseri umani che la CNN non ci mostra mai. Cosa pensa dell’informazione sulla guerra?

Di recente un articolo del New York Times ha riferito che i soldati morti in Iraq sono più di quattromila: eppure finora sono state pubblicate solo cinque o sei foto di questi soldati caduti in combattimento. Il discorso della guerra è stato affrontato molto poco: non vorrei usare il termine censura, ma è accaduto qualcosa di molto simile da parte dei media americani. Ma credo che con l’avvicinarsi delle elezioni questo sarà un argomento discusso vivamente.

Il suo sguardo è puntato sui soldati. Ma nel suo film ci sono anche i mercenari, e uno sguardo sul mondo arabo. E’ stato difficile far accettare questo film all’establishment, raccontare questa storia senza urtare le varie sensibilità?

Mi sono trovata di fronte a una sceneggiatura eccezionale, e questo mi ha dato l’opportunità di avere una mappa così ben strutturata per navigare attraverso la storia, evitando certi pericoli mantenendo un film estremamente attuale e ricco di energia. Non dimentichiamo che si tratta di un conflitto che mentre stiamo parlando è ancora in atto. Per rappresentare gli arabi abbiamo ingaggiato dei veri iracheni, dei profughi. Anche la tuta che i soldati indossano è una vera tuta di quelle che indossano gli artificieri e pesa quaranta chili. In una scena c’erano due iracheni che interpretavano dei prigionieri di guerra. Abbiamo chiesto loro: cosa facevate prima in Iraq? Eravamo prigionieri degli americani, ci hanno risposto.

Strange Days è stato un film profetico: più di dieci anni fa raccontava di un mondo inquietante, nell’anno 2000, con uno stato di polizia permanente e la gente sempre più chiusa in se stessa. Crede che oggi il mondo assomigli a quel film?

Credo che tra il film e la realtà di oggi ci siano molti elementi, in comune. Forse siamo stati più fortunati. Comunque sì, si tratta di un film profetico.

 

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