Posts Tagged ‘Martin Scorsese

15
Feb
10

Martin Scorsese: Convivere con la paura, non vivere nella paura

È una delle presenze più attese alla Berlinale 2010, Martin Scorsese. Ma prima di presentare il suo Shutter Island alla kermesse tedesca, il regista di origini italiane ci ha fatto un gran bel regalo. È infatti arrivato a Roma per presentare il film alla stampa italiana.

Per niente criptico e scontroso come molti cineasti di culto, Scorsese è affabile, simpatico, ben disposto alla battuta e al dialogo. Nell’affollata conferenza stampa che dell’Hotel Hassler ha lasciato tutti soddisfatti. Perché ha parlato soprattutto di cinema, delle cinematografie e dagli artisti che hanno ispirato il suo film. Un film in bilico tra i generi, che passa dal thriller all’horror, al drammatico. Rimanendo sempre un film d’autore. E continuando (grazie anche al sodalizio con Leonardo Di Caprio, giunto ormai al quarto film) a tessere i film con quel fil rouge, che è un filo rosso sangue. Come la violenza, la follia e la disperazione, che il maestro di New York continua a raccontarci, usando ogni volta linguaggi e forme diverse.

Se qualcuno le dicesse che il suo sembra un film di Fritz Lang girato da Fuller, o viceversa, cosa risponderebbe?

Non penso a me in questi termini, non mi considero al livello di questi registi. Ma per me è un onore essere menzionato insieme a loro. Shutter Island ricorda i loro film degli Anni Quaranta, rientrare in quella linea cinematografica. In cui c’è anche Jacques Tourneur.

Nei suoi film la violenza si unisce spesso al complotto. Che spesso arriva dalle istituzioni. La nostra realtà è questa?

Il film è basato su un romanzo di Dennis Lehane, che ha scritto anche Mystic River e Gone Baby Gone, due fantastici romanzi. Io sono stato attratto da questo materiale, con cui ero in sintonia. Conosco bene quel senso di paranoia e paura: sono cresciuto a New York e nel ’52 avevo dieci anni, fa un po’ parte della mia vita. Ed è lo stesso senso di paura e di paranoia che ci accompagna anche oggi. A volte ho dei sospetti sulle autorità, su chi detiene il potere. E questo si riflette nelle scelte che faccio.

Nel film cita Lang, Murnau, fa riferimenti a Kafka. Che rapporto ha con la cultura europea e in particolare con la cinematografia tedesca?

C’è sempre stata una presenza del cinema tedesco nella mia formazione. Io sono cresciuto negli anni Quaranta e Cinquanta, e molti film realizzati a Hollywood erano realizzati da immigrati, tra i quali molti venivano proprio dalla Germania e dall’Austria: Billy Wilder, Otto Preminger. Uno dei primi film che ho fatto vedere al cast è Laura (Vertigine in italiano, ndr), in cui c’è l’interpretazione di un attore devastato da una guerra a tal punto da innamorarsi di un fantasma. E poi Out Of The Past (Le catene della colpa da noi, ndr), un altro film dove c’è un mistero. C’è un debito diretto, e un amore per il cinema tedesco, come quello che ho per il cinema italiano: fa parte della mia vita.

È il quarto film che lei e Di Caprio fate insieme: com’è cambiato il vostro rapporto?

Se il nostro rapporto è cambiato, sicuramente si è tramutato in una fiducia più profonda nel lavoro che facciamo insieme. Da The Aviator a The Departed ho avuto la sensazione che con Leonardo Di Caprio sarebbe stato possibile toccare dei livelli ancora più profondi. Con questa storia abbiamo avuto entrambi la possibilità di andare oltre. Ovviamente all’inizio non sapevamo quanto oltre saremmo potuti andare, sia a livello emotivo che psicologico. E devo dire che sono rimasto colpito dall’intensità di Leonardo durante tutta la realizzazione del film. Lavorare con Leonardo è sempre una grande ispirazione, perché lui utilizza tutta l’esperienza che ha accumulato e la incanala in questo processo di crescita creativa. E in fin dei conti abbiamo gli stessi gusti. Continueremo insieme anche in futuro. 

Dopo questo film, cosa potrà dire ancora sulla violenza?

La cosa che mi ha attratto a questa storia è la natura di Teddy: la violenza ha avuto un impatto formativo sul suo carattere. Sono rimasto molto toccato da questo personaggio, dalla sua sofferenza, soprattutto alla fine del suo percorso. Tutto questo mi fa pensare a chi siamo noi, a quanto c’è di violento dentro di noi, e fino a che punto questa violenza può essere eliminata attraverso l’evoluzione.

Quali sono le sue più grandi paure?

Io convivo con la paura quotidianamente.  È qualcosa che bisogna cercare di superare: non bisogna vivere nella paura, ma convivere con la paura. Non tutti sono inclini a conviverci. Ma in ultima analisi penso che questo è il mondo che andranno a ereditare i miei figli e la cosa mi preoccupa molto.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

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09
Feb
10

Leonardo Di Caprio: «La violenza è un dolore rivolto contro il mondo»

“Teddy, torna in te!” Sono le prime parole che Leonardo Di Caprio pronuncia in Shutter Island, l’attesissimo nuovo film di Martin Scorsese, presentato ieri a Roma dal regista e dal suo attore feticcio. Di Caprio pronuncia queste parole guardandosi allo specchio, come nell’ultima sequenza di The Aviator. Sembra che Shutter Island per Di Caprio parta proprio da lì, e riannodi tutta una serie di fili. Quello della follia e della violenza, che da Howard Hughes arriva fino a Teddy Daniels, poliziotto che arriva sull’isola-fortezza di Shutter Island per indagare sulla scomparsa di una pluriomicida internata nel manicomio criminale che si trova lì. E si troverà a indagare anche dentro se stesso, in una discesa agli inferi apparentemente senza via d’uscita. E il filo di una carriera, quella dell’ormai ex idolo delle teen-ager di Titanic, oggi legata a doppia mandata a quella di un artista, Martin Scorsese, che gli ha fatto fare un salto di qualità. Di Caprio è al quarto film con Scorsese: dopo Gangs Of New York, The Aviator e The Departed, ecco Shutter Island. Di Caprio ha ormai preso nell’opera di Scorsese il posto di De Niro. Ma non dimentica mai di citarlo, tra i suoi modelli di recitazione e come colui che ha dato il via al metodo di Scorsese di affidarsi totalmente agli attori, rendendoli padroni del loro personaggio.

È ormai lontanissimo da Titanic, Di Caprio. In Shutter Island sembra uscito da un noir degli anni Quaranta, stropicciato, trasandato, tormentato. Appare anche invecchiato, con le rughe che solcano il suo volto, a simboleggiare solchi profondi nell’anima del suo personaggio. Rilassato, disponibile e luminoso, come si è presentato invece alla conferenza stampa all’Hotel Hassler di Trinità dei Monti, Di Caprio è lontano dal divo che era, è un artista consapevole di sé e del mondo che lo circonda. È impegnato attivamente nella tutela dell’ambiente. E anche di questo, di denaro, e di violenza si è parlato nell’incontro.

Com’è entrato nel ruolo?

Senza svelare nulla del finale, perché è obbligatorio per il pubblico vedere il film senza sapere niente di come va a finire, il mio è un ruolo che ha una certa duplicità. Con Scorsese abbiamo provato a sperimentare vari estremi per quanto riguarda questo personaggio. Questo film è un mix di generi: è un thriller psicologico, è un horror gotico. Ma al centro fondamentalmente c’è la perdita, il dolore, e il modo in cui l’essere umano fa i conti con quello che è il proprio dolore. E la capacità o meno di superarlo. Per girare il film abbiamo fatto molte ricerche, sono andato a guardare i documentari sulla malattia mentale. Abbiamo cercato di ricreare questa storia. Ma l’autore del romanzo (Dennis Lehane, l’autore di Mystic River, ndr) aveva già scritto qualcosa di molto toccante e profondo.

Che obiettivi si pone a livello professionale? Girerebbe un musical o una commedia?

Sin da ragazzo, quando ho avuto il mio primo ruolo da protagonista avevo quindici anni, anch’io ho avuto i miei eroi, attori a cui guardavo come modelli: Robert De Niro, James Dean, Montgomery Clift o altri. Quando ho avuto il mio primo ruolo ho fatto un anno di ricerche, ho cercato di vedere più film possibile per ispirarmi. La mia aspirazione ancora oggi è cercare di fare qualcosa di positivo tanto quanto hanno fatto loro nella loro carriera. Questo potrà richiedere l’intera vita. Si tratta di una sete che non è mai placata. Non mi sono mai sentito arrivato, non sento di aver mai completato il cerchio. Quando interpreto un ruolo mi sento sempre nervoso, perché penso sempre di non aver fatto abbastanza, e che potrei fare di più. Non ho tra i miei obiettivi quello di realizzare un genere in particolare. Mi interessa fare dei ruoli che, a livello di storia, mi tocchino. E si dà il caso che finisca per essere attratto da dei personaggi che hanno subito dei traumi, personaggi complicati, e oscuri.

Come ha cambiato la sua vita il suo impegno per l’ambiente?

Il mio impegno in favore dell’ambiente è iniziato molti anni fa. Ma è solo da quando è uscito il film di Al Gore Una scomoda verità che le questioni ambientaliste hanno iniziato a essere ascoltate veramente dall’opinione pubblica. Fino a quel momento si era parlato a dei sordi, che non ascoltavano e non volevano ascoltare. Lui è riuscito a raccontare in maniera concisa un argomento simile, e ad aprire gli occhi alla gente. Ma non si fa ancora abbastanza, bisogna continuare a lavorare per l’ambiente. E anch’io continuerò a impegnarmi.

Qual è il suo rapporto con il denaro?

I soldi sono importanti, sono utilissimi. Sicuramente non comprano la felicità, e ognuno di noi non può cercare di avere tanto, a un certo punto più di tanto non si può neanche desiderare. Io ho più che abbastanza. I soldi sono utili anche per l’ambiente: se non ci fosse progresso economico non potrebbero essere sviluppate le tecnologie verdi che all’ambiente sono così utili.

È il quarto film che lei e Scorsese fate insieme: com’è cambiato il vostro rapporto?

Da parte mia c’è una profonda ammirazione nei suoi confronti, e nei confronti di questa collaborazione che abbiamo insieme. La cosa più importante di Scorsese, e può essere confermata da chi ha lavorato con lui, è questa profonda capacità di fidarsi completamente di te come attore, di renderti il proprietario del personaggio, di far sì che sia completamente tuo. E questo è qualcosa di estremamente importante, che molti registi non capiscono. Lui si affida a te come attore affinché tu porti avanti la narrazione a livello emotivo. Ti ha scelto per un determinato scopo e ti dà questa possibilità che tu non devi tradire. È un tipo di collaborazione che è iniziata con De Niro e ora continua con me.

Lei e Scorsese con Shutter Island continuate un vostro discorso sulla violenza…

Questi grandi personaggi che Scorsese riesce a creare sono per loro natura violenti. Ma che cos’è in fondo la violenza? La violenza è un dolore, una sofferenza interiore che viene poi esternata, rivolta contro il mondo. I migliori personaggi di Scorsese, quelli di Taxi Driver o di Toro scatenato, sono quelli che mi hanno interessato perché ci permettono di capire che cos’è l’essere umano, che la natura umana è fatta di sofferenza, e che ognuno ha il proprio modo di tirarla fuori. Il mio personaggio di Shutter Island è forse il personaggio più violento, più dark tra tutti quelli che ho interpretato. Ma per me è stato un onore averlo potuto fare con un regista come Scorsese.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 








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