17
Giu
10

The Twilight Saga: Eclipse. Kristen Stewart: le ragazze amano Bella perché sa il fatto suo

Bella. Di nome e di fatto. Kristen Stewart, la Bella Swan della saga di Twilight, è arrivata oggi a Roma insieme a Taylor  Lautner (ma senza Robert Pattinson) per presentare i primi 15 minuti di The Twilight Saga: Eclipse e incontrare la stampa (e i fan oggi pomeriggio all’Auditorium della Conciliazione). Eclipse è il film cardine della saga, quello in cui Bella dovrà prendere la decisione che cambierà per sempre la sua vita: sposare o no il suo Edward, diventare o meno un vampiro come lui, e vivere in eterno mentre tutti i suoi cari moriranno. A proposito di Robert Pattinson: vietate le domande personali, ce lo dicono subito prima dell’incontro. Quindi non possiamo dirvi se i due stanno effettivamente insieme o no.

Vista da vicino, Kristen Stewart è ancora più “bella” (passateci il gioco di parole) che sul grande schermo. Minuta (meglio dire, minuscola), timida ma decisa nelle risposte (probabilmente il personaggio di Bella le somiglia molto), vestita in un abito nero molto corto, ha risposto alle domande della stampa. Dalle sue risposte traspare l’orgoglio di aver dato vita su celluloide a  un personaggio letterario molto amato dalle ragazze, un personaggio in cui tante possono identificarsi. Ma traspare anche la voglia di non fermarsi qui. E di andare oltre, fuori, sulla strada. In tour, come nel film The Runaways, in cui ha il ruolo di Joan Jett e racconta la storia della prima band al femminile della storia del rock. E letteralmente sulla strada, On The Road, visto che reciterà nel film tratto dal famoso romanzo di Jack Kerouac, progetto più volte sul punto di essere portato sullo schermo, e ora finalmente in dirittura d’arrivo grazie a Walter Salles. Ancora sulla strada, in viaggio come ce la ricordiamo in Into The Wild, un film dove ci ha già dimostrato (passateci ancora una volta il doppio senso) di non essere solo “Bella”.

Qual è il suo punto di vista su Eclipse?

In questa parte della storia Bella riesce a prendere una decisione definitiva. È un momento molto più vero, più reale rispetto ai film precedenti e ai successivi. Nel prossimo film si sposerà e avrà dei figli. Finora, poi, il triangolo amoroso in realtà aveva due soli lati. Ora sono davvero tre.

Avete lavorato in ogni film con un regista diverso. Come è stato?

Quando parli di un regista parli di un essere umano, con cui ti rapporti ogni volta in maniera diversa. Credo che ogni regista con cui abbiamo lavorato fosse perfetto per il film che doveva girare. Probabilmente se avessimo avuto lo stesso regista per tutti e tre i film sarebbe stato più facile rilassarci, perdere stimoli. Invece David Slade ci ha fatto lavorare, ha voluto ripensare e rivedere tutto rispetto ai film precedenti.

Come è cambiato il suo personaggio in Eclipse? C’è più azione nel film?

In questo terzo film Bella cambia tantissimo: si abbandona, si lancia in qualcosa di ignoto. Nei primi film aveva una storia d’amore idealizzata che a un certo punto deve diventare concreta. E ciò accade proprio in questo film. Bella era una ragazzina, ora è diventata adulta.

Cosa pensa del fatto che Breaking Dawn verrà diviso in due parti?

Quando si tratta di trasformare una storia in un film è sempre difficile andare in profondità. Dividere una storia in più parti, in più film, invece permette di approfondirla di più, di dare più sfumature. Non vedo l’ora di cominciare a lavorare a Breaking Dawn.

Quale pensa che sia il messaggio che il film manda ai giovani?

Credo che le ragazze amino Bella perché è una che sa il fatto suo. Commette tanti errori, ma sa come affrontare i problemi della sua vita. È una ragazza forte.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Il mio prossimo progetto è On The Road, il film tratto dal famoso romanzo di Jack Kerouac, che sarà diretto da Walter Salles. Sono molto emozionata all’idea.

Com’è cambiata la sua vita dopo un successo così grande?

Si tratta di essere consapevoli che noi attori siamo messi in una condizione ideale: possiamo scegliere quello che vogliamo fare.

Non ha paura di restare imbrigliata nel personaggio di Bella Swan?

Da un lato è una bella cosa che le persone non riescano a pensarmi in maniera diversa dal mio personaggio nella saga di Twilight. Ma non è che nel mondo siano tutti dei fan duri e puri di Twilight. Ho già fatto delle scelte di altro genere tra un film e l’altro della saga.

 

17
Giu
10

The Twilight Saga: Eclipse. Taylor Lautner: so cosa voglio e lotto per averlo

Il più atteso, il più amato, il più desiderato, non c’è. Robert Pattinson manca all’appello dell’incontro romano per presentare The Twilight Saga: Eclipse, il terzo capitolo della saga che sta appassionando i ragazzi di tutto il mondo. Ma Taylor Lautner, che nei film tratti dai romanzi di Stephanie Meyer è Jacob, licantropo e rivale in amore di Edward Cullen/Robert Pattinson, si difende bene. I suoi pettorali, incredibilmente esplosi nel secondo capitolo della saga, New Moon (e nel terzo film ricondotti a dimensioni più umane) hanno fatto breccia nei cuori di

molte ragazze. Certo, la maggioranza sta dalla parte di Robert Pattinson, ma la minoranza per Taylor Lautner non è poi così minoranza, e non è nemmeno tanto silenziosa. Visto da vicino, oggi a Roma per presentare i primi 15 minuti di Eclipse, Lautner sembra un ragazzo meno possente che sullo schermo, e soprattutto sembra un ragazzo semplice, posato, educato. Tra le tre star della saga di Twilight, Lautner è quello con il futuro al cinema meno delineato, rispetto alla Stewart e a Pattinson che hanno dimostrato già di voler fare sul serio sul grande schermo. Per ora abbiamo visto Lautner nel mieloso Appuntamento con l’amore. Ma ha già in cantiere un film d’azione, diretto da John Singleton. Vuole fare sul serio anche lui. E non essere solo il terzo incomodo

Qual è il suo punto di vista su Eclipse?

Eclipse è il mio libro preferito della saga, ed è diventato il mio film preferito tra i tre che abbiamo girato finora. Eclipse prende l’azione, i personaggi e li porta a un livello più alto. Il triangolo amoroso qui raggiunge il suo apice.

Avete lavorato in ogni film con un regista diverso. Come è stato?

Sono due anni ormai che interpretiamo questi personaggi, tanto da essere abituati a loro. Lavorare con dei registi diversi ci ha permesso di vedere i nostri personaggi sotto una luce diversa.

Come è cambiato il suo personaggio in Eclipse? C’è più azione nel film?

Nel primo film ero un ragazzo simpatico, alla mano, senza problemi. In New Moon Jacob è iniziato a cambiare. In Eclipse diventa finalmente una persona nuova, molto più matura. Per quanto riguarda l’azione, ogni volta che c’era una scena di battaglia io venivo trasformato in un lupo, che veniva creato in computer grafica. Non è stato particolarmente emozionante…

Cosa pensa del fatto che Breaking Dawn verrà diviso in due parti?

È stato difficile condensare i tre libri di Stephanie Meyer in dei film di due ore. Per Breaking Dawn girare due film da due ore era l’unico modo per coprire tutto il materiale che c’è nel libro.

Quale pensa che sia il messaggio che il film manda ai giovani?

Non penso che quelli della saga di Twilight siano film destinati solo ai giovani. Penso che persone di tutte le età possano apprezzare questo film. Quanto al messaggio, posso parlare del mio personaggio: Jacob è determinato, sa cosa vuole e lotta per averlo.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Mi sto preparando per girare Abduction, un thriller d’azione diretto da John Singleton.

La saga di Twilight ha cambiato l’immagine di vampiri e licantropi, che non sono più mostri, ma sono belli. Che ne pensa?

Quando recito nei film di Twilight non penso a me stesso come a un licantropo, ma come a Jacob. Penso che se venissero eliminati i vampiri e i licantropi, la storia funzionerebbe lo stesso. In fondo si tratta di un ragazzo innamorato di una ragazza, uno che se la deve vedere con un tipo che non è poi tanto male.

 

18
Mag
10

Anton Corbijn. Un’intervista tra fotografia e cinema. Rock

Il famoso fotografo rock racconta Control, il suo film su Ian Curtis, il leader dei Joy Division che il 18 maggio di trent’anni fa moriva suicida.

Control, che racconta la storia di Ian Curtis e i Joy Division, è il film della vita per Anton Corbijn, che ha puntato tutto su una storia che voleva dire molto per lui. Quello che poi è diventato il più grande fotografo del rock ha deciso di lasciare l’Olanda per andare in Inghilterra proprio alla fine degli anni Settanta, quando stava esplodendo il fenomeno punk e new wave. Ha iniziato a fotografare i Joy Division:  a nessuno piacevano quelle fotografie, tranne che alla band. E continuò a fotografarli. Dopo di loro ci sono stati gli U2 (le copertine di The Joshua Tree e Achtung Baby), i Depeche Mode (tante copertine e video, tra cui Enjoy The Silence), i Nirvana (il video pluripremiato Heart Shaped Box), i Metallica. Tutto quello che è rock è passato attraverso la macchina fotografica di Corbijn. Ma i Joy Division sono stati il primo amore. Quello che affascina vedendo il bellissimo film di Corbijn (che ha appena finito di girare The American, con George Clooney, in Abruzzo) è che sembra di vedere una sua bellissima foto in movimento. Perfettamente coerente con il suo stile, ma anche con l’anima dei Joy Division. Se Wim Wenders disse che il rock gli aveva salvato la vita, è qualcosa che forse direbbe anche il fotografo olandese. Ma probabilmente è vero anche il contrario: Corbijn ha salvato il rock, nel senso che ha contribuito a dargli un’immagine, e a comunicarlo nel modo migliore.

Com’è scoccata la scintilla del suo amore per il rock?

Per le persone cresciute negli Anni Cinquanta e Sessanta la musica era un linguaggio diverso rispetto a quello dei propri genitori. Era ribellione, qualcosa che avevi nella tua stanza. Sentivo molti dischi nella mia stanza, e hanno avuto una grande influenza su di me. Così ho capito che volevo fare parte di quel mondo. Sono cresciuto in un villaggio su un’isola fino all’età di undici anni. Quando ci sono tornato ne avevo quasi cinquanta, e cercavo di capire perché amassi così tanto la musica e le foto, ho capito che in quel villaggio non c’era nulla, e che tutto quello che accadeva al di fuori era importante. Per questo ho voluto farne parte.

Qual è il suo feeling con la musica dei Joy Division?

Alla fine degli Anni Settanta amavo così tanto la musica che mi sono trasferito dall’Olanda verso l’Inghilterra. Lì incontrai i Joy Division, e li fotografai: a nessuno piacevano quelle foto, tranne che a loro. Così li fotografai ancora.

 Il suo bianco e nero è coerente con il suo stile, ma coglie anche lo spleen dei Joy Division…

Ho scelto il bianco e nero non tanto perché mi piace, ma perché qualsiasi cosa io ricordi di quel periodo era in bianco e nero: tutte le copertine e le loro foto sono in bianco e nero. Quando sono andato in Inghilterra la vedevo in bianco e nero. È stato l’unico modo in cui potessi fare quel film.

Quali sono state le difficoltà nel fare questo film?

Ogni cosa. È stato il mio primo film, tutto è stato difficile. Ogni cosa tu veda in un film, una sedia, un tavolo, dei capelli, una luce, ogni cosa è una scelta, una decisione da prendere. Mi sono divertito, ma il tuo corpo e la tua mente non si fermano mai. E’ bello sapere che hai il controllo sulle cose, e ogni cosa ti porta dove volevi arrivare.

 Il bianco e nero è qualcosa che rende tutto più crudele…

È qualcosa che rende tutto più nudo, spogliato, vicino all’essenziale.

 Qual è l’anima di questo film?

È la musica dei Joy Division, certamente. Ma c’è anche la storia d’amore, mostra come le cose possono cambiare, come l’amore può cambiare. Anch’io quando ero giovane ho avuto un’esperienza simile, mi sono sposato con la mia ragazza. Ci sono state delle similarità con la mia vita. Anch’io credo che l’amore sia una grande emozione. E anche la musica è stata una grossa parte della mia vita.

 Il suo stile così particolare, quel bianco e nero sgranato, è qualcosa di studiato o è nato per caso?

Ho fatto studi sulla grana per cinque anni… No, sto scherzando. È qualcosa di molto semplice: quando ero giovane le uniche foto che potevo fare erano foto dal vivo, e usavo questa pellicola per non usare il flash, mi serviva una grana particolare perché spesso non c’era abbastanza luce ai concerti. Non avevo molti soldi, e volevo fare anche delle foto all’aperto, così ho scelto in modo da poter usare la stessa pellicola. Quando ho avuto più soldi avrei potuto cambiare, ma ormai quella grana e il modo in cui scatto erano diventati una scelta artistica.

Cosa pensa della musica di questi anni?

Non sono un giornalista musicale. Sono solo un fotografo. C’è della musica molto bella oggi: Anthony And The Johnsons, Arcade Fire. Oggi la musica è disponibile ovunque. Credo che quello che rendeva speciale la musica negli Anni Sessanta e Settanta è che non era disponibile dappertutto, era il linguaggio di una generazione, e questo aspetto se n’è andato. Quello che rende la musica meno speciale oggi è questo. E credo che la musica sia una forma d’arte, debba essere scelta, valutata: io non ho mai scaricato niente gratis, è contro tutto quello in cui credo. Se ogni cosa è gratis, come puoi darle valore? Se non è gratis, devi fare una scelta: spendi i tuoi soldi per un disco invece che per un altro. Credo che oggi la gente dia meno valore alla musica proprio per questo.

 Il suo lavoro è stato influenzato dalla musica di band come U2 e Depeche Mode, ma anche loro sono stati influenzati dalle sue immagini. In che modo?

Ho dato loro un’identità. Non credo di aver cambiato la loro musica. Ma ho cambiato definitivamente il modo in cui la gente li guarda. E questo è molto importante: ho reso più facile comunicare l’idea di musica al pubblico.

 Cosa pensa delle nuove tecnologie? YouTube è importante per il videoclip oggi?

È ottimo, YouTube può essere la biblioteca di tutto quello che è stato fatto. Internet ha i suoi aspetti negativi, naturalmente: è eccitante ma strano che la gente dica “è un mio amico” e non si sono mai incontrati. È tutto tempo che si passa sul computer, e non sulle persone. Il mio manager mi ha fatto vedere un mio videoclip, che avevo dimenticato: nei primi Anni Novanta ero un ragazzo russo in un video di Thomas Dolby, e parlavo russo. Oggi posso trovarlo su YouTube. La tecnologia se usata per i fini giusti è sempre positiva. Ma può aprire anche dei buchi: oggi ognuno può fare il giornalista, ognuno avere un opinione. E c’è un sacco di spazzatura.

 Quando inizia a lavorare sulla copertina di un disco, come decide di scegliere il colore e il bianco e nero. Penso alle cover di The Joshua Tree e Achtung Baby, perfette per il mood di quei dischi…

Per The Joshua Tree il bianco e nero era adatto, perché mi ricordava l’America di un tempo e i suoi paesaggi. Ma poi quell’immagine era diventata troppo grande per la band, che sentiva di apparire troppo seriosa. Così hanno pensato che il lavoro successivo avrebbe dovuto discostarsi da questo, anche a livello musicale. Per i Depeche Mode ho usato poco il colore. Per il loro nuovo album vorrei usare di nuovo il colore, visto che Playing The Angel aveva una cover in bianco e nero.

Qual è il suo rapporto con queste due band?

È una relazione molto speciale, qualcosa di raro in questo mondo. Non mi piacevano gli U2, e nemmeno i Depeche Mode: ho apprezzato gli U2 perché li ho incontrati, e ci sono voluti cinque anni prima che mi piacessero i Depeche. Non è stato niente di pianificato. Non so quale sia il segreto: ma credo che non pianificare niente sia parte del segreto.

 Lei ha parlato di Bono come di una persona dall’”indole visivamente avventurosa”. Che rapporto ha con la sua immagine?

Bono è una persona interessata alle arti visive, alla pittura, alla scultura, all’architettura, alla fotografia. Basta guardare al palco su cui suonano gli U2: sono molto moderni, usano la tecnologia. È una parte importante di come la gente vede gli U2.

 Cosa ricorda dell’esperienza con Kurt Cobain per il video Heart Shaped Box?

È l’unica volta che ho girato un video in cui qualcun altro aveva scritto completamente la sceneggiatura. Kurt aveva le idee chiarissime su ogni dettaglio, che non ho cambiato quasi nulla. E Kurt poi mi ha detto che è stata la cosa più vicina a rappresentare la sua mente. Così mi ha chiesto di girare anche Pennyroyal Tea, ma non me la sentivo di girare un altro video dopo Heart Shaped Box. Così ha deciso di non fare mai più video.

 Che persona era?

Era una persona molto bella. Un gentleman. E una persona molto divertente. Mi piaceva molto.

 Qual è il disco che le ha cambiato la vita?

È qualcosa di molto vecchio. È di una band che si chiama Golden Earring. È il primo disco che ho comprato, e ha cambiato la mia vita perché da lì ho cominciato a comprare musica.

 (Pubblicato su Jam)

 

12
Mar
10

Riccardo Scamarcio: ho litigato violentemente con Ozpetek

Sì, hanno anche litigato sul set, Riccardo Scamarcio e Ferzan Ozpetek. Ma non aspettatevi chissà quale scoop.

 

I due, insieme alla conferenza stampa di presentazione di Mine vaganti, ci ridono su. Perché di scontri sul set, e molto più violenti di questo, è piena la storia del cinema. E Scamarcio e Ozpetek, per la prima volta assieme su un set, sanno bene che questo vuol dire tensione creativa, bisogno di conoscersi e di venirsi incontro, di capirsi meglio. Perché Tommaso, il personaggio di Riccardo Scamarcio, non è per nulla facile. Per la prima volta il sogno di migliaia di ragazze interpreta sullo schermo un personaggio omosessuale.

E se lo fa con garbo e misura è merito suo, ma anche dell’confronto-scontro con Ozpetek. In Mine vaganti, in uscita oggi in circa 500 copie (di cui una decina sottotitolate per non udenti), Scamarcio è Tommaso, rampollo di una famiglia alto borghese con pastificio del Salento, che ha studiato a Roma dove è stato libero di innamorarsi di chi ha voluto lui. Cioè un ragazzo. Tornato a casa per fare outing, viene battuto sul tempo dal fratello Antonio, che invece ha dovuto sempre nascondere la sua indole rimanendo a casa per guidare l’azienda di famiglia. Con il padre (Ennio Fantastichini), sconvolto fino all’infarto, Tommaso non se la sente di ferire ancora il padre. Ed è costretto a nascondere le sue inclinazioni. La sua omosessualità, ma anche la sua volontà di fare lo scrittore, invece che l’imprenditore.

 Da qui nasce una commedia degli equivoci. Rispetto al suo stile, Ozpetek qui vira decisamente verso una commedia vera e propria, divertente, contagiosa ed eccessiva. Le mine vaganti del titolo sono quelle che fanno esplodere le convenzioni borghesi e perbeniste. Una di queste è appunto Tommaso. Riccardo Scamarcio ci ha raccontato come è nato il personaggio.

Com’è entrato nel suo personaggio?

Ero molto preoccupato perché il mio è un personaggio che ha una caratteristica un po’insolita. È qualcuno che reagisce e non agisce per quasi tutto il film. E temevo che il pubblico avrebbe stentato a provare empatia con questo personaggio. E sarebbe stato un problema importante, perché è un personaggio che è la linea guida di un film, che poi si perde in questi magnifici personaggi che stanno attorno a Tommaso, il padre, la zia, che sono dei caratteri. Ho dovuto cercare di interpretare il personaggio in tutta la sua lascività. Ho dovuto accettare pienamente e comprendere che quella di Tommaso è una scelta precisa: quella di non reagire violentemente alle ingiustizie che in qualche modo subisce. Infatti uno gli frega la possibilità di dichiararsi. Poi è costretto a restare nel suo paese. Non è stato facile per me: è un personaggio delicato, sfumato. Poi terzo giorno di riprese ho avuto anche una litigata furibonda con Ferzan. E me ne sarei voluto andare…

Come mai avete litigato?

Io e Ozpetek abbiamo litigato violentemente (lo dice sorridendo con accanto il regista, ndr). In tutto questo Domenico Procacci, il produttore del film, era appena arrivato sul set durante il terzo giorno di riprese, e mi ha chiesto: “come va?” Io gli ho risposto: “non me ne parlare, io me ne vado, questo film non lo faccio”. Ero furibondo. Il fatto è che ogni giorno Ozpetek mi faceva tagliare i capelli. Ogni giorno mi svegliavo, andavo sul set e la parrucchiera mi accorciava i capelli. Il terzo giorno arrivo sul set e mi addormento, perché era prestissimo. Mi sveglio, e mi avevano tagliato ancora i capelli. Allora ho reagito male. In realtà questa litigata è stata un pretesto per conoscersi, e per studiarsi.

Come si è trovato con Alessandro Preziosi, che nel film è suo fratello?

Ci siamo trovati molto bene. Abbiamo subito trovato un feeling, fatto di sguardi, dove si sente una tensione tra i due fratelli, che però nasconde anche una certa intimità. Mi piace molto la scena in cui ci meniamo, perché mi sembra che a volte si riesca a raccontare molto di più attraverso il corpo piuttosto che con tante parole. E sono contento di aver lavorato con Alessandro Preziosi che è un grande attore.

È stato difficile baciare un uomo sul set?

No, ho chiuso gli occhi e…  Ci sono scene molto più difficili da fare… Più che altro non so come reagiranno i miei genitori pugliesi quando vedranno il film…

09
Mar
10

Kathryn Bigelow, la regina degli Oscar: racconto la dipendenza dalla guerra

“Qual è il modo migliore di disarmare una di queste bombe?” “Quello in cui non muori, signore”. E’ una delle battute che ascoltiamo in The Hurt Locker, il film di Kathryn Bigelow ambientato in Iraq, che ha vinto a sorpresa l’Oscar, battendo il favorito Avatar di James Cameron (che, tra l’altro, è l’ex marito della Bigelow). Il film ha avuto un destino molto particolare. Passato al Festival di Venezia del 2008, è stato ignorato dai premi del festival, per poi uscire nei cinema a ottobre 2008, e rimanere in sale poche settimane. In America il film è uscito nel 2009, ottenendo consensi quasi unanimi e cominciando una lunga corsa che l’ha portato agli Oscar 2010. Che sono sei: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro.

Kathryn Bigelow, che abbiamo incontrato a Venezia, nel 2008, con The Hurt Locker ci mostra un punto di vista speciale, quello dei soldati addetti a disinnescare le bombe: è l’ottica più vicina alla morte, il lavoro più rischioso che ci sia. E’ un lavoro che si sceglie di fare, e dal quale non ci si riesce più a staccare, come se desse una dipendenza.

Cosa rende i suoi film così unici? Com’è riuscita ad analizzare così bene la psicologia dei soldati?

Questo film ha potuto beneficiare di osservazioni di primissima mano, il risultato del lavoro di Mark Boal, che per anni è stato un giornalista “embedded”, al seguito delle truppe in Iraq, andando in missione con loro ogni giorno. Ha potuto vivere sulla propria pelle ciò che queste persone fanno quotidianamente e questo ha conferito al film quella veridicità che lo rende unico. La guerra fa paura, ed è qualcosa di impensabile essere a contatto con la morte quotidianamente. Oggi l’esercito è fatto da volontari, persone che chiedono di partire per la guerra, e in questo la loro psicologia è molto diversa da quella dei soldati del Vietnam.

Qual è stata la motivazione che l’ha fatta tornare sulle scene con questo film dopo tanti anni?

Il ritorno di Mark dall’Iraq, con le storie così interessanti di questi uomini che fanno il mestiere più pericoloso al mondo, e decidono volontariamente di farlo. L’altra motivazione è l’attualità: mi sento molto responsabile riguardo a temi come questo. Oggi ci troviamo in una situazione molto particolare, anche dal punto di vista politico, e sento il dovere di affrontarli.

Lei racconta sempre drogati della vita: il surf in Point Break, lo squid in Strange Days e la guerra oggi…

E’ un modo interessante di descrivere i miei film. Sono una persona che reagisce molto istintivamente al materiale che mi si presenta. Quello che ho trovato interessante è proprio la psicologia di queste persone: la loro dipendenza dalla guerra. Ho cercato di mettere il pubblico nei panni dei soldati, di dare questa atmosfera di autenticità.

Ha dichiarato di essere interessata a quegli esseri umani che la CNN non ci mostra mai. Cosa pensa dell’informazione sulla guerra?

Di recente un articolo del New York Times ha riferito che i soldati morti in Iraq sono più di quattromila: eppure finora sono state pubblicate solo cinque o sei foto di questi soldati caduti in combattimento. Il discorso della guerra è stato affrontato molto poco: non vorrei usare il termine censura, ma è accaduto qualcosa di molto simile da parte dei media americani. Ma credo che con l’avvicinarsi delle elezioni questo sarà un argomento discusso vivamente.

Il suo sguardo è puntato sui soldati. Ma nel suo film ci sono anche i mercenari, e uno sguardo sul mondo arabo. E’ stato difficile far accettare questo film all’establishment, raccontare questa storia senza urtare le varie sensibilità?

Mi sono trovata di fronte a una sceneggiatura eccezionale, e questo mi ha dato l’opportunità di avere una mappa così ben strutturata per navigare attraverso la storia, evitando certi pericoli mantenendo un film estremamente attuale e ricco di energia. Non dimentichiamo che si tratta di un conflitto che mentre stiamo parlando è ancora in atto. Per rappresentare gli arabi abbiamo ingaggiato dei veri iracheni, dei profughi. Anche la tuta che i soldati indossano è una vera tuta di quelle che indossano gli artificieri e pesa quaranta chili. In una scena c’erano due iracheni che interpretavano dei prigionieri di guerra. Abbiamo chiesto loro: cosa facevate prima in Iraq? Eravamo prigionieri degli americani, ci hanno risposto.

Strange Days è stato un film profetico: più di dieci anni fa raccontava di un mondo inquietante, nell’anno 2000, con uno stato di polizia permanente e la gente sempre più chiusa in se stessa. Crede che oggi il mondo assomigli a quel film?

Credo che tra il film e la realtà di oggi ci siano molti elementi, in comune. Forse siamo stati più fortunati. Comunque sì, si tratta di un film profetico.

 

04
Mar
10

Ferzan Ozpetek: Oggi guardiamo con più sospetto il prossimo

“Siamo nel 2010”. “Appunto, non siamo più nel 2000”. È il dialogo tra Tommaso (Riccardo Scamarcio) e il suo compagno, amanti gay costretti a nascondersi per non dispiacere alla famiglia di Tommaso, tradizionale e alto borghese casata leccese con azienda pastificia da portare avanti. Tommaso ha studiato a Roma e ha scelto di amare chi preferiva. Tornato a Lecce, vuole fare outing con la propria famiglia, ma viene battuto sul tempo dal fratello Antonio (Alessandro Preziosi), che ha dovuto nascondere indole e amori per occuparsi dell’azienda di famiglia. È Mine vaganti, il nuovo film di Ferzan Ozpetek, in uscita il 12 marzo in circa 500 copie (di cui una decina sottotitolate per non udenti). Le mine vaganti sono quelle destinate a creare disordine, a scombinare tutto, a cambiare i piani. Come Tommaso e Antonio, ma come molti dei personaggi di un film corale, in cui Ozpetek prova a giocare la carta della commedia, giocando sull’eccesso, in un Salento dorato e magico. Ma in quel “Siamo nel 2010. Appunto, non siamo più nel 2000” c’è anche un fondo di amarezza per un’Italia che non è più quella del 2000, quella del tempo de Le fate ignoranti, in cui i gay potevano dichiararsi con più serenità e in generale il clima intorno agli omosessuali sembrava più propenso alla comprensione e all’accoglienza. Alla conferenza stampa del film di oggi a Roma, il discorso con Ferzan Ozpetek è partito proprio da qui.

 

Nel film c’è una battuta: “siamo nel 2010. Non nel 2000”. Cosa volevate dire?

Credo che nel 2000 eravamo tutti molto più ottimisti, molto più aperti verso il prossimo. Oggi non lo siamo più. Ma non parlo solo dell’Italia, è il mondo in generale a essere cambiato. Nel 2000 si accettavano tante cose con più facilità, c’era un atteggiamento verso il prossimo molto diverso. Forse è perché non c’era ancora stato l’11 settembre 2001, forse non c’erano stati ancora gli otto anni di dominio di Bush sul mondo. Oggi ci troviamo spesso a guardare con sospetto il prossimo. Cosa che accade di meno nel Salento, ma quasi ovunque è così.

Tutte le sue donne in questo film sono bellissime…

Ho scelto Ilaria Occhini per la sua bellezza. Non avevo visto niente di lei, l’ho incontrata e l’ho trovata meravigliosa. Poi ho visto un suo film, Mar nero, ma la mia scelta è nata dalla bellezza. Sullo schermo mi piace vedere il fascino, la bellezza. Non intendo la bellezza come il nasino all’insù, ma le cose che vedo sullo schermo mi devono affascinare.

 È andato fuori da Roma per affrancarsi da un certo tipo di cinema? E i dolci della pasticceria Andreotti di Roma l’hanno seguita?

Per me questo è stato un film di cambiamenti, un film dove poter cambiare. Io sono abituato a non cambiare mai nei miei film: sceneggiatori, produttori, direttore della fotografia. Persone a cui sono molto attaccato, e temo che se cambio le cose andranno male. Stavolta sono andato sul set rilassato, ho voluto cambiare tutto. E nel caso dei dolci, Domenico Procacci, quando ha saputo che avrei voluto fare venire dei dolci da Roma, mi ha detto che mi sarei inimicato tutte le pasticcerie di Lecce, dove sono i re dei dolci. Allora abbiamo sfruttato le pasticcerie del luogo. La padrona di una pasticceria è diventata una mia amica, infatti nei prossimi mesi mi vedrete lievitare…

Dietro al divertimento del film ci sono molte cose serie…

Nel film c’è una voglia di poter ridere anche sulle cose drammatiche. Conta molto anche il montaggio: la scena dei due genitori in ospedale, che parlano delle prove che il figlio è gay, una volta montata senza musica risulta drammatica, non fa ridere per niente. Se ci aggiungiamo la musica fa ridere. C’è sempre stato questo gioco tra dramma e risata. Per me è stato un film liberatorio, me ne sono fregato altamente di tantissime cose. Non ho pensato a cosa avrebbero detto o scritto. Per esempio, pensavamo spesso a quel critico che su una rivista di cinema aveva scritto che le mie tavolate lo facevano quasi vomitare, e mi veniva da ridere se pensavo a tutte le scene a tavola che ci sono in questo film.

 Le famiglie raccontate sin qui erano quelle degli affetti, ora parla della famiglia di sangue. Come mai?

Non ho mai avuto niente contro la famiglia di sangue. È che forse con l’età, ho cinquantuno anni, cominci a rivalutare il rapporto con i tuoi genitori. Mio padre non c’è più, non posso più parlargli, e ho sempre un conto in sospeso con la mia famiglia. Io sono del parere che avere una famiglia allargata faccia bene: più hai meglio è.

Che cosa le ha regalato Lecce, cosa ha trovato nel Salento?

Io sono molto attaccato a Lecce e al Salento. Ma soprattutto alle persone. Una città potrebbe essere anche meravigliosa, con paesaggi stupendi e buona cucina. Ma la cosa che fa bellissima Lecce e il Salento sono le persone e il loro comportamento verso il prossimo. Andando in giro per piazze e bar da perfetto sconosciuto, prima delle riprese del film, ho provato sensazioni molto belle e molto forti. Ho trovato il comportamento di un’Italia che forse oggi non c’è più, e forse era così negli anni Settanta. E questo lo trovo bellissimo. È una città che mi ha dato molto. Oggi mi sento molto più forte perché ho conosciuto delle persone che ora mi danno molta più fiducia verso la vita.

A proposito della frase dell’inizio, Ozpetek ha parlato in maniera più generale. Alla conferenza stampa c’era anche Ennio Fantastichini, che nel film è il tradizionalissimo padre di Tommaso. È tutt’altro nella vita, e riguardo a quella frase ha parole molto più precise. “L’omofobia in atto oggi è qualcosa di terribile” ha dichiarato. “Tengo tantissimo al fatto che questo paese cambi punti di vista. È un paese che rispetto per la sua cultura, ma che non rispetto più per le sue scelte. Per me esistono le persone. I loro orientamenti sessuali, come quelli religiosi, sono qualcosa di privato. E questo è un paese che si sta spingendo nelle tenebre, per certi aspetti. Un genitore a un figlio, dovrebbe chiedere una sola cosa: sei felice o no?”

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

16
Feb
10

Garry Marshall: Le donne sono la cosa più complessa al mondo

“Le donne sono la cosa più complessa che esista al mondo. Chi le capisce è fortunato”. Parole di Garry Marshall, uno che invece le donne ha dimostrato di capirle benissimo. Non a caso è uno specialista delle commedie sentimentali di Hollywood. Pretty Woman, Paura d’amare, Se scappi ti sposo, Pretty Princess sono solo alcuni dei tanti, famosissimi titoli della sua carriera (iniziata, tra l’altro, come produttore di storiche serie tv come Happy Days e Mork & Mindy). Il 12 marzo arriva sui nostri schermi Appuntamento con l’amore (Valentine’s Day), commedia corale ambientata il giorno di San Valentino a Los Angeles con un cast stellare (Jessica Alba, Jessica Biel, Bradley Cooper, Eric Dane, Patrick Dempsey, Jamie Foxx, Jennifer Garner, Anne Hathaway, Shirley MacLaine, Julia Roberts e molti altri).

Parlare con Marshall è come stare ad ascoltare un nonno, comprensivo e più esperto di noi.

Uno che ne ha viste tante e con la sua esperienza è venuto a darci i suoi consigli per la vita, a spiegarci le donne e l’amore. All’incontro stampa c’erano alcune giornaliste.

E si è dimostrato molto contento di vedere alcune donne. Allora abbiamo iniziato da qui, e gli abbiamo chiesto il perché.

Perché le donne?

 A me piace raccontare storie d’amore. C’è a chi piace raccontare uomini che volano, azione e così via. A me piacciono le storie d’amore e il mio pubblico è sempre stato fortemente caratterizzato dalla presenza femminile. Anche se non è il caso di questo film, Appuntamento con l’amore, che ha attratto anche un pubblico maschile. Forse perché c’erano molte belle donne protagoniste…

Crede di avere una sensibilità femminile?

Non lo so. Forse è perché sono uno scorpione, perché sono di origine italiana, il mio nome è Masciarelli, perché ho due sorelle, e due figlie femmine. Sono sempre cresciuto in un’atmosfera dove la presenza femminile era molto forte. A me in realtà piaceva molto lo sport, avrei voluto giocare a baseball nei New York Yankees, ma non è andata così. Comunque trovo interessanti le donne perché sono la cosa più complessa che esista al mondo. Chi le capisce è fortunato… 

E lei come riesce a capirle?

Non le capisco. Una volta molte storie raccontavano le donne come vittime, pensate a Cenerentola. Oggi non è più così: le donne sono su un piano di parità. E poi oggi vengono raccontati il principe e la principessa, ma non viene mostrata la fatina che viene usata per spiegare quello che le donne pensano. Nel caso di Pretty Woman è il manager dell’hotel, il personaggio di Hector Elizondo. San Valentino è una festa che tende a dividere in due, quelli che la amano e quelli che la odiano: uomini che entrano in crisi perché devono comprare un regalo, altri che se ne fregano e negano l’esistenza di San Valentino. Nel mio film c’è il personaggio di Jessica Biel che odia San Valentino perché è rimasta ferita. In qualche storia ho messo la presenza di questa fatina, anche se poi ci sono sette-otto storie che si incrociano.

Come lavora con le donne?

Tanti abbracci… Nei film d’amore ci sono tantissimi primi piani. È una questione di occhi. E le donne sono molto brave a guardare gli uomini in una certa maniera, che rende l’uomo triste o felice, lo avvicina o lo allontana. Io cerco delle donne belle, ma che accettino di apparire anche sciocche, che abbiano voglia di tirare fuori il lato comico. Mia madre non era la classica donna di casa, non era brava a cucinare o a cucire. Era una donna molto arguta, sarcastica, che trovava il lato comico in tutto, che prendeva in giro. Mio padre era un uomo serio e concreto, ma era un buon capo, che ci ha insegnato a tirare fuori le qualità del capo. Ma lo abbiamo fatto cercando sempre di ridere delle cose.

Nel suo film ci sono molte dichiarazioni d’amore. A Shirley MacLaine, a Pretty Woman. E anche a Los Angeles…

Sì. La vedo come una città piena di romanticismo. Certo, c’è la chirurgia plastica, c’è l’avidità di Hollywood. Ma c’è anche un altro lato. Appuntamento con l’amore è scritto da Katherine Fugate, che ha scritto anche la serie tv Army Wives. Forse è per questo motivo  che il personaggio di Julia Roberts è un soldato, forse a Katherine interessa questo aspetto. Siccome ci sono tante brutture nel mondo, credo che ci sia comunque spazio per storie che abbiano qualcosa di dolce, di gentile, senza scivolare nell’eccesso di sentimentalismo.

In una commedia sentimentale non è frequente sentire gli echi della guerra, vedere dei personaggi gay, o qualche persona affetta da handicap. È un segno dei tempi?

La ragazza sulla sedia a rotelle è la mia nipotina. È destinata a rimanere sulla sedia a rotelle, e la metto in ogni film. Ha una gemella, che come lei è stata colpita da paralisi cerebrale, che invece cammina. Cechov diceva che il motore di ogni dramma sono un “lui” e una “lei”. Oggi possono essere un “lui” e un “lui” o una “lei” e una “lei”.

Lei racconta storie d’amore da più di vent’anni. Come sono cambiati i rapporti in questi anni?

Ci sono tante cose che sono cambiate: la posizione delle donne nella società è cambiata, tante donne oggi lavorano molto più di quanto non lavorassero prima, c’è la parità di diritti. Ovviamente le donne vengono descritte in un’altra maniera. Ma ci sono cose che non sono cambiate e che non mi spiegherò mai. Ad esempio come le donne  litighino come due matte e un’ora dopo vadano a fare shopping insieme. Mentre se due uomini litigano non si rivolgono più la parola per dieci anni. È cambiato anche l’approccio delle donne in una situazione conflittuale: il personaggio di Jessica Biel è stata ferita, e affronta la sua rabbia gettandosi nel lavoro. Il personaggio di Jennifer Garner scopre di essere stata presa in giro: in passato si sarebbe messa a piangere, o avrebbe rotto un piatto; in questo film l’ho rappresentata mentre prende a mazze da baseball  una pignatta.

Qual è la sua posizione su San Valentino? Le piace o lo odia?

Quando ero single non amavo molto il giorno di San Valentino, mi dava un po’ di stress. Ero il classico tipo che rimaneva senza fidanzata da poco prima di Natale fino al giorno di San Patrizio (17 marzo, ndr). Non so perché, ma dopo ce l’avevo…

Come mai ha aspettato fino ad ora per fare un film su San Valentino?

La New Line mi aveva sottoposto questo script, una commedia chiamata Valentine’s Day, con un sacco di storie d’amore. Ho detto: ok! Due giorni dopo ho letto su un giornale che la New Line era fallita, e pensavo che non se ne facesse più niente. Dopo un paio di mesi è intervenuta la Warner Bros e mi hanno detto che avrebbero fatto il film. Io sono un tipo che ama viaggiare, mi piacerebbe fare un film a Villa d’Este, sul Lago di Como. Ma poi faccio sempre i film a Los Angeles: tengo una lista di attori in cui segno chi si è sposato e chi ha figli, e spesso queste persone vogliono girare a Los Angeles per stare vicino ai suoi bambini. È come Monet, che qualche anno fa ha aperto una finestra e ha detto: dipingerò solo quello che vedo da questa finestra. Non ho fatto prima un film su San Valentino perché non avevo ancora trovato la storia adatta. Comunque il cinema oggi funziona così: una volta era arte, poi sono arrivati gli avvocati. E oggi comanda il marketing. E probabilmente un film su San Valentino corrispondeva bene alla data… Oggi sono più anziano: se prima mi piacevano i film un po’ più sexy, oggi mi piace raccontare storie d’amore di tutte le età. Le conosco bene, perché le ho attraversate tutte…

Com’è stato lavorare di nuovo con Julia Roberts e Anne Hathaway?

Ho lavorato con Julia quando non la conosceva nessuno, poi quando la conoscevano tutti, e ora che ha tre figli e si è data una calmata. La grossa differenza tra la Julia e la Anne di un tempo e quelle di oggi è che adesso hanno un cellulare, e passano tantissimo tempo al telefono…

Lavorerà con Taylor Lautner nel suo prossimo film?

I rumours lo dicono! Quello che farò in futuro io lo vengo a sapere da People! C’è anche una voce secondo cui farò questo film, New Year’s Eve, una storia simile a quella fatta in Love, Actually, e io adoro quel film! Scherzi a parte, mi piace scoprire nuovi talenti a aiutarli ad emergere. È quello che ho fatto con Taylor Lautner e Taylor Swift. Sono due ragazzi molto bravi. Diciamo che ho una finestra, prendo i ragazzi tra quando stanno emergendo e quando finiscono in riabilitazione. Ma loro sono dei ragazzi con i piedi per terra e non finiranno nei guai. Ho scoperto che Taylor Swift ha il mio stesso numero fortunato, il 13. Taylor Lautner invece per colpirmi faceva un numero: lanciava in aria un chicco d’uva, faceva una capriola e se lo raccoglieva con la bocca.

Come mai ci sono tante separazioni e tutti vogliono vedere i film d’amore?

Non so perché succedano tutte queste cose. Io faccio questi film perché la gente deve avere la speranza di innamorarsi prima o poi, senza nemmeno sapere poi che cosa sia l’amore. È la speranza che io metto nei miei film. Gli psicologi dicono che tante persone non hanno la capacità di rimanere tutta la vita con qualcuno, oggi è sempre più difficile. Ma vale la pena di provarci, di provare a innamorarsi e a tenere in piedi un matrimonio. L’amore è quella cosa che quando sei rifiutato fa un male cane, e non c’è nessuna pillola che possa guarirti. Ma può farti sentire così bene, anche solo per un momento, che pensi che valga la pena provarci. La differenza tra l’amore nella vita e l’amore al cinema è che nella vita incontri una persona, la guardi negli occhi, le prendi la mano e provi a baciarla, e magari nel frattempo arriva una macchina che strombazza e fa baccano. Al cinema due persone si  incontrano, si guardano negli occhi, stanno per baciarsi e parte la musica. E uno spera sempre di sentire quella musica nella testa anche nella vita.

 

15
Feb
10

Martin Scorsese: Convivere con la paura, non vivere nella paura

È una delle presenze più attese alla Berlinale 2010, Martin Scorsese. Ma prima di presentare il suo Shutter Island alla kermesse tedesca, il regista di origini italiane ci ha fatto un gran bel regalo. È infatti arrivato a Roma per presentare il film alla stampa italiana.

Per niente criptico e scontroso come molti cineasti di culto, Scorsese è affabile, simpatico, ben disposto alla battuta e al dialogo. Nell’affollata conferenza stampa che dell’Hotel Hassler ha lasciato tutti soddisfatti. Perché ha parlato soprattutto di cinema, delle cinematografie e dagli artisti che hanno ispirato il suo film. Un film in bilico tra i generi, che passa dal thriller all’horror, al drammatico. Rimanendo sempre un film d’autore. E continuando (grazie anche al sodalizio con Leonardo Di Caprio, giunto ormai al quarto film) a tessere i film con quel fil rouge, che è un filo rosso sangue. Come la violenza, la follia e la disperazione, che il maestro di New York continua a raccontarci, usando ogni volta linguaggi e forme diverse.

Se qualcuno le dicesse che il suo sembra un film di Fritz Lang girato da Fuller, o viceversa, cosa risponderebbe?

Non penso a me in questi termini, non mi considero al livello di questi registi. Ma per me è un onore essere menzionato insieme a loro. Shutter Island ricorda i loro film degli Anni Quaranta, rientrare in quella linea cinematografica. In cui c’è anche Jacques Tourneur.

Nei suoi film la violenza si unisce spesso al complotto. Che spesso arriva dalle istituzioni. La nostra realtà è questa?

Il film è basato su un romanzo di Dennis Lehane, che ha scritto anche Mystic River e Gone Baby Gone, due fantastici romanzi. Io sono stato attratto da questo materiale, con cui ero in sintonia. Conosco bene quel senso di paranoia e paura: sono cresciuto a New York e nel ’52 avevo dieci anni, fa un po’ parte della mia vita. Ed è lo stesso senso di paura e di paranoia che ci accompagna anche oggi. A volte ho dei sospetti sulle autorità, su chi detiene il potere. E questo si riflette nelle scelte che faccio.

Nel film cita Lang, Murnau, fa riferimenti a Kafka. Che rapporto ha con la cultura europea e in particolare con la cinematografia tedesca?

C’è sempre stata una presenza del cinema tedesco nella mia formazione. Io sono cresciuto negli anni Quaranta e Cinquanta, e molti film realizzati a Hollywood erano realizzati da immigrati, tra i quali molti venivano proprio dalla Germania e dall’Austria: Billy Wilder, Otto Preminger. Uno dei primi film che ho fatto vedere al cast è Laura (Vertigine in italiano, ndr), in cui c’è l’interpretazione di un attore devastato da una guerra a tal punto da innamorarsi di un fantasma. E poi Out Of The Past (Le catene della colpa da noi, ndr), un altro film dove c’è un mistero. C’è un debito diretto, e un amore per il cinema tedesco, come quello che ho per il cinema italiano: fa parte della mia vita.

È il quarto film che lei e Di Caprio fate insieme: com’è cambiato il vostro rapporto?

Se il nostro rapporto è cambiato, sicuramente si è tramutato in una fiducia più profonda nel lavoro che facciamo insieme. Da The Aviator a The Departed ho avuto la sensazione che con Leonardo Di Caprio sarebbe stato possibile toccare dei livelli ancora più profondi. Con questa storia abbiamo avuto entrambi la possibilità di andare oltre. Ovviamente all’inizio non sapevamo quanto oltre saremmo potuti andare, sia a livello emotivo che psicologico. E devo dire che sono rimasto colpito dall’intensità di Leonardo durante tutta la realizzazione del film. Lavorare con Leonardo è sempre una grande ispirazione, perché lui utilizza tutta l’esperienza che ha accumulato e la incanala in questo processo di crescita creativa. E in fin dei conti abbiamo gli stessi gusti. Continueremo insieme anche in futuro. 

Dopo questo film, cosa potrà dire ancora sulla violenza?

La cosa che mi ha attratto a questa storia è la natura di Teddy: la violenza ha avuto un impatto formativo sul suo carattere. Sono rimasto molto toccato da questo personaggio, dalla sua sofferenza, soprattutto alla fine del suo percorso. Tutto questo mi fa pensare a chi siamo noi, a quanto c’è di violento dentro di noi, e fino a che punto questa violenza può essere eliminata attraverso l’evoluzione.

Quali sono le sue più grandi paure?

Io convivo con la paura quotidianamente.  È qualcosa che bisogna cercare di superare: non bisogna vivere nella paura, ma convivere con la paura. Non tutti sono inclini a conviverci. Ma in ultima analisi penso che questo è il mondo che andranno a ereditare i miei figli e la cosa mi preoccupa molto.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

09
Feb
10

Leonardo Di Caprio: «La violenza è un dolore rivolto contro il mondo»

“Teddy, torna in te!” Sono le prime parole che Leonardo Di Caprio pronuncia in Shutter Island, l’attesissimo nuovo film di Martin Scorsese, presentato ieri a Roma dal regista e dal suo attore feticcio. Di Caprio pronuncia queste parole guardandosi allo specchio, come nell’ultima sequenza di The Aviator. Sembra che Shutter Island per Di Caprio parta proprio da lì, e riannodi tutta una serie di fili. Quello della follia e della violenza, che da Howard Hughes arriva fino a Teddy Daniels, poliziotto che arriva sull’isola-fortezza di Shutter Island per indagare sulla scomparsa di una pluriomicida internata nel manicomio criminale che si trova lì. E si troverà a indagare anche dentro se stesso, in una discesa agli inferi apparentemente senza via d’uscita. E il filo di una carriera, quella dell’ormai ex idolo delle teen-ager di Titanic, oggi legata a doppia mandata a quella di un artista, Martin Scorsese, che gli ha fatto fare un salto di qualità. Di Caprio è al quarto film con Scorsese: dopo Gangs Of New York, The Aviator e The Departed, ecco Shutter Island. Di Caprio ha ormai preso nell’opera di Scorsese il posto di De Niro. Ma non dimentica mai di citarlo, tra i suoi modelli di recitazione e come colui che ha dato il via al metodo di Scorsese di affidarsi totalmente agli attori, rendendoli padroni del loro personaggio.

È ormai lontanissimo da Titanic, Di Caprio. In Shutter Island sembra uscito da un noir degli anni Quaranta, stropicciato, trasandato, tormentato. Appare anche invecchiato, con le rughe che solcano il suo volto, a simboleggiare solchi profondi nell’anima del suo personaggio. Rilassato, disponibile e luminoso, come si è presentato invece alla conferenza stampa all’Hotel Hassler di Trinità dei Monti, Di Caprio è lontano dal divo che era, è un artista consapevole di sé e del mondo che lo circonda. È impegnato attivamente nella tutela dell’ambiente. E anche di questo, di denaro, e di violenza si è parlato nell’incontro.

Com’è entrato nel ruolo?

Senza svelare nulla del finale, perché è obbligatorio per il pubblico vedere il film senza sapere niente di come va a finire, il mio è un ruolo che ha una certa duplicità. Con Scorsese abbiamo provato a sperimentare vari estremi per quanto riguarda questo personaggio. Questo film è un mix di generi: è un thriller psicologico, è un horror gotico. Ma al centro fondamentalmente c’è la perdita, il dolore, e il modo in cui l’essere umano fa i conti con quello che è il proprio dolore. E la capacità o meno di superarlo. Per girare il film abbiamo fatto molte ricerche, sono andato a guardare i documentari sulla malattia mentale. Abbiamo cercato di ricreare questa storia. Ma l’autore del romanzo (Dennis Lehane, l’autore di Mystic River, ndr) aveva già scritto qualcosa di molto toccante e profondo.

Che obiettivi si pone a livello professionale? Girerebbe un musical o una commedia?

Sin da ragazzo, quando ho avuto il mio primo ruolo da protagonista avevo quindici anni, anch’io ho avuto i miei eroi, attori a cui guardavo come modelli: Robert De Niro, James Dean, Montgomery Clift o altri. Quando ho avuto il mio primo ruolo ho fatto un anno di ricerche, ho cercato di vedere più film possibile per ispirarmi. La mia aspirazione ancora oggi è cercare di fare qualcosa di positivo tanto quanto hanno fatto loro nella loro carriera. Questo potrà richiedere l’intera vita. Si tratta di una sete che non è mai placata. Non mi sono mai sentito arrivato, non sento di aver mai completato il cerchio. Quando interpreto un ruolo mi sento sempre nervoso, perché penso sempre di non aver fatto abbastanza, e che potrei fare di più. Non ho tra i miei obiettivi quello di realizzare un genere in particolare. Mi interessa fare dei ruoli che, a livello di storia, mi tocchino. E si dà il caso che finisca per essere attratto da dei personaggi che hanno subito dei traumi, personaggi complicati, e oscuri.

Come ha cambiato la sua vita il suo impegno per l’ambiente?

Il mio impegno in favore dell’ambiente è iniziato molti anni fa. Ma è solo da quando è uscito il film di Al Gore Una scomoda verità che le questioni ambientaliste hanno iniziato a essere ascoltate veramente dall’opinione pubblica. Fino a quel momento si era parlato a dei sordi, che non ascoltavano e non volevano ascoltare. Lui è riuscito a raccontare in maniera concisa un argomento simile, e ad aprire gli occhi alla gente. Ma non si fa ancora abbastanza, bisogna continuare a lavorare per l’ambiente. E anch’io continuerò a impegnarmi.

Qual è il suo rapporto con il denaro?

I soldi sono importanti, sono utilissimi. Sicuramente non comprano la felicità, e ognuno di noi non può cercare di avere tanto, a un certo punto più di tanto non si può neanche desiderare. Io ho più che abbastanza. I soldi sono utili anche per l’ambiente: se non ci fosse progresso economico non potrebbero essere sviluppate le tecnologie verdi che all’ambiente sono così utili.

È il quarto film che lei e Scorsese fate insieme: com’è cambiato il vostro rapporto?

Da parte mia c’è una profonda ammirazione nei suoi confronti, e nei confronti di questa collaborazione che abbiamo insieme. La cosa più importante di Scorsese, e può essere confermata da chi ha lavorato con lui, è questa profonda capacità di fidarsi completamente di te come attore, di renderti il proprietario del personaggio, di far sì che sia completamente tuo. E questo è qualcosa di estremamente importante, che molti registi non capiscono. Lui si affida a te come attore affinché tu porti avanti la narrazione a livello emotivo. Ti ha scelto per un determinato scopo e ti dà questa possibilità che tu non devi tradire. È un tipo di collaborazione che è iniziata con De Niro e ora continua con me.

Lei e Scorsese con Shutter Island continuate un vostro discorso sulla violenza…

Questi grandi personaggi che Scorsese riesce a creare sono per loro natura violenti. Ma che cos’è in fondo la violenza? La violenza è un dolore, una sofferenza interiore che viene poi esternata, rivolta contro il mondo. I migliori personaggi di Scorsese, quelli di Taxi Driver o di Toro scatenato, sono quelli che mi hanno interessato perché ci permettono di capire che cos’è l’essere umano, che la natura umana è fatta di sofferenza, e che ognuno ha il proprio modo di tirarla fuori. Il mio personaggio di Shutter Island è forse il personaggio più violento, più dark tra tutti quelli che ho interpretato. Ma per me è stato un onore averlo potuto fare con un regista come Scorsese.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

20
Gen
10

Tutti i segreti di Up. Una chiacchierata con Enrico Casarosa, disegnatore dello storyboard dell’ultimo nato Pixar

Si sa che ogni attore prova molta più soddisfazione nell’interpretare il ruolo di un cattivo che quello di un buono. Quello che non sapevamo è che anche un disegnatore trova più interessante disegnare un “cattivo” piuttosto che il protagonista. È quello che è accaduto a Enrico Casarosa, co-autore della storia originale e disegnatore dello storyboard di Up, l’ultimo gioiello Pixar, finalmente in arrivo in dvd e Blu-ray disc dal 27 gennaio. Abbiamo intervistato Enrico Casarosa in occasione del lancio del dvd di Up. E ci ha raccontato che una delle cose più interessanti – e difficili – è stato lavorare sul personaggio di Muntz, l’antagonista, ma anche l’ispirazione di Carl, vedovo che sogna di raggiungere il Sud America per vedere quelle cascate che avrebbe tanto voluto visitare con la moglie quando questa era in vita, conosciute anche grazie anche alle gesta di Muntz.

Fa sempre un certo effetto sapere che dietro a certi capolavori Made In Hollywood ci sia anche un tocco di Italia. E parlare con Enrico Casarosa, che dopo otto anni alla Pixar (e molti di più in America) ha oramai l’accento americano e i modi gentili di tutti gli artisti Pixar che abbiamo incontrato finora, è una grande occasione per sapere cosa come nasce un film come Up. E come si lavora all’ormai mitica Pixar.

Come si arriva a lavorare alla Pixar?

Ho lavorato alcuni anni a New York. Dopo aver studiato animazione e aver lavorato in alcuni piccoli studios, ho iniziato a lavorare con la Blue Sky su L’era glaciale, nel 1999. Dopo L’era glaciale mi hanno offerto un lavoro alla Pixar: ormai sono lì da otto anni. Il primo film a cui ho lavorato con loro è stato Ratatouille: ci ho lavorato quattro anni, è stato un processo molto lungo. E subito dopo ho iniziato a lavorare su Up. In sette anni ho lavorato su due film: ci vuole un po’ di tempo per farli, questi film…  

Up è stato il primo film in 3D per la Pixar: qual è stato il vostro approccio al 3D? E come cambia il suo lavoro?

Il nostro lavoro non cambia. Vogliamo sempre tenere a mente qual è la cosa più importante: raccontare storie, creare personaggi importanti e credibili, parlare di elementi e temi di spessore. Il 3D diventa una nuova arma a disposizione della cinematografia quando si tratta di rifinire il prodotto. È un po’ come il suono, o la maniera in cui definisci le luci. Il 3D ci dà la possibilità di scegliere se tenere le cose un po’ più piatte, o se giocare sul livelli differenti di profondità, se sentire qualcosa più vicino o più lontano dallo spettatore. È qualcosa di più tecnico. Non vogliamo che questo vada a incidere sulle nostre scelte di storyboard o di regia, né che il 3D sia una distrazione per chi guarda il film: non vogliamo andare a cercare momenti specifici di dita che vengono verso lo schermo, o altre scelte strane che il 3D va a cercare in certi casi.

In che momento della lavorazione di Up è entrato al lavoro?

Ho iniziato a lavorare ad Up nel momento in cui avevano appena lavorato allo storyboard del primo atto, e il film stava già prendendo forma. Il regista aveva iniziato a progettare il film da più di un anno. Per cui io sono arrivato nel momento in cui il film stava cominciando a procedere più spedito. E, a livello di sceneggiatura e di storyboard, si cominciava a lavorare al terzo atto, quello fatto più di azione: si trattava di capire come tenere alta la tensione del racconto, di creare cose eccitanti, come pericoli, fughe, e così via.

Nella creazione degli storyboard, quanto seguite le indicazioni del regista e quanto potete creare liberamente?

Il lavoro cambia molto a seconda della scena e dal momento. Alla Pixar sono sempre molto aperti, e raccolgono volentieri idee, alternative che uno vuole proporre. Ma quasi tutte le soluzioni si vanno a trovare insieme, per cui molte volte si fa un brainstorming con tutti gli artisti per scegliere l’idea migliore: il nostro è un lavoro di squadra. Molto dipende dal tipo di scena: se ad esempio abbiamo una fuga, come quella dal dirigibile, con i cani che inseguono i protagonisti, ti possono dare una linea guida di sceneggiatura che corrisponde a dieci minuti di film: allora lì ti devi inventare molte cose, dove sono i personaggi, che tipo di pericoli vanno a correre. Nelle scene in cui c’è più dialogo, la sceneggiatura e il regista forniscono indicazioni più precise, è il dialogo che guida la scena. Ma a volte anche noi possiamo fornire suggerimenti sui dialoghi, e modificarli.

Quali sono state le scelte più importanti che ha dovuto fare in fase di storyboard?

Abbiamo studiato molto come costruire Muntz, il cattivo del film, che è un po’ l’antagonista di Carl, il nostro vecchietto. Trovare il suo personaggio è stato molto interessante, e anche molto difficile. Il nostro lavoro consiste nel provare cose differenti e vedere se funzionano. Abbiamo pensato alle possibili diverse ragioni per cui Muntz, questo vecchietto, sia andato in Venezuela a cercare quell’uccello che era l’anello mancante tra dinosauri e uccelli. Abbiamo fatto tantissime versioni dell’introduzione a questo personaggio. Abbiamo provato anche a disegnarlo giovane: era un personaggio che continuava ad apparire giovane ancora oggi anche se risaliva agli anni Trenta, e allora avrebbe potuto avere qualche pozione di giovinezza. E altre cose fantasiose e un po’ strane. Alla fine abbiamo optato per qualcosa di più semplice, che andasse a supportare il nostro personaggio principale, perché spesso l’antagonista è un po’ lo specchio del protagonista: abbiamo cercato di costruire un cattivo che fosse simile al nostro Carl, ma che nella sua vita avesse preso solo qualche decisione sbagliata.

Up rimanda a un cinema d’altri tempi, quello di avventura degli anni Trenta e Quaranta, ricreato con un cinema d’animazione che è all’avanguardia. A cosa vi siete ispirati per quanto riguarda il cinema del passato?

È evidente all’inizio del film, quando c’è un filmato in bianco e nero che ricrea le “riviste” che negli anni Trenta facevano vedere prima dei film: è ispirato a quel modo di raccontare un po’ sensazionalista. Siamo andati a vedere il primo King Kong. E abbiamo simulato addirittura l’effetto di un proiettore. Anche per la musica Michael Giacchino, fresco vincitore di Golden Globe, è andato a studiare le vecchie colonne sonore, compresa quella di King Kong, e ha registrato la musica come si sarebbe fatto un tempo, senza l’effetto stereo. Abbiamo proprio cercato di andare a catturare il feeling dei vecchi film.

Che sensazioni ha un artista di storyboard quando vede i suoi disegni trasformati nel risultato finale?

Una volta visto completato Up, noi che ci abbiamo lavorato ci sentiamo tutti molto fieri. Un po’ perché è un film diverso, un po’ perché ha il coraggio di parlare di temi molto profondi. In particolare, vedere sul grande schermo una cosa che hai disegnato tu è una sensazione strana. È una cosa che fa piacere: ad esempio in Ratatouille ho rivisto una scena con una gag che avevo ideato io, ed è stata una grande soddisfazione vedere qualcuno che ride per una tua idea. È l’esperienza più bella che può capitare.

Perché la Pixar è la numero uno in fatto di animazione?

Tutti dicono che in animazione la storia è la cosa più importante. Ma la Pixar è davvero quella che impiega più risorse proprio nella storia, in modo che tutti capiscano che è la cosa più importante, dai capi a noi artisti dello storyboard. Tutti ci siamo scervellati, emozionati per cercare di raccontare la migliore storia possibile, con tanta immaginazione, cercando più sorprese possibili. Secondo me è questa la cosa importante della Pixar. Ci sono registi che si aiutano l’uno con l’altro: così non hai solo un regista con una grande idea, ma tanti registi che la aiutano a diventare ancora più grande.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 








Archivi


cerca


Blog Stats

  • 32.576 hits

informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.


Rss

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)